
Nei giorni scorsi le agenzie hanno battuto la notizia dell’arresto in Spagna - a Pineda de Mar, vicino a Barcellona - di un “pericoloso” latitante membro camorra ed originario dell’Agro nocerino-sarnese, precisamente di Nocera Inferiore. La notizia è partita dal giornale La Vanguardia per poi rimbalzare più o meno identica sulle testate internazionali.
Con una panoramica tramite Google News possiamo notare innanzitutto il generico copia/incolla della stessa agenzia nelle testate europee, successivamente che in Italia se n’è parlato relativamente poco. Ma che soprattutto le generalità di tale Pietro M. non sono state volutamente diffuse, probabilmente perchè il soggetto ha un passato da collaboratore di giustizia. Pentito, insomma. O più semplicemente per pigrizia dei giornalisti, chissà.
Quello che non viene detto dalla testate nazionali lo diciamo noi: Pietro M. sta per Pietro Montella, ammirabile nella foto segnaletica, cinquantenne discreto con l’accusa di essere legato alle cosche camorristiche di Nocera e Pagani. Alle spalle ha una condanna ad oltre 20 anni di carcere in Italia per 2 omicidi commessi nel ‘94. Attualmente il mandato di cattura internazionale era stato emesso per omicidio, traffico di droga e associazione criminale. Dalla Spagna è già partito l’ordine di estradizione, per cui a breve verrà processato nei tribunali italiani.
Fonte | Noceranotizie.it e El Paìs
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Secondo gli investigatori si tratterebbe di un’informazione più che attendibile quella giunta oggi all’antimafia di Napoli, secondo la quale il clan camorrista dei Casalesi guidato dal super latitante Giuseppe Setola sarebbe in possesso di un ingente quantitativo di esplosivo.
Si parla di circa cinquanta chilogrammi di tritolo, destinati quasi sicuramente ad un attentato. Decine i possibili bersagli, dallo scrittore Roberto Saviano a qualche clan rivale, passando per magistrati e stazioni di polizia.
E’ in corso in queste ore il rafforzamento della protezione agli “obiettivi sensibili” presenti su tutto il territorio italiano e parallelamente si sta cercando di verificare la fonte da cui è partita la notizia.
Via | Quotidiano Nazionale
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Considerato il boss del clan di Cosa Nostra di Altofonte ed erede di Giovanni “lo scannacristiani” Brusca, Domenico Raccuglia è nato il 27 ottobre 1964 è latitante dal 1996.
Condannato a tre ergastoli per associazione di tipo mafioso, rapina, estorsione ed omicidio, Mimmo Raccuglia, noto anche come “U veterinario”, nel 2007 era considerato uno dei possibili successori del boss dei boss Bernando Provenzano, ma la sua mancanza di forze armate e di potere economico sembra non avergli permesso di salire quel gradino.
A quanto pare la latitanza non gli ha impedito di continuare a gestire i suoi affari, tanto che nel 1998 il suo nome era stato accostato a quello di un gruppetto di persone che volevano metter da parte Provenzano, mentre notizie più recenti risalgono all’ottobre 2005, in relazione all’omicidio di Maurizio Lo Iacono nell’ambito del mandamento di Partinico.
La sua prima condanna all’ergastolo risale al 1994 quando, su ordine di Giovanni Brusca, uccise Girolamo La Barbera, padre del pentito Gioacchino, uno dei testimoni chiave nel processo per l’omicidio di Giovanni Falcone.
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Continuiamo a parlare di Roberto Saviano, autore del best seller Gomorra, e del clan dei Casalesi. Dopo il dietro front sulla dichiarazione dell’altro ieri di Carmine Schiavone, a parlare è ora un altro Schiavone, Francesco, meglio conosciuto come “Sandokan” (foto), rinchiuso nel carcere di Opera in regime di 41 bis.
Schiavone, tramite un fax al suo avvocato letto per la prima volta durante la trasmissione di Canale 5 Matrix, che vedeva Saviano tra i protagonisti, avrebbe indirettamente minacciato lo scrittore napoletano, pur senza mai nominarlo.
