Caso Aldrovandi: il padre scrive ai poliziotti

Lino Aldrovandi, padre di Federico, scrive una lettera ai poliziotti che hanno ucciso il figlio: "Infangate la divisa"

a:2:{s:5:"pages";a:2:{i:1;s:0:"";i:2;s:29:"La lettera di Lino Aldrovandi";}s:7:"content";a:2:{i:1;s:2888:" foto_genitori_federico_aldrovandi_sentenza_cassazione_condanna_poliziotti_00_1

Lino Aldrovandi, padre di Federico, ucciso da un manipolo di poliziotti durante un controllo documenti a Ferrara, ha scritto una lettera aperta ai carnefici del figlio, pubblicata sul sito Globalist.

Il signor Aldrovandi è un uomo che, generalmente, ha sempre tenuto un profilo basso nella vicenda del figlio, in attesa che la giustizia e lo Stato gli restituissero almeno la dignità umana di un padre che ha perso, violentemente per mano dello Stato, il proprio figlio nemmeno ventenne: una morte violenta, di sangue e botte, in mezzo ad una strada, una morte insopportabile nell'Italia che si definisce democratica.

Una morte divenuta ancora più insopportabile dopo l'esito del processo agli assassini di Federico Aldrovandi che, sollevati da ogni responsabilità oggettiva, si ritrovano oggi a poter reindossare quella divisa dietro la quale si sono mascherati per uccidere un ragazzo, nemmeno fossero loro i criminali: una divisa, scrive il padre di Federico, che viene ulteriormente macchiata da questa decisione.

Se dunque il padre di Federico non può più impedire che gli assassini del figlio possano tornare a "servire lo Stato", dopo che una sentenza ha concesso il reintegro degli assassini, può appellarsi alla libertà di parola e pensiero per esprimere, educatamente e pacatamente, uno sdegno che colpisce come un pugno allo stomaco:

"Sia ben chiaro che quattro persone con una divisa addosso hanno ucciso senza una ragione un ragazzino di 18 anni che non stava commettendo alcun reato rompendogli addosso due manganelli fino a soffocarlo ed in seguito, sempre secondo i giudici che le hanno condannate fino alla cassazione, senza mai dire la verità, coperte inspiegabilmente da colleghi depositari delle indagini, condannati anche questi ultimi per omissioni e depistaggi."

scrive Lino Aldrovandi senza odio ma con un disincanto che prende sempre più corpo nelle parole disperate di un padre lasciato solo dallo Stato; una lettera che colpisce allo stomaco e che non commenteremo perchè va letta fino in fondo.

"Mi permetta di dirle sig. Pontani che sia a lei, che ai suoi tre colleghi, non vorrei mai più vedere una divisa così importante e preziosa addosso, per quello che dovrebbe rappresentare per tutti i cittadini di questo Stato: la legge. Vorrei testardamente continuare ad avere fiducia nelle istituzioni, e vedere uno stato cominciare a mostrarsi di essere forte con chi abbia ad infangare una qualunque divisa, di una cosa che dovrebbe essere quasi normale di tanti maledetti fatti."

Ecco, vorremmo anche noi.

";i:2;s:5330:"

La lettera di Lino Aldrovandi

Se secondo le parole dei giudici dei tre gradi di giudizio e del tribunale di sorveglianza chi uccise Federico, definito scheggia impazzita da un P.G. della Cassazione, non è attendibile, affidabile e tantomeno recuperabile perché allora reintegrarlo nel Corpo di Polizia, o all’interno di esso anche con ruoli di impiegato?

Da chi dipende questo? Dallo Stato? Dalle commissioni di Polizia? Dai sindacati?

Sia ben chiaro che quattro persone con una divisa addosso hanno ucciso senza una ragione un ragazzino di 18 anni che non stava commettendo alcun reato rompendogli addosso due manganelli fino a soffocarlo ed in seguito, sempre secondo i giudici che le hanno condannate fino alla cassazione, senza mai dire la verità, coperte inspiegabilmente da colleghi depositari delle indagini, condannati anche questi ultimi per omissioni e depistaggi.

Si tratta di Colposo?

Certo, ma secondo i giudici dei tre gradi di giudizio., probabilmente grazie proprio alle indagini svolte, o meglio nate con depistaggi ed omissioni che limitarono irrimediabilmente l’impianto accusatorio.

