Di testi sui serial killer ne esistono tanti, ma In due si uccide meglio, di Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi, in uscita per Edizioni XII, rappresenta sicuramente una novità nel settore, essendo dedicato unicamente agli assassini seriali che colpiscono in coppia.
Il saggio tratta quindi di persone che uccidono, ma che lo fanno in due, e che dalla condivisione dell’esperienza omicidiaria ricavano maggior eccitazione e sicurezza.
Nella sua prefazione, il noto criminologo Ruben De Luca scrive:
È proprio questo il grosso problema dell’omicidio seriale in coppia: si tratta di un’azione mostruosa messa in atto da due persone, due individui istinti che la trovano piacevole e gratificante come se si trattasse di andare insieme al cinema o a mangiare la pizza. E questo evento disturba nel profondo la società umana. La condivisione dell’aberrazione automaticamente toglie forza all’onnipresente tesi della pazzia, della malattia mentale, che viene estratta dal cilindro ogni volta in cui c’è da trovare una spiegazione per un comportamento del genere.

La storia di Matthew Roberts sta facendo il giro dei principali quotidiani del mondo. Lui, lo vedete in foto, ha 41 anni e nel 1968, quando aveva pochi mesi, fu dato in adozione.
Dodici anni fa, dopo una serie di ricerche, riuscì a rintracciare sua madre nel Wisconsin e, dopo lettere su lettere, qualche tempo fa riuscì anche a farsi rivelare l’identità del padre: Charles Manson, noto serial killer statunitense di cui ci siamo occupati più volte.
Le cose sono andate così: la signora Terry fu stuprata da Manson nel corso di un’orgia di sesso e droga e per questo decise di dare in adozione il bambino.
Non ci volevo credere, ero spaventato ed arrabbiato, è come scoprire che tuo padre è Adolf Hitler. Io sono una persona pacifica col volto di un mostro. E’ il mio padre biologico e tra di noi c’è una connessione emotiva, non posso farci nulla: è la cosa peggiore di tutte, provare qualcosa per un mostro che ha stuprato mia madre. Non voglio amarlo, ma nemmeno odiarlo.
Gli annali del crimine sono pieni dei cosiddetti “angeli della morte“, serial killer che agiscono in ambito medico, spesso iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura.
Basti pensare a Jane Toppan, che confessò di aver ucciso ben trentuno persone, o a Genene Jones, la più recente e prolifica, responsabile della morte di almeno 46 pazienti tra adulti e bambini. L’italiana Sonya Caleffi, di cui ci siamo occupati recentemente, rientra in questa categorie di serial killer.
La sua “carriera” di serial killer inizia nel settembre del 2004 quando, grazie ad un curriculum impeccabile di infermiera professionista, viene assunta all’ospedale Manzoni di Lecco. Dopo le prime morti i colleghi della donna iniziano ad insospettirsi e nel dicembre dello stesso anno, nell’uccidere la quinta paziente, la Caleffi commette un errore.
Entra nella stanza di Maria Cristina, una quasi centenaria, fa uscire i parenti in maniera molto brusca e poi, con questi fuori della porta, uccide la donna. Tra i parenti della signora Maria c’è un’infermiera che si accorge che qualcosa non va.
Continua a leggere: Gli speciali di Crimeblog: l'infermiera killer Sonya Caleffi
Forse tutti voi ricordate la vicenda di Sonya Caleffi, l’infermiera serial killer di Como che tra il 2003 e il 2004 ha ucciso con iniezioni di aria cinque suoi pazienti.
La vicenda aveva avuto risonanza nazionale e la donna era persino stata intervistata da Franca Leosini e diventata protagonista di uno speciale de La Linea D’Ombra. La condanna a vent’anni di carcere arrivò nel marzo del 2008 e nell’ottobre dello stesso anno fu confermata dalla Cassazione.
Sono passati cinque anni dal suo arresto e la Caleffi ha già potuto beneficiare di una serie di sconti - indulto in primis - tanto che a questo punto ha già scontato metà della pena e per questo, dal prossimo febbraio, inizierà a godere dei primi permessi premio.
Come ben spiegato sul Corriere Di Como,
Le sarà consentito di uscire per qualche ora, per cominciare, probabilmente mezza giornata da trascorrere con i genitori, con il rientro in carcere fissato per la sera. La frequenza delle uscite, inizialmente mensile, potrà poi essere più intensa. La conferma arriva direttamente dai suoi legali che prevedono le prime richieste al magistrato di sorveglianza per la prossima primavera. Sarà lei stessa a preparare i moduli, che saranno vagliati dal magistrato. Credo che anche per la sua buona condotta non ci saranno problemi per concederle le uscite dal carcere.

Le teorie sulla vera identità del serial killer conosciuto come Jack Lo Squartatore, sono innumerevoli e si susseguono ormai da oltre cento anni.
Basandosi su ipotesi più o meno fondate, su piste più o meno giuste, nel corso degli anni sono spuntati una serie di nomi, che vanno da Montague John Druitt ad Aaron Kosminski, passando per Michael Ostrog e George Chapman, senza dimenticare l’ipotesi Mary Pearcey, la cosiddetta Jill The Ripper.
Ora lo storico Mei Trow, grazie alle moderne tecniche della polizia forense, è giunto alla conclusione che lo storico assassino di Whitechapel si chiamava Robert Mann ed in realtà era un dipendente dell’obitorio locale.
Ma non è tutto. Secondo Trow, Mann avrebbe ucciso ben sette prostitute e non cinque come si è detto fin’ora.
La teoria dell’uomo è frutto di due anni di intense ricerche sulla base dei documenti presenti nell’archivio dell’FBI secondo i quali Jack lo squartatore sarebbe stato “un uomo di bassa estrazione sociale, con un lavoro umile come il macellaio o l’assistente di un medico, quasi certamente un inetto sociale“.