Questo grande romanziere che fa il portavoce di chissà chi deve smettere di fare illazioni calunniose false su di me non solo in conferenza stampa, ma poi riportate sul giornale Repubblica che lo leggono milioni di persone, accostandomi a signori che non ho mai conosciuto
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Prima lancia l’allarme, poi torna sui suoi passi e si rimangia quanto dichiarato riguardo l’attentato previsto dal clan dei Casalesi per uccidere Roberto Saviano, lo scrittore del best seller Gomorra.
“Mai parlato di un attentato contro lo scrittore Saviano“. Lo ha rivelato oggi il pentito Carmine Schiavone durante un interrogatorio svolto oggi a Napoli dal procuratore Franco Roberti e da Antonio Ardituro, pm della Dda, ritrattando completamente l’allarme di ieri, che aveva già fatto pensare a Saviano di lasciare l’Italia, come riportato questa mattina alla stampa nazionale.
Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni!
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Dopo gli arresti degli ultimi giorni di alcuni membri appartenenti al clan dei Casalesi, ve ne abbiamo parlato qui e qui, giungono ora le dichiarazioni che qualche arrestata avrebbe fatto in cambio di uno sconto di pena.
Parliamo più precisamente di quanto rivelato dal pentito Carmine Schiavone, cugino dell’omonimo capo dei capi dei Casalesi nonostante sia detenuto e condannato all’ergastolo. Schiavone avrebbe rivelato, come riporta questa mattina dal Corriere della Sera, che:
Il piano della Camorra per uccidere Roberto Saviano sarebbe entrato nella fase operativa. Deciso all’unanimità dalle famiglie che aderiscono al cartello dei Casalesi e addirittura fissato con una scadenza a breve termine: entro Natale i clan vogliono ammazzare l’autore di Gomorra e se necessario anche i carabinieri che gli fanno da scorta. Contano di farlo con un attentato spettacolare sull’autostrada Roma-Napoli durante uno dei frequenti spostamenti dello scrittore e degli uomini che lo proteggono.
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In questi giorni sembra che si parli solo della spazzatura, piuttosto che dell’esercito che deve vigilare sulle discariche, o della polizia che sfonda le barricate dei manifestanti. Le forze dell’ordine però non stanno con le mani in mano:
E’ di 53 arresti e di circa 80 milioni di euro di beni sequestrati il bilancio dell’operazione dei carabinieri del comando provinciale di Caserta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli, scattata all’alba nei confronti del clan Iovine, inserito nella ‘galassia’ dei Casalesi
Per tutti gli arrestati le accuse sono di associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio e illecita concorrenza; una retata che casca proprio poco dopo il premio ricevuto a Cannes da Gomorra. Ci eravamo già occupati in passato di casalesi e dintorni, soprattutto in occasione delle rivelazioni del pentito Bidognetti.
Secondo le indagini coordinate dalla procura della Repubblica di Napoli, il clan Iovine avrebbe corrotto pubblici amministratori per acquisire appalti e servizi pubblici e procurato voti a candidati di comodo in occasione delle elezioni provinciali del 2004. I proventi illeciti delle sue attivita’ venivano reinvestiti in attivita’ imprenditoriali come la distribuzione ed il noleggio di videogiochi e le scommesse. Il lavoro degli investigatori, durato almeno cinque anni, ha gia’ portato alla cattura di due latitanti di spicco e al recupero di un kalashikov e fucili a pompa traendo in arresto anche tre pericolosi affiliati
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«Intendo rispondere e collaborare con la giustizia. Ho effettuato questa scelta in quanto ho deciso di cambiare vita, dopo 18 anni trascorsi nell’illegalità, ho cagionato enormi dispiaceri ai miei familiari. Non voglio più avere a che fare con i criminali». Con queste parole, il 3 novembre 2006 davanti al pubblico ministero Roberto Sparagna, ha inizato a collaborare Rocco Varacalli, 37 anni, di Natile di Careri appartenente alla famiglia Cua Pipicella, l’ultimo pentito di ‘ndrangheta.
