
Si è conclusa questa mattina all’alba, con l’esecuzione di 17 ordinanze di custodia cautelare, un’inchiesta atta a smantellare un clan criminale dedito allo sfruttamento della prostituzione nella piana d’Albenga.
Tabula Rasa, questo il nome dell’inchiesta e della relativa operazione, ha portato all’arresto di 17 persone - italiani, rumeni ed albanesi - con l’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, detenzione e porto illegale di armi da guerra e il già citato sfruttamento della prostituzione.
Gli arresti sono stati eseguiti dai comandi provinciali di Savona, Genova, Torino e Imperia al termine di due anni di indagini iniziate nel 2008 dopo l’omicidio di una giovane prostituta.
Da quanto è emerso fin’ora, pare che le prostitute fossero costrette ad obbedire, come succede spesso in questi casi, con minacce e violenze. Il ruolo dell’aguzzino era ricoperto dalla donna del capo dell’organizzazione.

Dopo il caso di Treviso, emerso qualche settimana fa, un’altra storia di sfruttamento di manodopera cinese è stata scoperta in provincia di Bergamo.
Una 35enne cinese, insieme ad altri due connazionali, aveva messo in piedi un piccolo laboratorio tessile illegale, in un capannone fuori mano, in cui erano impiegati sei suoi connazionali.
Dormivano, mangiavano e lavoravano lì, in stretti spazzi e in condizioni igienico-sanitarie giudicate precarie dagli agenti che hanno effettuato l’operazione.
Non c’era riscaldamente i sei connazionali venivano costretti a turni di lavoro lunghissimi: confezionavano camicie destinate alla vendita nei mercatini ambulanti.
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Cittadini cinesi fatti venire in Italia illegalmente e ridotti in schiavitù, costretti a lavorare per moltissime ore al giorno in condizioni pessime. La storia non è nuova.
Nel marzo del 2008 a Reggio Emilia fu scoperta un’azienda che, in un capannone, faceva vivere e lavorare circa 50 cittadini cinesi, qualche mese dopo è successa la stessa cosa a Bergamo e nel gennaio dello scorso anno è emersa la vicenda dell’azienda tessile di Cavezzo, in provincia di Modena.
Ieri a Dosson Di Casier, in provincia di Treviso, la 44enne Hu Yunhua, titolare del laboratorio tessile Confezione Xindà, è stata arrestata con l’accusa di aver impiegato al lavoro connazionali clandestini
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Dopo i sei arresti per racket eseguiti pochi giorni fa tra Caserta, Napoli e Modena, oggi altre 22 persone sono finite in manette con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione, detenzione illecita di materiale esplodente e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso.
Questa volta si tratta di camorristi appartenenti ai clan degli Ascione-Papale e Birra-Iacomino, prevalentemente attivi nella zona che va da Torre del Greco ad Ercolano.
A far partire l’indagine sono stati alcuni commercianti, stanchi di dover pagare il “pizzo” e di ricevere minacce.
Se qualcuno tentava di ribellarsi, la sua attività veniva seriamente danneggiata, come è accaduto ad un operatore economico, che ha subito un attentato dinamitardo dopo essersi rifiutato di pagare.
Ieri si è concluso il processo Spartacus ma, come più volte ribadito dallo scrittore Roberto Saviano, il clan dei Casalesi è tutt’altro che sconfitto.
Sei persone, ritenute affiliate proprio al clan dei Casalesi, sono state arrestate tra Caserta, Napoli e Modena con l’accusa di estorsione continuata in concorso aggravata dal metodo mafioso.
Chiedevano il pizzo e lo facevano prevalentemente nei periodi natalizi e pasquali, quando si suppone che i guadagni dei negozianti siano maggiori rispetto agli altri periodi.
Tra i sei arrestati c’è anche Giovanni Venosa - nipote del boss Luigi “Cocchiere” Venosa condannato all’ergastolo proprio nel processo Spartacus ed ora in attesa della sentenza della Cassazione - che era già finito in manette lo scorso 3 gennaio con le stesse accuse.

Luminita Constandache, 22 anni, Speranta Feraru e Ionel Raulet, entrambi pregiudicati di 23 anni, sono stati arrestati due mattine fa a Genova, nel quartiere Sampierdarena, accusati di sfruttamento della prostituzione, estorsione, lesioni e minacce nei confronti di una loro connazionale, una ragazza romena di 21 anni.
La giovane era stata convinta da Raulet a venire in Italia con lui con la promessa di un matrimonio, di un lavoro onesto e quindi della possibilità di inviare denaro alla propria famiglia. Ovviamente gli intenti dell’uomo erano ben diversi.
La 21enne in poco tempo si è ritrovata sul ciglio della strada, a prostituirsi per il gruppetto di tre sfruttatori, ai quali riusciva a consegnare circa 500/600 euro al giorno.
Quando ha capito Raluet non aveva alcuna intenzione di sposarla, ma che l’aveva portata in Italia soltanto per sfruttarla, la 21enne ha deciso di “mettersi in proprio”.

