Giuliano Tavaroli e lo scandalo Telecom-Sismi: "in Italia un network eversivo, mentono tutti"

Giuliano Tavaroli, ex carabiniere, successivamente responsabile della sicurezza della Pirelli e poi di Telecom Italia (nonchè della famiglia Tronchetti) è passato alle cronache all'interno dell'inchiesta Telecom-Sismi in cui è stato accusato di aver illecitamente spiato e raccolto dossier su personalità politiche, economiche e dello spettacolo allo scopo di estorsione. Assieme a lui furono accusati degli stessi reati di associazione a delinquere, corruzione internazionale, detenzione e divulgazione di materiale riservato Marco Mancini (del Sismi), Emanuele Cipriani, Marco Bernardini e numerosi dipendenti Telecom, qui si possono leggere tutti gli arrestati e relativi capi d'imputazione.

Succede che Telecom Italia riceve in questi giorni l'avviso di conclusione delle indagini su quel procedimento ed allo stesso tempo si costituisce parte civile, in quanto persona offesa dai comportamenti di Tavaroli & co. Ma Giuliano non ci sta ed in un'intervista a "Repubblica" spara a zero sulla vicenda, ma soprattutto sulla favoletta che vedrebbe la dirigenza di Telecom Italia all'oscuro di quelle operazioni di spionaggio a cui pochi riescono a credere.

Nessuno avrà interesse a celebrare il "processo Telecom". Nessuno: né i pubblici ministeri, né gli imputati, né la Telecom vecchia, né la Telecom nuova. Ma io non sono e non farò né accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare. Io vorrò con tutte le mie forze il processo e nel processo vorrò vederli in faccia ripetere quel che hanno riferito ai magistrati. Il mio vantaggio è che tutti - tutti - hanno mentito in questa storia, e io sono in grado di dimostrare che le informazioni che ho raccolto sono state distribuite in azienda perché commissionate dall'azienda e nel suo interesse... Ne ho sentite di tutti i colori. Come Marco Tronchetti Provera che nega di aver mai avuto conti all'estero, come se non sapessi che per lo meno fino al 2006 i suoi conti erano a Montecarlo.

Secondo Tavaroli tutti gli implicati nella vicenda hanno interesse a mentire e che quelle intercettazioni commissionate rientravano in una ben precisa logica di spionaggio di Stato con coinvolgimenti fino ai più alti livelli, in cui rientrava anche l'inchiesta di Abu Omar.

Dopo un excursus storico in cui spiega come si è arrivati a creare un solido sistema di spionaggio, arriva al 2001 parlando di "interlocutori giusti" da ricercare nella "famiglia impenetrabile" di Berlusconi e i suoi "gente che pensa soltanto agli affari e all'assalto alla diligenza". L'interlocutore è Giuseppe Pisanu, vecchio democristiano affidabile, con cui "Tronchetti filò subito d'amore e d'accordo" mentre con gli altri solo guai. E della famiglia, la squadra, fanno parte di quello che Tavaroli senza mezzi termini definisce un "network eversivo che agisce scenza alcuna trasparenza e controllo" ed accredita Berlusconi presso l'amministrazione americana.

Il network è formato da una piramide con in cima Berlusconi, dietro di lui Gianni Letta, Niccolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Pippo Corigliano (Opus Dei), Luigi Bisignani (definito "un mafioso") Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Una "lobby di dinosauri" che " custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava", è in questo contesto di "disequilibrio informativo" che si crea la necessità da parte di Telecom Italia di costruire altri segreti con cui riequilibrare i rapporti con quella lobby, il network, a cui Tronchetti Provera non piace.

Spionaggio e controspionaggio, segreti ufficiali contro segreti raccolti illecitamente per acquisire posizione nelle zone alte della lobby da parte di Tronchetti. Queste sono le parole di un'imputato che potrebbe puntare tutto sull'effetto sorpresa con una disperata strategia difensiva, oppure gli basta dire la verità per far sembrare assurdo ciò che invece non è.

Via | La Repubblica

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