Ha raccontato la sua carriera, dal 1988 al 2006: 15 omicidi, traffico di droga, faide fra ‘ndrine piemontesi e liguri. Fra gli omicidi eccellenti raccontati quello di Pasquale Marando, Roberto Romeo e di Giuseppe Donà. Le sue dichiarazioni, anche se tutte da verificare, ridisegnano l’organigramma delle cosche nel torinese. Oltre ai numerosi omicidi Varacalli descrive rocambolesche consegne di stupefacenti. Chili e chili di droga nascosti nel pane o addirittura in chiesa, dietro l’abside.
Dai 100 chili fatti arrivare a Natile, all’ultima carico prima del suo arresto, una nave che trasportava 500 chili di cocaina, partita dal Sudamerica e diretta a Genova via Australia. Da piccolo operaio di 15 anni, Rocco in pochi anni diventa una figura di spicco, capace di far arrivare a Torino mezzo chilo di droga la settimana. Ha contatti e rapporti con un maresciallo dei carabinieri, con impiegati della forestale, con i servizi segreti albanesi.
“Una delle principali attività economiche della ‘ndrangheta di Natile è rappresentata dal controllo degli appalti.” Ma quello che appare pericoloso è lo scenario descritto. Catturato Beppe Belfiore e scomparso Pasqualino Marando l’area del torinese, senza più personaggi di spicco, diventa terra di nessuno, terra di conquista.
Via: La Stampa
La notizia è di pochi giorni fa, ma importante. La Corte di Cassazione ha infatti confermato le condanne per gli imprenditori Lorenzo Panzavolta, Filippo Salamone e Giuseppe Bini colpevoli di concorso in associazione mafiosa per la vicenda degli appalti in Sicilia diretti da un’unica regia.
A parlare del famoso “tavolino” attorno a cui politici, boss mafiosi ed imprenditori Siciliani avrebbero deciso le sorti degli appalti per le grandi opere pubbliche in Sicilia era stato Angelo Siino, ex ministro dei lavori pubblici nominato da Riina ed ora collaboratore di giustizia. Salamone è stato colto da infarto dopo aver appreso la notizia della condanna confermata a 6 anni di reclusione, pena che dovrà scontare anche Panzavolta. A Giovanni Bini invece 8 anni.
Siino raccontò che la creazione del “tavolino degli appalti” avvenne proprio negli uffici della Calcestruzzi spa di Bergamo, gruppo Italcementi, di cui era manager Panzavolta e che proprio lì attorno si sedettero Antonino Buscemi, Giovanni Bini a rappresentare Cosa Nostra e Salamone titolare della Impresem per decidere la distribuzione di lavori appaltati in tutta l’isola.

Prima di diventare collaboratore di giustizia Antonino lavorava per la cosca Rosmini-Serraino -Nicolò. Fra i personaggi di spicco che fanno capo a questa ‘ndrina troviamo Francesco Serraino , ucciso nel 1985 sul letto d’ospedale, Paolo e Domenico Serraino arrestati nel 1995. Altro elemento di rilievo è stata Santa Margherita Di Giovine, detta Rita , trasferitasi a Milano sempre negli anni novanta, dedita al traffico di droga e di armi, anche lei collaboratrice.
E’ proprio in quegli anni che Gullì inizia a collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni confluiscono nell’operazione Olimpia, una delle più importanti degli anni ’90, e mettono sotto accusa Amedeo Matacena , che a sua voltà denunuciò Gullì per essere stato vittima di una sua estorsione. Matacena, nato a Catania da anni stabilitosi a Reggio, imprenditore dello stretto, quello dei ferribòt, per intenderci.
Il 6 febbraio del 1996, proprio in pieno programma di protezione, Gullì insieme a un altro collaboratore, Antonio Rodà, sparisce per 8 giorni. Al suo ritorno si rimangia le dichiarazioni fatte sull’omicidio Ligato . Nel 2002 termina definitivamente la sua attività di collaboratore. Fino a ieri.
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