Dopo le denunce della Polizia Penitenziaria si torna a parlare delle condizioni disagevoli in cui si trovano a vivere alcuni detenuti italiani.
Questa volta è uno di loro a sottolineare la sua condizione: Fabio Savi, co-fondatore della cosiddetta Banda Della Uno Bianca, condannato all’ergastolo per i 24 omicidi commessi tra il 1987 e il 1994. Savi, stando a quanto rivelano i principali quotidiani italiani, da circa un mese sta facendo lo sciopero della fame.
L’uomo, ora 49enne, è rinchiuso nel carcere di Voghera e da lì ha scritto una lettera in cui spiega le ragioni di tale protesta:
So di dovere scontare una giusta pena ed intendo farlo con la massima correttezza e dignità. Ma, come io ho il dovere di rispettare le regole, ho anche il diritto di una cella singola, di un lavoro per potere sostenere la mia famiglia, di reclamare per essere stato inserito in un circuito detentivo con mafiosi mentre non ho nulla a che vedere con questo titolo di reato.

L’uomo che vedete in foto si chiama Peter Bryan, ha 39 anni ed è un pericoloso assassino e cannibale, rinchiuso in un ospedale psichiatrico nel 1994, dopo che aveva ucciso a martellate la giovane Nisha Sheth, commessa di un negozio.
Otto anni dopo, per una serie di errori di giudizio, Bryan fu rimesso in libertà, affidato ad un assistente sociale. Peccato che la persona che avrebbe dovuto tenere d’occhio Bryan non aveva l’esperienza richiesta.
Nel 2002 fu ospitato in un ostello a nord di Londra insieme a questo giovane supervisore: nella primavera del 2004, mentre aveva ottenuto il permesso di trascorrere un pomeriggio libero, Bryan uccise il suo amico Brian Cherry, 43 anni, poi cucinò e mangiò una parte del suo cervello.
Dopo quel fatto fu rinchiuso in un istituto di Broadmoor e due mesi dopo strangolò il paziente Richard Loudwell.

Sono diminuite, rispetto allo scorso anno, ma non ancora del tutto scomparse. Stiamo parlando delle condanne a morte eseguite in Giappone, che da gennaio 2009 ad oggi sono state 7, rispetto alle 15 dell’anno precedente.
Oggi ne sono state eseguite ben tre: Hiroshi Maeue, 40 anni, Yukio Yamaji, 25 anni, e Chen Detong, 42 anni, tutte per impiccagione.
Maeue, conosciuto anche come il “Suicide Website Murderer”, per via dell’usanza di scovare le sue vittime grazie ad internet, non riusciva a raggiungere l’orgasmo se non strangolando le sue vittime, che sono state un ragazzino di 14 anni, una donna di 25 e un ragazzo di 21.
Tutti gli omicidi sono avvenuti ad Osaka, dopo il 2005. Già in passato era stato condannato al carcere per aver tentato di strangolare due donne nel 2001 e, successivamente, per aver provato ad uccidere un ragazzino nello stesso modo.
Continua a leggere: Giappone: eseguite oggi tre condanne a morte per altrettanti pluriomicidi

Dopo Marco Furlan, di cui ci eravamo occupati a più riprese, torna libero anche Wolfgang Abel. I due, spinti da una chiara matrice ideologica, erano stati condannati a 27 anni di carcere per aver ucciso, armati di spranghe e martelli, 15 persone tra il 1977 e il 1984 in diverse città del nord Italia e a Monaco di Baviera.
Le vittime erano prostitute, barboni, tossicodipendenti, frequentatori di sexy club, ma anche frati e preti. La loro “crociata purificatrice” , al grido di “Dio è con noi” (il motto delle SS), si interruppe nel 1984 quando i due, ricchi rampolli della Verona bene, vennero beccati in procinto di dare fuoco ad una discoteca di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Wolfgang Abel, considerato la mente del gruppo, in 23 anni di carcere si è sempre dichiarato innocente, “vittima di una persecuzione”. Ora vuole solo un lavoro. Un amico di famiglia gli ha promesso un’ assunzione nella sua azienda. I periti l’ avevano descritto come persona dal carattere dominante, fredda e molto intelligente, ma affetta da un “vero delirio a struttura paranoicale”. Alle sue spalle cinque tentativi di suicidio in carcere.
A volte ritornano. Parliamo delle ipotesi sull’ identità di Jack lo squartatore, l’ assassino seriale per eccellenza colpevole degli omicidi, avvenuti nel 1888, di almeno 5 prostitute nel degradato quartiere londinese di Whitechapel e dintorni.
Tutte le sue vittime vennero uccise allo stesso modo: sgozzate, sventrate e mutilate con armi da taglio. Molti organi, tra cui i genitali, asportati. L’ identità dell’ efferato killer è rimasta sempre un mistero, anche se le ipotesi al riguardo si sono sprecate.
Ora uno studioso del caso, il dr. Geoff Crawford, ha un nuovo nome: Frederick Bailey Deeming. Vissuto a Rainhill, vicino Liverpool, uccise la moglie e i suoi 4 figli prima di trasferirsi - impunito - in Australia dove nel 1892 venne condannato a morte per aver ucciso la sua seconda moglie.
Crawford sostiene che il modus operandi di Deeming è compatibile con quello di Jack lo squartatore: stesso tipo di tagli e ferite, stesso tipo di asportazione degli organi genitali. Ovviamente c’ è chi contesta questa teoria. Altri esperti infatti si dicono sicuri che F. B. Deeming all’ epoca dell’ autunno di terrore di Whitechapel fosse in Sud Africa e non a Londra.