
La cattura di Domenico Raccuglia, numero due di Cosa Nostra, è stata un successo dello Stato e delle Istituzioni: ma c’è un “ma” grosso come una casa. Ovvero una talpa, qualcuno dentro alle forze dell’ordine, che avrebbe avvisato, “i vivandieri” di Raccuglia, le due persone che provvedevano a fornirgli cibo durante la latitanza - che va bene, potesse mettere incinta la moglie, ma magari andare a fare la spesa era un po’ troppo -
Mentre gli investigatori tenevano sotto controllo la casa, a poche ore dal blitz nella notte tra sabato e domenica scorsi e’ stata intercettata una telefonata sull’utenza dei coniugi Benedetto Calamusa e Antonia Soresi, ritenuti i vivandieri del mafioso. Gli agenti hanno scoperto che quella telefonata era partita da un cellulare aziendale dei carabinieri
Un’ombra enorme, che è destinata ad allungarsi nei prossimi giorni: vi terremo aggiornati.
Foto | Flickr
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E’ l’edizione palermitana di Repubblica a riprendere le fila dell’indagine che segue l’arresto di Mimmo Raccuglia:
È un rompicapo ulteriore nel pozzo di misteri che è diventata quella busta sequestrata dalla squadra Catturandi nel covo di Calatafimi. Perché un mafioso latitante conservava la foto di un superburocrate regionale? L´aveva ritagliata lui o l´aveva ricevuta da qualcuno? Nell´uno e nell´altro caso, per quale motivo il boss di Altofonte era interessato alla foto del dirigente regionale, anche lui originario di Altofonte?
E’ Rino Lo Nigro il nuovo nome sul quale far luce. Oddio di luce sono anni che ne manca intorno a Lo Nigro, già invischiato in storie varie con nomi belli come Brusca, Cuffaro e autore possibile di una lettera anonima circolata a Palazzo di Giustizia dopo la strage di Capaci. Bella tessitura, non trovate? Anche perchè la ciliegina arriva in chiusura del pezzo di Repubblica:
Nel salotto di casa del boss Giuseppe Guttadauro, intercettato dal Ros, il medico Salvatore Aragona riferiva quanto aveva «saputo da un politico», così diceva: «Guarda che Lo Nigro è uomo del Sisde».
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Dell’arresto del boss mafioso Domenico “Mimmo” Raccuglia, detto “u vitirinariu”, considera il numero due di Cosa Nostra, ci siamo ampiamente occupati ieri: è stato catturato in una palazzina di Calatafimi Segesta (Trapani) e tra i materiali sequestrati ci sono anche molti “pizzini”, coi quali Raccuglia avrebbe mandato ordini e comunicazioni.
Inutile dire che gli inquirenti si sono subito messi al lavoro per decifrare quei bigliettini contenenti nomi e cifre di vario genere e, stando alle ultime notizie trapelate, sembra che siano già riusciti ad estrapolare quale dato utile.
E mentre Raccuglia, che era latitante da 13 anni, è in attesa del provvedimento per il carcere duro, gli esperti si interrogano su quello che accadrà ora. Innanzitutto cosa ci faceva Raccuglia, capo mandamento di Altofonte (Palermitano), nascosto in provincia di Trapani, gestita dal numero uno di Cosa Nostra Matteo “Diabolik” Messina Denaro?
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Della cattura del boss mafioso Domenico “Mimmo” Raccuglia, “u vitirinariu”, arrestato ieri in una palazzina di Calatafimi (Trapani) raccontavamo stamattina. Nel suo ultimo covo gli uomini della Squadra Catturandi hanno trovato diversi “pizzini”, almeno 120.000 euro in contanti, 2 pistole e una mitraglietta che il boss aveva in uno zainetto gettato dalla finestra al momento dell’irruzione dei poliziotti.
Armi che potrebbero essere state utilizzate in uno degli omicidi verificatisi negli ultimi mesi a Borgetto e Partinico.“Non ho niente da dire” ha dichiarato Raccuglia al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e ai sostituti Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene che lo hanno incontrato dopo l’arresto in un ufficio della Squadra Mobile. Poi però ha aggiunto: “avete visto in che condizioni vivevo?”.
A tradire il “numero due di cosa nostra”, come lo ha definito il ministro dell’interno Maroni, i movimenti dei suoi fiancheggiatori, coloro che periodicamente si recavano in quella palazzina di quattro piani, apparentemente disabitata, con bidoncini d’acqua e/o vivande. Venerdì scorso la svolta: da una finestra dello stabile, tenuto sotto controllo da telecamere piazzate dalla polizia, si vede l’immagine di un televisore in funzione. Lì dentro c’è qualcuno.

L’arresto di Domenico Raccuglia, detto Mimmo u vitirinariu, è stato salutato con applausi e feste: ma chi era Mimmo Raccuglia, a.k.a. Il Veterinario? Il numero due di Cosa Nostra era un pezzo grossissimo dell’organizzazione criminale. Ovviamente inserito nella lista dei Cento Latitanti più Pericolosi stilata dal Ministero dell’Interno.
Il Padrino di Altofonte era latitante da 13 anni: in cui era stato condannato a tre ergastoli, di cui uno per complicità nell’omicidio di Matteo, ricordate il bambino sciolto nell’acido da Brusca e co.? Raccuglia sapeva come nascondersi nelle sue terre. Per esempio travestendosi da frate, come scopriamo rileggendo di uno degli ultimi blitz in cui si era cercato consegnarlo alla giustizia:
Blitz dei carabinieri nel monastero greco ortodosso di Piana degli Albanesi, in cerca del boss Domenico Raccuglia. Un centinaio di militari, col supporto di un elicottero, hanno perlustrato anche la cripta, senza successo. Secondo alcuni testimoni, in passato il latitante si è travestito da frate
In puro Provenzano-style…
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Considerato il boss del clan di Cosa Nostra di Altofonte ed erede di Giovanni “lo scannacristiani” Brusca, Domenico Raccuglia è nato il 27 ottobre 1964 è latitante dal 1996.
Condannato a tre ergastoli per associazione di tipo mafioso, rapina, estorsione ed omicidio, Mimmo Raccuglia, noto anche come “U veterinario”, nel 2007 era considerato uno dei possibili successori del boss dei boss Bernando Provenzano, ma la sua mancanza di forze armate e di potere economico sembra non avergli permesso di salire quel gradino.
A quanto pare la latitanza non gli ha impedito di continuare a gestire i suoi affari, tanto che nel 1998 il suo nome era stato accostato a quello di un gruppetto di persone che volevano metter da parte Provenzano, mentre notizie più recenti risalgono all’ottobre 2005, in relazione all’omicidio di Maurizio Lo Iacono nell’ambito del mandamento di Partinico.
La sua prima condanna all’ergastolo risale al 1994 quando, su ordine di Giovanni Brusca, uccise Girolamo La Barbera, padre del pentito Gioacchino, uno dei testimoni chiave nel processo per l’omicidio di Giovanni Falcone.
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