
Pochi giorni fa ha fatto molto discutere la decisione della Cassazione di confermare i cinque anni di carcere a Stefano Lucidi, il pirata della strada che il 22 maggio 2008 uccise Alessio Giuliani e Flaminia Giordani a Roma.
Ora anche il caso di Emanuela Panetti è destinato a far aprire un dibattito. La 28enne è deceduta nel novembre del 2008 a Roma, a seguito di un incidente stradale provocato da una ragazza di 20 anni.
L’incidente è avvenuto nei pressi di via Ardeatina, nella Capitale: la 20enne non rispettò l’obbligo di precedenza ed investì la Smart con a bordo Emanuela Panetti. Quest’ultima morì il giorno successivo a causa delle lesioni riportate.
A poco più di un anno di distanza si è concluso il processo di prima grado che vedeva imputata la ragazza romana, ora 22enne. L’accusa era di omicidio colposo e, con patteggiamento della pena, la giovane è stata condannata a scontare un anno e due mesi di reclusione, con la sospensione della patente per sei mesi.
Un nuovo colpo è stato inferto nelle ultime ore al clan camorristico dei Casalesi: il boss Pasquale Giovanni Vargas, inserito nella lista dei cento latitanti ricercati più pericolosi, è stato arrestato a Giugliano, al confine tra Napoli e Caserta.
Vargas, 43 anni, è considerato il braccio destro del boss Francesco Bidognetti e suo erede: nell’ambito del processo Spartacus, che si è definitivamente concluso qualche settimana fa, è stato condannato a 12 anni di carcere.
Lui, considerato un killer ed un estorsore, operava prevalentemente tra Castel Volturno, Mondragone e Casal di Principe e, secondo quanto reso noto dalle autorità, faceva da ponte tra il latitante Michele Zagaria e le altre frange del clan.
Continua a leggere: Chi è Pasquale Giovanni Vargas, l'erede di Bidognetti arrestato a Giugliano?
Le sigarette rappresentano un prodotto pericoloso per la salute umana e, in quanto tali, chi le produce e vende è responsabile dei danni prodotti ai fumatori e dei rischi da questi corsi.
A stabilirlo è la Corte di Cassazione con la Sentenza n. 26516 (Sezione Terza Civile, Presidente G.B. Petti, Relatore A. Segreto): un fumatore, seguendo la dicitura “lights” ed “extra lights” presente sui pacchetti di sigarette e convinto che queste ultime fossero meno dannose, aveva cambiato prodotto e addirittura aumentato il consumo di sigarette.
L’uomo ha chiamato in giudizio la Bat Italia spa e i Monopoli di Stato ed ha chiesto loro un risarcimento. Ora la Corte di Cassazione ha dato ragione all’uomo, creando così un precedente.
Ecco qualche stralcio della sentenza:
l’art. 2050 c.c. statuisce che: “Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno’. […] Se l’attività ha ad oggetto la realizzazione di un prodotto destinato alla commercializzazione e poi al consumo, la caratteristica di “pericolosità’ può riguardare anche tale prodotto, indipendentemente dal punto che esso sia altamente idoneo a produrre danni non nella fase della produzione o della commercializzazione, ma nella fase del consumo.
Ieri si è concluso il processo Spartacus ma, come più volte ribadito dallo scrittore Roberto Saviano, il clan dei Casalesi è tutt’altro che sconfitto.
Sei persone, ritenute affiliate proprio al clan dei Casalesi, sono state arrestate tra Caserta, Napoli e Modena con l’accusa di estorsione continuata in concorso aggravata dal metodo mafioso.
Chiedevano il pizzo e lo facevano prevalentemente nei periodi natalizi e pasquali, quando si suppone che i guadagni dei negozianti siano maggiori rispetto agli altri periodi.
Tra i sei arrestati c’è anche Giovanni Venosa - nipote del boss Luigi “Cocchiere” Venosa condannato all’ergastolo proprio nel processo Spartacus ed ora in attesa della sentenza della Cassazione - che era già finito in manette lo scorso 3 gennaio con le stesse accuse.

