
Bernardo Provenzano, il superboss di Cosa Nostra finito in manette nell’aprile del 2006 dopo ben 43 anni di latitanza, ha tentato il suicidio in carcere: mercoledì sera ha provato ad uccidersi mettendo la testa in un sacchetto di plastica nella sua cella del carcere di Parma, dove è detenuto dal 2011 in regime di 41 bis.
Il suicidio è stato impedito dal repentino intervento del personale di polizia giudiziaria, ma la vicenda è ancora avvolta nel mistero. Il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria del ministero di Giustizia ha parlato di una messinscena, un tentativo del boss di “sembrare pazzo“.
Provenzano, da tempo affetto da diverse patologie - tumore alla prostata, inizio di Parkinson ed encefalite - è stato recentemente sottoposto a perizie che hanno stabilito la sua capacità di intendere e di volere. Da qui, si pensa, la decisione del boss di voler dimostrare il contrario.
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Bernardo Provenzano sta male, ne abbiamo parlato in passato. Il capo di Cosa Nostra, arrestato nell’aprile del 2006 dopo ben 43 anni di latitanza, è affetto da ‘sindrome parkinsoniana‘ e, mesi fa, è stato colpito da un’ischemia.
A questo si aggiunge il tumore retrovescicale riscontrato dal dottor Oscar Alabiso, primario di Oncologia dell’azienda ospedaliera Maggiore della Carità di Novara, che nel febbraio scorso aveva ricevuto l’incarico di effettuare questo approfondimento dalla Corte d’appello di Palermo.
L’oncologo, nella sua perizia, ha decretato la necessità di ricorrere a cure in una struttura adeguata e la corte d’appello di Palermo ha quindi disposto il suo trasferimento.
Oggi il boss ha lasciato il carcere di Novara ed è stato trasferito in quello di Parma. Lì potrà essere seguito dal vicino istituto di oncologia, che potrà così monitorare la sua salute.
Via | Parma Oggi

Sulla possibilità che Bernardo Provenzano, il capo di Cosa Nostra arrestato nell’aprile del 2006 dopo ben 43 anni di latitanza, venga scarcerato per motivi di salute è intervenuto anche il suo primogenito, Angelo Provenzano, 36 anni, che chiede che suo padre venga trattato come un essere umano, non come una bestia.
Un figlio chiede solo che suo padre venga curato e che non sia trattato come una bestia. Nient’altro. Chi ha perso un padre credo che possa capirmi, anche se il mio dolore non è paragonabile al suo dolore. Io ho provato a immedesimarmi nei miei coetanei che hanno perso un genitore per morte violenta. Confesso di non esserci riuscito. Penso che provino un dolore immenso, che non riesco neanche a immaginare. E mi dispiace. Ognuno di noi paga un dazio, e anche io l’ho pagato solo perché esisto e perché sono figlio di un certo pezzo di storia di questo Paese. Oggi vorrei dire: anche un pluriergastolano ha diritto di essere trattato come un essere umano. Se poi l’esistenza di mio padre dà fastidio, qualcuno abbia il coraggio di chiedere la pena di morte, anche ad personam.
Provenzano, ne abbiamo parlato ieri, sarebbe affetto da ‘sindrome parkinsoniana‘ e, nelle scorse settimane, sarebbe stato colpito anche da un’ischemia.

Bernardo Provenzano, il capo di Cosa Nostra arrestato nell’aprile del 2006 dopo ben 43 anni di latitanza, ha chiesto ed ottenuto l’esecuzione di una perizia medica per accertare la compatibilità delle sue condizioni di salute con la permanenza in carcere.
Il boss, che ora ha 78 anni, si trova in isolamento nel supercarcere di Novara. Secondo il Giornale Di Sicilia, sarebbe affetto da ‘sindrome parkinsoniana‘ e, nelle scorse settimane, sarebbe stato colpito anche da un’ischemia.
A questo si aggiunge il tumore alla prostata, operato nel 2003 a Marsiglia, quando Provenzano era ancora latitante.
Provenzano è già stato visitato dai dirigenti della Medicina legale dell’università di Ferrara, Francesco Avato, della Neurologia dell’Università di Pavia, Giuseppe Micieli, e dell’Urologia del San Raffaele di Milano, Francesco Montorsi, secondo i quali è necessario un ulteriore approfondimento.

