
La storia di Caterina Somellini è straziante: nel 1995 le uccidono i figli e il genero, un agguato mafioso, a Corleone. Uno dei nipoti fu ferito nell’agguato, ma si salvò, lei fece da madre ai nipoti. Oggi, a 15 anni di distanza dalla tragedia, a Caterina Somellini sono stati negati i benefici per le vittime di reati mafiosi, il Ministero dell’Interno ha respinto la sua richiesta.
Caterina Somellini, madre delle vittime, nonna di due bambini rimasti orfani, si costituì parte civile nel processo: in cui c’erano imputati a dir poco “pesanti”, per fare qualche nome, Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca accusati di essere gli autori materiali) e Giovanni Riina, ancora incensurato, figlio del noto Totò Riina.
Malgrado sia rimasta a Corleone - dove anche l’ex sindaco si è costituito parte civile - Caterina Somellini viene lasciata sola dalla Stato: rileggere questo pezzo del 2001, al termine del processo, fa un certo effetto
«Non perdono, non posso perdonare Giovanni Riina, almeno per adesso». È l’ unica frase che Caterina Somellini, la mamma coraggio, sussurra dopo la sentenza che ha emesso una raffica di ergastoli. Ergastoli per la morte dei suoi due figli e di suo genero
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(qui e qui la prima e la seconda parte dello speciale trattativa stato-mafia)
La Strage di Via D’Amelio. Arriviamo al 19 Luglio 1992: alle ore 16,58 una Fiat 126 caricata con 100 kg di tritolo causò una violentissima esplosione in via Mariano D’Amelio a Palermo uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Claudio Traina, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Eddie Walter Cosina. La sentenza è stata eseguita. Sul Corriere uno speciale che consente di mettere insieme i pezzi di cronaca dell’epoca, in cui si parla anche delle molte discrepanze della vicenda: gli uomini della scorta e Borsellino sapevano che Via D’Amelio era una strada a rischio, ancora di più in quel momento, ma le richieste preventive per la rimozione dei veicoli in sosta in quel tratto non fu mai accolta dal comune di Palermo.
La magistratura è riuscita a ricollegare definitivamente l’attentato a Borsellino come conseguenza del “dialogo” aperto dai carabinieri del ROS Giuseppe De Donno e Mario Mori con i vertici di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino. La sentenza denominata “Borsellino bis” ha scritto nero su bianco che questa trattativa, come abbiamo già accennato, fu uno dei principali fattori esterni a Cosa Nostra che andarono ad interferire con i processi decisionali della strage. Secondo il pentito Giovanni Brusca l’eliminazione di Borsellino subì una brusca accelerazione sui tempi pianificati da Cosa Nostra perché rappresentava, in quel momento, un ostacolo alla trattativa tra alcuni pezzi delle istituzioni e l’associazione mafiosa. Borsellino diviene improvvisamente “bersaglio principale” perché viene a conoscenza di qualcosa che non avrebbe dovuto sapere.
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(qui la prima parte dello speciale Stato-Mafia)
L’inizio della Trattativa Stato-Mafia. Dopo la strage di Capaci in cui muore Giovanni Falcone, uno degli artefici del maxiprocesso che aveva messo in crisi Cosa Nostra, lo Stato si trova a dover dare una risposta forte ed istituzionale. Succede così che il Ministro dell’Interno Scotti e quello di Grazia e Giustizia Martelli preparino un decreto antimafia con concede benefici ai pentiti ed introduce il regime del carcere duro per i mafiosi (il futuro 41 bis), proprio grazie alla collaborazione interna di Giovanni Falcone, troppo spesso tacciato di “collaborazionismo”.
In questi ultimi mesi si è venuto a sapere, soprattutto grazie alle dichiarazioni dello stesso Claudio Martelli, che due ufficiali dei Ros – Mori e De Donno – hanno frequenti colloqui investigativi con Vito Ciancimino per fargli fare da tramite con i boss Riina e Provenzano. Attraverso le versioni di Massimo Ciancimino ed i pentiti, su tutti Brusca, si sa che le trattative iniziano proprio qui. Si parla chiaramente di un incontro tra De Donno – mai smentito – con Massimo Cianciamino da dove sarebbe partito tutto.
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Dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio è ritornata a farsi strada l’ipotesi investigativa della trattativa tra gli organi di Stato e Cosa Nostra. L’ipotesi si è fatta di giorno in giorno sempre più concreta grazie alle dichiarazioni dei pentiti – Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca su tutti - di Totò Riina, ma soprattutto di Massimo Ciancimino – figlio Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002.
