
È stato nominato dal gip di Caltanissetta, Lirio Conti, il collegio dei periti che si occuperanno di effettuare gli accertamenti sul Dna di un uomo che avrebbe partecipato al fallito attentato all’Addaura del 1989 al giudice Giovanni Falcone.
L’incarico è stato disposto con la formula dell’incidente probatorio. Il materiale biologico isolato dalla polizia scientifica sarà confrontato, scrive il Giornale di Sicilia, con quello degli indagati - Salvatore Madonia, Gaetano Scotto, Raffaele e Angelo Galatolo - e di due agenti di polizia uccisi.
Il Dna è stato estratto dalla maschera da sub trovata nella borsa che conteneva l’esplosivo piazzato tra gli scogli sotto la villa di Falcone. Tra gli altri reperti sequestrati anche delle pinne e una muta.
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“Ho creato una grande banca dati dell’antimafia ma al ministero della Giustizia non sembra interessare, si preferisce piuttosto rivolgersi a ditte esterne pagando profumate parcelle. E io vado in pensione con la qualifica di commesso”.
A parlare, a La Repubblica, è Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto alla strage in cui perse la vita il giudice Rocco Chinnici e che per conto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si occupò di informatizzare il primo maxiprocesso a Cosa nostra nel 1985.
Ho resistito al tritolo della mafia, poi per anni sono rimasto rinchiuso nel bunker del pool per microfilmare le sei milioni di pagine del primo processo a Cosa nostra. Successivamente, ho creato una banca dati sulle cosche, sistematizzando le dichiarazioni dei pentiti.
Dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio è ritornata a farsi strada l’ipotesi investigativa della trattativa tra gli organi di Stato e Cosa Nostra. L’ipotesi si è fatta di giorno in giorno sempre più concreta grazie alle dichiarazioni dei pentiti – Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca su tutti - di Totò Riina, ma soprattutto di Massimo Ciancimino – figlio Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002.
Questi ha riportato alla luce l’ormai famoso “papello” ed informazioni preziose sulla trattativa avviata da “uomini delle istituzioni” con Cosa Nostra per interrompere la catena degli attentati. Ma bisogna tornare indietro nel tempo ed andare con ordine per capirci qualcosa. L’inizio dei rapporti tra le istituzioni e Cosa Nostra può retrodatarsi al 30 gennaio 1992 quando vengono confermate le condanne al maxiprocesso, o meglio annullate le assoluzioni, dei boss mafiosi Michele Greco, Totò Riina, Francesco Madonia e Pippo Calò…
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Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta vennero trucidati da un’autobomba piazzata a Palermo in via D’ Amelio. Meno di due mesi prima la stessa sorte era toccata a Giovanni Falcone, ai suoi “angeli custodi” e a sua moglie, lungo l’autostrada che da Punta Raisi va a Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci.
Per quelle stragi furono condannati all’ ergastolo Riina e i Corleonesi quali mandanti ed esecutori materiali. Ora, dopo 17 anni, la Procura della Repubblica di Caltanissetta ha riaperto le inchieste su Capaci, via D’ amelio e sull’ Addaura, cioè sui 58 candelotti di dinamite piazzati nel giugno ‘89 nella scogliera davanti alla casa di Falcone.
Nuovi testimoni parlano di altri mandanti. Nuovi indizi rafforzano l’ipotesi che non sia stata solo la mafia a voler uccidere Falcone e Borsellino o a mettere bombe a Firenze e Milano. Il pool di procuratori coordinati da Sergio Mari starebbe cercando di rintracciare uno 007 con “una faccia da mostro”.
L’appuntamento di Blu Notte di stasera sarà tutto dedicato alla mafia e coprirà un periodo di circa 15 anni, dalla morte del giudice Paolo Borsellino e la sua scorta a Palermo il 19 luglio 1992 fino ad oggi.
Un attentato mafioso a meno di due mesi di distanza dalla Strage di Capaci, il 23 maggio 1992, in cui persero la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.
Fino a quel tragico luglio era impensabile che Cosa Nostra potesse colpire con tanta ferocia a distanza di così poco tempo: un’inversione di rotta nella strategia adottata che proseguirà con altri attentati anche al di fuori della Sicilia.
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Inizia così la puntata di Blu Notte in onda stasera, ore 23.40, su RaiTre, dedicata a due delitti di Mafia avvenuti a Palermo all’inizio degli anni ‘90.
Si tratta dell’omicidio dell’agente di Polizia Antonino Agostino, ucciso insieme alla moglie il 5 agosto 1989 e della scomparsa dell’ex agente di Polizia Emanuele Piazza il 16 marzo 1990.
Il primo, la morte di Antonino Agostino, resta tutt’ora avvolto nel mistero, non ci sono colpevoli né mandanti, né moventi plausibili.
Turni cambiati all’ultimo minuto, una ex-fidanzata di famiglia mafiosa, strane preoccupazioni nei giorni che hanno preceduto l’omicidio stendono un ulteriore velo sulla morte di Agostino.
Un giallo irrisolto alimentato anche da due misteriose telefonate giunte nei giorni successivi all’omicidio, la prima all’Ansa di Palermo, la seconda ai Carabinieri, che rivelano un collegamento tra Agostino e un primo attentato al giudice Giovanni Falcone.
Il post-processo Franzoni, la monnezzopoli di Bari e tutte le altre notizie di cronaca rischiano di farci dimenticare una delle pagine più tristi della storia italiana: la strage di Capaci.
Era il 23 maggio del 1992 quando Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta morivano in uno degli attentati più feroci e vigliacchi. Quelle immagini sono ancora vive, e come 16 anni fa colpiscono allo stomaco. Per la bestialità dell’atto. Per il senso di angoscia. Per il disgusto.
Quello che allora colpì fu il sentirsi impotenti. Tutti sapevano il rischio che correva il magistrato. La risposta di Cosa Nostra era scontata, ma Giovanni Falcone doveva andare avanti, baluardo dell’Italia civile e servitore dello Stato. Lo sapeva anche lui. Era consapevole del rischio che correva, ciò nonostante ha fatto quello che rende un uomo un eroe: ha proseguito nonostante tutto. Perchè non poteva fare altro. Di li a poco seguì la sua sorte Paolo Borsellino.
Uomini come loro andrebbero studiati a scuola durante l’ora di educazione civica. Andrebbero ricordati per quello che hanno rappresentato, commemorati dallo Stato. Ed invece la loro memoria viene infangata proprio da alcune delle cariche dello Stato più alte. Il loro martirio messo sullo stesso piano di quei pregiudicati e quei mafiosi contro cui hanno sempre lottato.
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