Tracciare un profilo dettagliato di Matteo Messina Denaro è come scrivere la biografia di un personaggio storico con dei tratti quasi mitologici ed altri ripescati da una tradizione eroica – come vedremo più avanti - reinventata ad uso e consumo di interessi privati. E’ stato lui stesso – e continua a farlo – ad alimentare quell’aura arrogante e sciovinista che, se da una parte consente di conoscere meglio il latitante Messina Denaro, dall’altra lo erge ancor di più ad ultimo vero boss di Cosa Nostra. Da nuovo astro nascente diventa, con la cattura di Riina, Provenzano e più recentemente Lo Piccolo e Raccuglia, il capo dei capi assoluto della mafia siciliana. Dalla Relazione DIA 2008:
[…] MESSINA DENARO Matteo, che continua ad essere il capo indiscusso di uno dei più consolidati mandamenti mafiosi, quello castelvetranese, nonché il rappresentante provinciale di cosa nostra trapanese. […] Il ruolo del MESSINA DENARO Matteo, all’interno di cosa nostra, risulta acquisire un forte spessore, grazie anche al momento congiunturale negativo attraversato da cosa nostra palermitana, dovuto all’incalzante azione repressiva attuata dalle Forze di Polizia.
Matteo Messina Denaro nasce nel 1962 a CastelVetrano, già città natìa di Giovanni Gentile, e risulta essere latitante dal 1993. E’ figlio d’arte, successore di quel Francesco Messina Denaro detto “Don Ciccio” capo mandamento della mafia trapanese che fu trovato morto il 30 novembre del 1998, ben vestito nella piazza di CastelVetrano. Come fosse già pronto al proprio funerale. Eppure ricordato puntualmente ogni anno dalla famiglia, sulle pagine dei giornali.
Il giovane Matteo è precoce e desideroso di apprendere in fretta le abitudini mafiose, tanto che già dai 14 anni inizia ad usare le armi da fuoco a scopo di intimidazione per passare da lì a poco ai veri e propri omicidi che gli forniranno fama e rispetto nel trapanese. I suoi soprannomi sono “U Siccu”, per la sua fisionomia alta e smagrita, e “Diabolik” per la sua ossessiva predilezione per il fumetto creato dalle sorelle Giussani.
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E’ finita ieri a Marsiglia la lunga latitanza di Giuseppe Falsone, capo mafioso di Agrigento sfuggito ad un mandato di cattura del 1999 per associazione mafiosa, omicidi e traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Considerato uno degli uomini di Bernando Provenzano - era indicato con il numero 28 nei famosi pizzini - Falsone, nato a Campobello di Licata il 28 agosto 1970, era stato inserito tra i 18 latitanti più ricercati.
L’arresto è avvenuto ieri, mentre Falsone stata rientrando in casa dopo aver fatto la spesa: il boss, che si sarebbe sottoposto a diversi interventi di chirurgia plastica, aveva addosso un falso documento di identità e fino all’ultimo ha negato di essere il boss ricercato. Solo quando l’esame delle impronte digitali hanno confermato la sua identità, ha deciso di restare in silenzio.
Continuano le indagini sulla cosiddetta trattativa stato-mafia di cui ci stiamo occupando ormai da tempo. Protagonista indiscusso dell’indagine di cui sono titolari i Pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo è Massimo Ciancimino che proprio oggi è stato nuovamente interrogato per fornire dettagli su alcuni nomi di politici coinvolti nella vicenda ed annotati con cura dal padre Vito nei documenti ritrovati nella villa di Baida, a Palermo.
Nei giorni scorsi Ciancimino aveva identificato in Procura il famoso “Signor Franco”, l’uomo delle istituzioni e dei servizi segreti di cui abbiamo parlato qui, ma soprattutto all’interno dello speciale sul processo Mori, che aveva rapporti privilegiati con Vito Ciancimino e lavorava spesso come tramite tra l’ingegner Lo Verde - pseudonimo di Bernardo Provenzano - e la famiglia Ciancimino.
Mio padre ha intrattenuto rapporti con uomini dei servizi e in particolare con il ’signor Franco’, come lo conoscevo io, o ’signor Carlo’, come lo chiamava mio padre quando erano soli. Il signor Franco proprio in quanto uomo legato alle istituzioni non aveva alcun problema ad accedere a casa mia”, dove si sarebbe recato “fino a qualche mese prima della morte di mio padre”. Il signor Franco era uno di quei cinque o sei personaggi che avevano accesso a utenze riservate e che poteva venire a casa mia senza appuntamento.
Le indagini avrebbero portato all’identificazione di un uomo sulla 40ina che Massimo Ciancimino soleva appellare con il nome de “il Capitano” e che è stato avvistato più volte tra Bologna e Palermo come guardaspalle del “Signor Franco”. Gli investigatori non hanno escluso che possa essere stato proprio quest’individuo ad inviare la lettera di intimidazione a Ciancimino jr. contenente cinque proiettili. Il caso vuole che il numero cinque sia anche il numero identificativo sulla foto dell’identificato all’interno dell’album dei magistrati.