Questi ha riportato alla luce l’ormai famoso “papello” ed informazioni preziose sulla trattativa avviata da “uomini delle istituzioni” con Cosa Nostra per interrompere la catena degli attentati. Ma bisogna tornare indietro nel tempo ed andare con ordine per capirci qualcosa. L’inizio dei rapporti tra le istituzioni e Cosa Nostra può retrodatarsi al 30 gennaio 1992 quando vengono confermate le condanne al maxiprocesso, o meglio annullate le assoluzioni, dei boss mafiosi Michele Greco, Totò Riina, Francesco Madonia e Pippo Calò…
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Considerato il boss del clan di Cosa Nostra di Altofonte ed erede di Giovanni “lo scannacristiani” Brusca, Domenico Raccuglia è nato il 27 ottobre 1964 è latitante dal 1996.
Condannato a tre ergastoli per associazione di tipo mafioso, rapina, estorsione ed omicidio, Mimmo Raccuglia, noto anche come “U veterinario”, nel 2007 era considerato uno dei possibili successori del boss dei boss Bernando Provenzano, ma la sua mancanza di forze armate e di potere economico sembra non avergli permesso di salire quel gradino.
A quanto pare la latitanza non gli ha impedito di continuare a gestire i suoi affari, tanto che nel 1998 il suo nome era stato accostato a quello di un gruppetto di persone che volevano metter da parte Provenzano, mentre notizie più recenti risalgono all’ottobre 2005, in relazione all’omicidio di Maurizio Lo Iacono nell’ambito del mandamento di Partinico.
La sua prima condanna all’ergastolo risale al 1994 quando, su ordine di Giovanni Brusca, uccise Girolamo La Barbera, padre del pentito Gioacchino, uno dei testimoni chiave nel processo per l’omicidio di Giovanni Falcone.
Continua a leggere: I cento latitanti più pericolosi d’Italia: Mimmo Raccuglia, il boss di Altofonte
La notizia è di pochi giorni fa, ma importante. La Corte di Cassazione ha infatti confermato le condanne per gli imprenditori Lorenzo Panzavolta, Filippo Salamone e Giuseppe Bini colpevoli di concorso in associazione mafiosa per la vicenda degli appalti in Sicilia diretti da un’unica regia.
A parlare del famoso “tavolino” attorno a cui politici, boss mafiosi ed imprenditori Siciliani avrebbero deciso le sorti degli appalti per le grandi opere pubbliche in Sicilia era stato Angelo Siino, ex ministro dei lavori pubblici nominato da Riina ed ora collaboratore di giustizia. Salamone è stato colto da infarto dopo aver appreso la notizia della condanna confermata a 6 anni di reclusione, pena che dovrà scontare anche Panzavolta. A Giovanni Bini invece 8 anni.
Siino raccontò che la creazione del “tavolino degli appalti” avvenne proprio negli uffici della Calcestruzzi spa di Bergamo, gruppo Italcementi, di cui era manager Panzavolta e che proprio lì attorno si sedettero Antonino Buscemi, Giovanni Bini a rappresentare Cosa Nostra e Salamone titolare della Impresem per decidere la distribuzione di lavori appaltati in tutta l’isola.
1969. È ottobre, la notte tra il 17 e il 18. L’uomo che ha messo piede sulla Luna due mesi fa qui a Palermo sembra ancora più lontano, un eroe di quelli raccontati dai cantastorie che ancora si aggirano per l’isola circondati da ragazzini festanti e increduli. Da quattro secoli fa parte del piano regolatore della città l’Oratorio di San Lorenzo, ed è affidato ai frati francescani.
Nel 1609 Caravaggio ha dipinto per l’oratorio di San Lorenzo una grande tela, raffigurante una natività: Natività con i santi Francesco e Lorenzo. È l’ultima opera che dipinge in Sicilia, subito dopo va a Napoli e l’anno seguente morirà in Campania. La natività dal 1609 al 1969 si è conservata magnificamente e fa bella mostra di sé nell’altare principale. I critici la considerano l’opera meglio conservata dell’artista del periodo siciliano. Da tutto il mondo artisti, critici, religiosi e semplici turisti vengono ad ammirarla da vicino ed è segnalata in ogni guida che si rispetti. Questa notte verrà rubata, senza lasciare alcuna traccia di sé.
2008. A quasi 40 anni di distanza, il furto della Natività di Caravaggio resta un mistero irrisolto, e il quadro è stato inserito nella lista dei 10 capolavori più ricercati dalle polizie di tutto il mondo. Indagano per ritrovarlo perfino (invano) FBI e Scotland Yard. Tra tanti misteri, una sola certezza sembra emergere. Il mandante, l’esecutore e, forse, l’attuale detentore: mafia.