
Nuovo blitz anticamorra nei confronti del clan dei Casalesi, a meno di cinque giorni dall’ultima ondata di arresti che aveva coinvolto membri ed affiliati del clan camorrista operante nel Casertano.
Questa volta a finire in manette sono stati 9 membri della famiglia Schiavone, capeggiata da Francesco “Sandokan”, condannato all’ergastolo nel processo Spartacus e attulamente detenuto in regime di 41 bis.
A dare un nuovo impulso alle indagini è stato l’omicidio di Laiso Crescenzo, considerato affiliato al clan Schiavone, ucciso in un agguato lo scorso 20 aprile a Villa di Briano.

Nuovo blitz anticamorra nei confronti del clan dei Casalesi, che non ha certo bisogno di presentazioni. Ben 14 persone sono finite in manette con le accuse di associazione mafiosa, subornazione, induzione a non rendere dichiarazioni all’Autorità Giudiziaria, riciclaggio e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante del metodo mafioso.
Destinatari delle ordinanze di custodia cautelare in carcere sono 14 membri e affiliati del clan dei Bidognetti, capitanato da Francesco “Cicciotto e’ mezzanotte” Bidognetti, condannato all’ergastolo nel processo Spartacus.
Tra i colpiti, si legge su CasertaSette, “vi è anche un legale del Foro di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), difensore di alcuni esponenti di spicco del clan, a cui viene contestato il concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta dell’avvocato Carmine D’Aniello, con studio legale nell’agro aversano“.
Quest’ultimo, stando a quanto emerso, avrebbe fatto da messaggero tra Bidognetti, detenuto in regime di 41bis, e l’esterno, contribuendo così a mantenere il suo ruolo di leader del clan.
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E’ definitiva la condanna all’ergastolo per Romulus Nicolae Mailat, il cittadino romeno che la sera del 30 ottobre 2007 violentò ed uccise la signora Giovanna Reggiani, 47 anni, nei pressi della stazione ferroviaria Tor di Quinto a Roma.
Nel corso del processo di primo grado Mailat, grazie alla concessione delle circostanze attenuanti, venne condannato a 29 anni di carcere, pena che nel processo d’appello, conclusosi il 9 luglio dello scorso anno, fu aumentata e portata all’ergastolo.
L’imputato decise di presentare un ulteriore ricorso, respinto nella giornata di ieri dalla prima sezione penale della Cassazione.
Ora la sentenza per Mailat è definitiva: dovrà scontare l’ergastolo per l’omicidio di Giovanna Reggiani.

Pochi giorni fa ha fatto molto discutere la decisione della Cassazione di confermare i cinque anni di carcere a Stefano Lucidi, il pirata della strada che il 22 maggio 2008 uccise Alessio Giuliani e Flaminia Giordani a Roma.
Ora anche il caso di Emanuela Panetti è destinato a far aprire un dibattito. La 28enne è deceduta nel novembre del 2008 a Roma, a seguito di un incidente stradale provocato da una ragazza di 20 anni.
L’incidente è avvenuto nei pressi di via Ardeatina, nella Capitale: la 20enne non rispettò l’obbligo di precedenza ed investì la Smart con a bordo Emanuela Panetti. Quest’ultima morì il giorno successivo a causa delle lesioni riportate.
A poco più di un anno di distanza si è concluso il processo di prima grado che vedeva imputata la ragazza romana, ora 22enne. L’accusa era di omicidio colposo e, con patteggiamento della pena, la giovane è stata condannata a scontare un anno e due mesi di reclusione, con la sospensione della patente per sei mesi.
Un nuovo colpo è stato inferto nelle ultime ore al clan camorristico dei Casalesi: il boss Pasquale Giovanni Vargas, inserito nella lista dei cento latitanti ricercati più pericolosi, è stato arrestato a Giugliano, al confine tra Napoli e Caserta.
Vargas, 43 anni, è considerato il braccio destro del boss Francesco Bidognetti e suo erede: nell’ambito del processo Spartacus, che si è definitivamente concluso qualche settimana fa, è stato condannato a 12 anni di carcere.
Lui, considerato un killer ed un estorsore, operava prevalentemente tra Castel Volturno, Mondragone e Casal di Principe e, secondo quanto reso noto dalle autorità, faceva da ponte tra il latitante Michele Zagaria e le altre frange del clan.
Continua a leggere: Chi è Pasquale Giovanni Vargas, l'erede di Bidognetti arrestato a Giugliano?
Le sigarette rappresentano un prodotto pericoloso per la salute umana e, in quanto tali, chi le produce e vende è responsabile dei danni prodotti ai fumatori e dei rischi da questi corsi.
A stabilirlo è la Corte di Cassazione con la Sentenza n. 26516 (Sezione Terza Civile, Presidente G.B. Petti, Relatore A. Segreto): un fumatore, seguendo la dicitura “lights” ed “extra lights” presente sui pacchetti di sigarette e convinto che queste ultime fossero meno dannose, aveva cambiato prodotto e addirittura aumentato il consumo di sigarette.
L’uomo ha chiamato in giudizio la Bat Italia spa e i Monopoli di Stato ed ha chiesto loro un risarcimento. Ora la Corte di Cassazione ha dato ragione all’uomo, creando così un precedente.
Ecco qualche stralcio della sentenza:
l’art. 2050 c.c. statuisce che: “Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno’. […] Se l’attività ha ad oggetto la realizzazione di un prodotto destinato alla commercializzazione e poi al consumo, la caratteristica di “pericolosità’ può riguardare anche tale prodotto, indipendentemente dal punto che esso sia altamente idoneo a produrre danni non nella fase della produzione o della commercializzazione, ma nella fase del consumo.
Ieri si è concluso il processo Spartacus ma, come più volte ribadito dallo scrittore Roberto Saviano, il clan dei Casalesi è tutt’altro che sconfitto.
Sei persone, ritenute affiliate proprio al clan dei Casalesi, sono state arrestate tra Caserta, Napoli e Modena con l’accusa di estorsione continuata in concorso aggravata dal metodo mafioso.
Chiedevano il pizzo e lo facevano prevalentemente nei periodi natalizi e pasquali, quando si suppone che i guadagni dei negozianti siano maggiori rispetto agli altri periodi.
Tra i sei arrestati c’è anche Giovanni Venosa - nipote del boss Luigi “Cocchiere” Venosa condannato all’ergastolo proprio nel processo Spartacus ed ora in attesa della sentenza della Cassazione - che era già finito in manette lo scorso 3 gennaio con le stesse accuse.