Abbiamo parlato ieri della chiusura dell’esame di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato nuovamente dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo nell’ambito del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.
La “bomba” di ieri, ma che poi tanto bomba non è, le dichiarazioni sulla nascita di Forza Italia per il volere di Cosa Nostra attraverso Bernardo Provenzano e la collaborazione diretta con Marcello Dell’Utri. Queste stesse dichiarazioni Ciancimino jr. le aveva rilasciate nel verbale stilato il 22 dicembre scorso sempre davanti ad Ingroia a Di Matteo, ma non avevano sortito le stesse reazioni mediatiche di oggi.
Ci sarebbe quindi un filo conduttore unico che avrebbe legato il bienno stragista di Cosa Nostra del ‘92-’93, la trattativa tra stato e mafia, la prolungata e “tranquilla” latitanza di Bernardo Provenzano (ossia la tesi accusatoria del processo Mori-Obinu), la perdita di referenti politici quali la Democrazia Cristiana e la necessità di crearne uno nuovo - la nuova Forza Italia di Silvio Berlusconi - per consentire a Cosa Nostra una stagione nuova e pacifica di coabitazione con lo Stato. Afferma Ciancimino che:
Ricostituire un polo di centro era l’interesse principale sia di mio padre che di Provenzano. Non perdere quel bacino di voti certi e necessari per la costruzione di un nuovo soggetto politico…
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Se avete letto il nostro speciale sulla trattativa Stato - Mafia sapete che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, non è nuovo a dichiarazioni shock in questo senso.
Oggi, nel corso del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu - etrambi sono accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra - Ciancimo ha lanciato l’ultima bomba: Forza Italia è nata per volere di Bernando Provenzano, e quindi di Cosa Nostra.
Massimo, interrogato dai magistrati nel corso del processo, ha raccontato di un “pizzino” spedito dal Boss dei Boss “Binnu u tratturi” Provenzano a Silvio Berlusconi. A fare da tramite Marcello dell’Utri.
Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sara’ di poco conto perche’ questo triste evento non si verifichi (si allude all’intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potra’ mettere a disposizione le sue reti televisive

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare molto di Massimo Ciancimino e delle sue dichiarazioni relative alla trattativa tra Stato e mafia nel periodo post-stragista dei primi anni ‘90. Nella deposizione rilasciata all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo Ciancimino jr. ha sostenuto ciò che aveva già detto più volte in passato, ma è necessario fare un passo indietro per comprendere il contesto processuale.
Quello che si sta svolgendo a Palermo è il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995. Mori ed Obinu del Ros avrebbero, in pratica, deciso di non intervenire nel momento in cui avrebbero potuto catturare Provenzano.
Da ricordare che Mario Mori ha già subìto un processo per favoreggiamento, assieme al capitano Sergio De Caprio - il capitano Ultimo - per non aver perquisito il covo di Totò Riina subito dopo il suo arresto, consentendo così a Cosa Nostra di ripulire tutto quanto da prove indispensabili alle indagini. Questo processo si è concluso con un’assoluzione, nonostante sia stata riconosciuta l’omessa perquisizione della casa e l’inquinamento delle relative indagini.
Tutto parte dalla tesi accusatoria sostenuta dal Colonnello Michele Riccio che si è occupato dell’indagine su Provenzano sin dai tempi in cui era alla Dia e poi passato ai Ros. Personaggio chiave dell’indagine era Luigi Ilardo detto “Gino”, reggente del mandamento di Caltanissetta, che si era messo a disposizione degli investigatori in qualità di infiltrato con lo pseudonimo di “Oriente”. Nel momento dell’inizio della collaborazione Ilardo non è un pentito, ma ha intenzione di aiutare a smantellare quella Cosa Nostra stragista che lui non riconosce più per poi diventare un collaboratore ufficiale dello Stato. E’ servito un anno di incontri con gli ufficiali prima di poter rientrare nell’associazione.
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