Ma quando comunque le ricostruzioni processuali, nelle motivazioni di condanna, portano gli stessi giudici a scrivere nel senso e nelle parole che quel “colposo”, rileva mancanza del senso dell’onore e del senso morale, in grave contrasto con i doveri assunti con il giuramento assunto, il passo della destituzione dovrebbe essere breve, e l’art. 7 del reg.to del comportamento di disciplina della polizia di stato ciò statuisce.

Federico chiedeva aiuto quella maledetta mattina con implorazioni di basta, non sentite soltanto da chi in quel momento di follia lo stava premendo al suolo con l’effetto devastante ed inaccettabile di ucciderlo, calciandolo addirittura. Così dirà Anne Marie la testimone camerunense (Federico aveva due buchi in testa.), mentre era contenuto a terra e non era certo un delinquente e i delinquenti comunque non si calciano, non si soffocano, non si uccidono, ma se il caso si arrestano.

“Era l’intervento più semplice del mondo..” dirà Nicola Solito in una lettera toccante e umana, scritta a Federico, e consegnataci il giorno della sentenza di I° grado.

“Il lavoro che dovevamo fare l’abbiamo fatto, e mi sembra bene.” disse Pontani Enzo durante l’udienza del processo in cui fu ascoltato come imputato.

Ora sappiamo sig. Pontani cosa lei fece in cooperazione con tre suoi colleghi a Federico. Restano nella mia testa varie domande che se le posero anche i giudici della corte d’appello di Bologna, scritte nero su bianco nelle motivazioni di condanna (pag. 217), che probabilmente, salvo esami di coscienza, rimarranno prive di risposta, ovvero perché l’equipaggio di Alpha 3, presente nel parchetto dell’Ippodromo quando i primi cittadini residenti della zona udirono i rumori e le urla generando la richiesta di intervento, si trovasse già lì (la signora Chiarelli, la persona che si impressiona delle urla e dei rumori, telefona alla Polizia perché vada lì, ma la polizia è già lì, e le urla sono da loro provocate con i manganelli), a fari spenti, in una strada a fondo chiuso della prima periferia della città e perché, di conseguenza, l’intera ricostruzione degli imputati e dei responsabili della Questura di Ferrara, sin dal primo momento, sia stata indirizzata a creare ed avvalorare apparenze tali da contrastare tale dato (v. la redazione congiunta con l’aiuto del Dossi delle relazioni di servizio; le testimonianze di favore di Casoni, Bulgarelli e altri) ed anche, a cosa, in particolare, fossero intenti i componenti di Alpha 3 per scatenare la reazione di Federico e la loro contrapposta.

Mi permetta di dirle sig. Pontani che sia a lei, che ai suoi tre colleghi, non vorrei mai più vedere una divisa così importante e preziosa addosso, per quello che dovrebbe rappresentare per tutti i cittadini di questo Stato: la legge. Vorrei testardamente continuare ad avere fiducia nelle istituzioni, e vedere uno stato cominciare a mostrarsi di essere forte con chi abbia ad infangare una qualunque divisa, di una cosa che dovrebbe essere quasi normale di tanti maledetti fatti. Come? Allontanando da subito, o almeno cautelativamente chi non sia in grado nei suoi ruoli di adempiervi correttamente, magari senza premiarlo invece come troppe volte incredibilmente accade. Riconoscere gli orrori e gli errori, vorrebbe dire anche crescere democraticamente. Vorrebbe dire acquisire credibilità, rispetto e dignità di fronte alla sacralità della vita violata di vittime inermi e innocenti e del dolore lancinante e assurdo dei loro cari costretti a sopravvivere e sempre alla ricerca di una normale verità e di una normale giustizia. Mi auguro che quel tuo cuore strappato, che rimarrà eternamente giovane, illumini finalmente la strada agli uomini di buona volontà affinchè ciò che è accaduto a te ed altri figli. non accada mai più a nessuno, per un futuro che solo uno stato con la S maiuscola dovrebbe saper garantire ai suoi figli. Direi. “quasi normale”.

Che ogni mia lacrima versata, sia amore e guida per altri genitori e non solo., ma soprattutto per altri figli che ci guardano negli occhi e aspettano risposte.

Io non ne ho più.

Lino Aldrovandi";}}

  • shares
  • Mail