Sono passati poco più di tre anni dall’omicidio della 20enne Hina Saleem, sgozzata l’11 agosto del 2006 a Sarezzo, Brescia, dal padre, Mohamed Saleem, con la complicità di due suoi cognati ed uno zio.
Il ricorso in appello, nel dicembre scorso, si era concluso con la conferma della condanna: 30 anni per il padre e 17 ai due cognati.
Ora ci hanno riprovato e la Cassazione non ha fatto altro che confermare, nell’ultimo grado di giudizio, tutti gli anni di carcere, rendendo così definitive le condanne.
Via | Bergamo News
Gli annali del crimine sono pieni dei cosiddetti “angeli della morte“, serial killer che agiscono in ambito medico, spesso iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura.
Basti pensare a Jane Toppan, che confessò di aver ucciso ben trentuno persone, o a Genene Jones, la più recente e prolifica, responsabile della morte di almeno 46 pazienti tra adulti e bambini. L’italiana Sonya Caleffi, di cui ci siamo occupati recentemente, rientra in questa categorie di serial killer.
La sua “carriera” di serial killer inizia nel settembre del 2004 quando, grazie ad un curriculum impeccabile di infermiera professionista, viene assunta all’ospedale Manzoni di Lecco. Dopo le prime morti i colleghi della donna iniziano ad insospettirsi e nel dicembre dello stesso anno, nell’uccidere la quinta paziente, la Caleffi commette un errore.
Entra nella stanza di Maria Cristina, una quasi centenaria, fa uscire i parenti in maniera molto brusca e poi, con questi fuori della porta, uccide la donna. Tra i parenti della signora Maria c’è un’infermiera che si accorge che qualcosa non va.
Continua a leggere: Gli speciali di Crimeblog: l'infermiera killer Sonya Caleffi
Forse tutti voi ricordate la vicenda di Sonya Caleffi, l’infermiera serial killer di Como che tra il 2003 e il 2004 ha ucciso con iniezioni di aria cinque suoi pazienti.
La vicenda aveva avuto risonanza nazionale e la donna era persino stata intervistata da Franca Leosini e diventata protagonista di uno speciale de La Linea D’Ombra. La condanna a vent’anni di carcere arrivò nel marzo del 2008 e nell’ottobre dello stesso anno fu confermata dalla Cassazione.
Sono passati cinque anni dal suo arresto e la Caleffi ha già potuto beneficiare di una serie di sconti - indulto in primis - tanto che a questo punto ha già scontato metà della pena e per questo, dal prossimo febbraio, inizierà a godere dei primi permessi premio.
Come ben spiegato sul Corriere Di Como,
Le sarà consentito di uscire per qualche ora, per cominciare, probabilmente mezza giornata da trascorrere con i genitori, con il rientro in carcere fissato per la sera. La frequenza delle uscite, inizialmente mensile, potrà poi essere più intensa. La conferma arriva direttamente dai suoi legali che prevedono le prime richieste al magistrato di sorveglianza per la prossima primavera. Sarà lei stessa a preparare i moduli, che saranno vagliati dal magistrato. Credo che anche per la sua buona condotta non ci saranno problemi per concederle le uscite dal carcere.

Minacciare di diffondere foto hard della propria ex amante è considerata una violenza privata a tutti gli effetti. Lo hanno deciso ieri i giudici della Cassazione confermando la condanna di un uomo di Caserta che, dopo aver scattato foto nel corso degli incontri sessuali con la propria amante, sposata, avrebbe minacciato quest’ultima di diffonderli se fosse tornata a vivere con il marito.
I due avevano iniziato una relazione clandestina, ma dopo qualche mese la donna decise di tornare sui suoi passi e di riappacificarsi con suo marito. Questa cosa non è andata giù all’uomo, che ha fatto di tutto per impedire che accadesse.
Dopo aver mandato diversi sms al marito della donna, invitandolo a non tornare con lei, il casertano ha minacciato l’ex amante dicendole che se fosse tornata dal marito avrebbe diffuso le immagini erotiche che le aveva scattato.
La vicenda è finita in tribunale e l’uomo è stato condannato in primo grado per tentata violenza privata ai danni della donna. La condanna ad una pena pecuniaria era stata confermata anche in secondo grado ed ora, dopo il ricorso dell’uomo, la Cassazione l’ha nuovamente confermata.
Via | Ansa

Lo scorso novembre si era aperto un acceso dibattito a seguito della condanna a 29 anni di carcere per il romeno Romulus Nicolae Mailat, autore dell’omicidio di Giovanna Reggiani, rapinata, violentata ed uccisa il 30 ottobre 2007 a Tor di Quinto, Roma.
Mailat, per una serie di ridicole motivazioni, era riuscito ad evitare l’ergastolo. Nel corso di questi ultimi mesi qualcosa si è mosso: il sostituto procuratore Alberto Cozzella aveva depositato l’appello contro la sentenza emessa il 29 ottobre scorso, chiedendo invece l’ergastolo.
Ora la Corte d’assise d’appello di Roma ha accolto le richieste del sostituto procuratore ed è ha revocato le attenuanti generiche che erano state concesse al giovane: il risultato è stata una condanna all’ergastolo più sei mesi di isolamento diurno.
In attesa del deposito delle motivazioni della sentenza, il legale di Mailat, Piero Piccinini, ha preannunciato ricorso in Cassazione. A quanto pare la vicenda non è ancora conclusa.
Via | Corriere Della Sera
Continua a leggere: Omicidio Reggiani: ergastolo in appello per il romeno Romulus Nicolae Mailat

Forse non tutti ricorderanno che in un primo momento, in merito all’indagine sull’omicidio di Meredith Kercher, era stato arrestato il 38enne congolese Patrick Lumumba Diya, insieme alla coppia Sollecito/Knox.
L’accusa era di concorso in omicidio volontario e in violenza sessuale e per questo scontò 14 giorni di prigione con tanto di foto sbattute in prima pagina in cui lo si definiva un “mostro” ed un “assassino“.
Nel giro di pochi giorni le accuse caddero e Diya fu liberato, ma quell’alone di mostro non ne volle sapere di sparire così i legali dell’uomo chiesero un risarcimento di 516mila euro che tenevano conto dei danni morali, fisici e patrimoniali subiti da Diya.
Oggi quel risarcimento è arrivato dalla Corte d’Appello di Perugia: 8mila euro per ingiusta detenzione, una cifra “oggettivamente iniqua” come l’ha definita il legale dell’uomo, Carlo Pacelli, che ha già annunciato un ricorso alla Cassazione.
Già da un primo esame della motivazione emerge la assoluta ingiustizia della medesima. Pur riconoscendo che il criterio meramente aritmetico “non ristorerebbe adeguatamente il danno subito dall’odierno ricorrente, dovendo considerare che il predetto era incensurato e che il delitto che cagionò” l’arresto ebbe notoriamente una rilevanza mediatica eccezionale, onde quelle che sono le normali conseguenze negative di un’ingiusta carcerazione hanno sicuramente inciso sul Diya piu’ profondamente di quanto avviene nella generalità dei casi simili
Via | AGI