
E’ già finita la fuga di Pietro Lonoce, il 35enne che nel pomeriggio di ieri ha cosparso di benzina la madre, Antonia Musci, e le ha dato fuoco.
Lonoce, affetto da problemi psichici, è stato arrestato questa mattina nella stazione ferroviaria di Francavilla Fontana.
Stando a quanto è emerso, i rapporti tra la 66enne e il figlio si erano deteriorati da tempo. Ieri quest’ultimo è tornato a chiedere soldi e di fronte al rifiuto della madre sarebbe esploso.
Ha afferrato una bottiglia di plastica piena di benzina e, dopo aver tagliato l’estremità superiore, ne ha rovesciato il contenuto addosso alla madre. Poi ha preso un accendino, ha appiccato il fuoco e si è dato alla fuga.
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Risulta ancora latitante il 35enne Pietro Lonoce, di Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi, dove ieri sera ha cosparso di benzina sua madre, Antonia Musci, 66 anni, e le ha dato fuoco.
Da quanto è emerso fin’ora Lonoce è affetto da problemi psichici, un matrimonio fallito alle spalle e problemi di disoccupazione. E’ residente al pianterreno di una palazzina in piazza Calandrè, la stessa dove abitava sua madre.
Dopo frequenti litigi, ieri la tragedia: Lonoce ha appiccato il fuoco e si è dato alla fuga. A soccorrere la donna sono stati due vicini di casa.
I due, marito e moglie, hanno avvolto la donna in una coperta e chiamato il 118. Purtroppo le ustioni erano già troppo gravi e Antonia è deceduta ieri sera nel Centro Grandi Ustionati dell’ospedale «A. Perrino» di Brindisi.
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La Procura della Repubblica di Reggio Calabria assieme al nucleo investigativo provinciale della Polizia Ambientale e Forestale di Reggio Calabria hanno portato oggi a 10 arresti per un’indagine iniziata nel 2005 relativa allo smaltimento di rifiuti tossici nella centrale a carbone di Cerano (Brindisi). Gli arrestati, di cui 4 in carcere e 6 agli arresti domiciliari sono accusati di associazione a delinquere finalizzata all’attività organizzata di traffico illecito di rifiuti pericolosi e disastro ambientale. Tra questi compaiono alcuni dirigenti ENEL del posto.
La Federico II di Cerano è la più grande centrale termoelettrica d’Italia a carbone e, a quanto scoperto dalle indagini, i rifiuti tossici di smaltimento venivano occultati occultati in una cava di argilla nel comune di Motta S. Giovanni (Reggio Calabria) adiacente un’industria di laterizi. In un’area, peraltro, sottoposta a vincolo idrogeologico e paesaggistico. Tramite certificazioni false gli scarti passavano come “non pericolosi” e buttati nella cava per poter essere recuperati in seguito per la creazione (fittizia) di mattoni. Mattoni tossici, quindi.
Sono tonnellate gli scarti tossici ritrovati nelle cave, a due passi dal mare e dai terreni agricoli: sono state stimate circa 100mila tonnellate di rifiuti smaltiti dal gruppo criminale soltanto nel periodo 2006/2007. Il profitto? Oltre 6milioni e 400mila euro l’anno, mica male. Nel frattempo si torna a parlare di un’ipotesi nucleare in Puglia, che con questi presupposti non lascia per niente ben sperare.
Fonte | SudNews