E’ stato diffuso pochi giorni fa il risultato di uno studio condotto dall’Ufficio Studi della Associazione Artigiani e Piccole Imprese, la Cgia di Mestre, sulla base di un’elaborazione in cui sono stati messi a confronto alcuni indicatori regionalizzati riferiti al 2008 quali la disoccupazione, i fallimenti, i protesti, i tassi di interesse applicati, le denunce di estorsione e di usura, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze ed impieghi registrati negli istituti di credito.
Emerge così che la Campania è la regione più a rischio con un tasso di usura di 173, ovvero il 73% in più rispetto alla media italiana. Seguono la Calabria (63% in più), Puglia (44%) e Sicilia (43%).
sul podio degli ‘intoccabili’ dagli strozzini o quasi, stanno il Trentino Alto Adige con un indice di rischio usura pari a 50 (50% in meno della media nazionale), seguito dalla Valle d’Aosta con 61 (39% in meno della media Italia), dal Veneto con 66 (34% in meno della media Italia) e dall’Emilia Romagna con 68 (32% in meno del dato medio Italia)
Per quanto riguarda invece il rapporto denunce per usura ogni 100mila abitanti, ma i dati risalgono al 2007, al primo posto troviamo il Molise, seguita dalla Campania.
Per le estorsioni invece, sempre tenendo conto del numero di denunce ogni 100mila abitanti, sul podio ci sono Campania e Calabria, rispettivamente con 25,67 e 22,02 denunce ogni centomila abitanti.
Via | CGIA Mestre
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Forse vi ricorderete del volto poco rassicurante di Manuela “o masculone” Terracciano, figlia del boss Salvatore, accusata qualche mese fa di aver ucciso il 24enne Nicola Sarpa durante i festeggiamenti di Capodanno.
La 22enne alla fine si era costituita, dichiarandosi innocente. L’accusa mossa nei suoi confronti era di omicidio volontario e oggi il gip ha deciso per una condanna a 10 anni di carcere, rispetto ai 30 chiesti dal pm.
Ma potrebbe non essere ancora finita: stando a quanto riferisce La Repubblica di Napoli, il legale di parte civile ha annunciato il ricorso.
Via | La Repubblica di Napoli

Ventuno anni ed un metodo tutto suo per fare un po’ di soldi: pubblicava annunci erotici fingendo di essere una ragazza, si faceva inviare immagini in pose provocanti e chiedeva soldi per non diffondere tali materiali.
A quanto pare qualcuno c’è cascato e il trucco è stato scoperto, così come il suo autore: un 21enne bergamasco, denunciato con l’accusa di estorsione e frode informatica.
Così ne parla Bergamo News:
Al posto delle immagini hard della ragazza, la vittima si è vista recapitare invece il filmato che poco prima aveva lui stesso inviato con la sua webcam. Alle immagini, l’estorsore ha allegato la richiesta di due codici di ricariche telefoniche da 15 euro, pena la diffusione del filmato hard sul web.
Il 24enne bergamasco, vittima dell’estorsione, ha subito denunciato tutto ai carabinieri che, grazie alla traccia lasciata dalle ricariche telefoniche, hanno individuato l’autore.
Via | Bergamo News
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Ha rubato una carta di credito ed usato circa 700 euro per saldare alcuni debiti, poi è riuscito a rientrare in possesso di quei soldi ed ha deciso di contattare il proprietario per restituirgli carta e denaro, ma è stato ricattato da quest’ultimo.
E’ quello che è accaduto ad un padovano di 26 anni, che dopo aver commesso il reato ha deciso di redimersi, ma il proprietario della carta non si è accontentato dei 700 euro ed ha chiesto al giovane ben 2000 euro per non sporgere denuncia.
Il 26enne, dopo aver accettato la proposta, si è rivolto alle autorità che hanno organizzato con lui lo scambio di denaro: i due si sono incontrati a Verona e quando il 36enne originario di Melisano, Lecce, ha accettato la prima parte della somma richiesta, 1000 euro, i militari sono intervenuti e l’hanno arrestato.
Per il ladruncolo padovano è scattata una denuncia per furto e indebito utilizzo di un documento bancario, mentre il leccese è stato arrestato per estorsione.
Via | TgCom
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