Sono passati poco più di tre anni dall’omicidio della 20enne Hina Saleem, sgozzata l’11 agosto del 2006 a Sarezzo, Brescia, dal padre, Mohamed Saleem, con la complicità di due suoi cognati ed uno zio.
Il ricorso in appello, nel dicembre scorso, si era concluso con la conferma della condanna: 30 anni per il padre e 17 ai due cognati.
Ora ci hanno riprovato e la Cassazione non ha fatto altro che confermare, nell’ultimo grado di giudizio, tutti gli anni di carcere, rendendo così definitive le condanne.
Via | Bergamo News
Gli annali del crimine sono pieni dei cosiddetti “angeli della morte“, serial killer che agiscono in ambito medico, spesso iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura.
Basti pensare a Jane Toppan, che confessò di aver ucciso ben trentuno persone, o a Genene Jones, la più recente e prolifica, responsabile della morte di almeno 46 pazienti tra adulti e bambini. L’italiana Sonya Caleffi, di cui ci siamo occupati recentemente, rientra in questa categorie di serial killer.
La sua “carriera” di serial killer inizia nel settembre del 2004 quando, grazie ad un curriculum impeccabile di infermiera professionista, viene assunta all’ospedale Manzoni di Lecco. Dopo le prime morti i colleghi della donna iniziano ad insospettirsi e nel dicembre dello stesso anno, nell’uccidere la quinta paziente, la Caleffi commette un errore.
Entra nella stanza di Maria Cristina, una quasi centenaria, fa uscire i parenti in maniera molto brusca e poi, con questi fuori della porta, uccide la donna. Tra i parenti della signora Maria c’è un’infermiera che si accorge che qualcosa non va.
Continua a leggere: Gli speciali di Crimeblog: l'infermiera killer Sonya Caleffi
Forse tutti voi ricordate la vicenda di Sonya Caleffi, l’infermiera serial killer di Como che tra il 2003 e il 2004 ha ucciso con iniezioni di aria cinque suoi pazienti.
La vicenda aveva avuto risonanza nazionale e la donna era persino stata intervistata da Franca Leosini e diventata protagonista di uno speciale de La Linea D’Ombra. La condanna a vent’anni di carcere arrivò nel marzo del 2008 e nell’ottobre dello stesso anno fu confermata dalla Cassazione.
Sono passati cinque anni dal suo arresto e la Caleffi ha già potuto beneficiare di una serie di sconti - indulto in primis - tanto che a questo punto ha già scontato metà della pena e per questo, dal prossimo febbraio, inizierà a godere dei primi permessi premio.
Come ben spiegato sul Corriere Di Como,
Le sarà consentito di uscire per qualche ora, per cominciare, probabilmente mezza giornata da trascorrere con i genitori, con il rientro in carcere fissato per la sera. La frequenza delle uscite, inizialmente mensile, potrà poi essere più intensa. La conferma arriva direttamente dai suoi legali che prevedono le prime richieste al magistrato di sorveglianza per la prossima primavera. Sarà lei stessa a preparare i moduli, che saranno vagliati dal magistrato. Credo che anche per la sua buona condotta non ci saranno problemi per concederle le uscite dal carcere.