Tutti gli articoli con tag bernardo provenzano

Trattativa Stato-Mafia: Ciancimino, Forza Italia ed i rapporti con Cosa Nostra

pubblicato da Fabio Mascagna in: Politici Mafia

Massimo Ciancimino

Abbiamo parlato ieri della chiusura dell’esame di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato nuovamente dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo nell’ambito del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.

La “bomba” di ieri, ma che poi tanto bomba non è, le dichiarazioni sulla nascita di Forza Italia per il volere di Cosa Nostra attraverso Bernardo Provenzano e la collaborazione diretta con Marcello Dell’Utri. Queste stesse dichiarazioni Ciancimino jr. le aveva rilasciate nel verbale stilato il 22 dicembre scorso sempre davanti ad Ingroia a Di Matteo, ma non avevano sortito le stesse reazioni mediatiche di oggi.

Ci sarebbe quindi un filo conduttore unico che avrebbe legato il bienno stragista di Cosa Nostra del ‘92-’93, la trattativa tra stato e mafia, la prolungata e “tranquilla” latitanza di Bernardo Provenzano (ossia la tesi accusatoria del processo Mori-Obinu), la perdita di referenti politici quali la Democrazia Cristiana e la necessità di crearne uno nuovo - la nuova Forza Italia di Silvio Berlusconi - per consentire a Cosa Nostra una stagione nuova e pacifica di coabitazione con lo Stato. Afferma Ciancimino che:

Ricostituire un polo di centro era l’interesse principale sia di mio padre che di Provenzano. Non perdere quel bacino di voti certi e necessari per la costruzione di un nuovo soggetto politico…

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Trattativa Stato-Mafia: Massimo Ciancimino afferma che Forza Italia nacque per il volere della Mafia

pubblicato da Daniele Particelli in: Boss Mafia Criminalità organizzata Personaggi Inchieste e processi TV

Bernando Provenzano

Se avete letto il nostro speciale sulla trattativa Stato - Mafia sapete che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, non è nuovo a dichiarazioni shock in questo senso.

Oggi, nel corso del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu - etrambi sono accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra - Ciancimo ha lanciato l’ultima bomba: Forza Italia è nata per volere di Bernando Provenzano, e quindi di Cosa Nostra.

Massimo, interrogato dai magistrati nel corso del processo, ha raccontato di un “pizzino” spedito dal Boss dei Boss “Binnu u tratturi” Provenzano a Silvio Berlusconi. A fare da tramite Marcello dell’Utri.

Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sara’ di poco conto perche’ questo triste evento non si verifichi (si allude all’intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potra’ mettere a disposizione le sue reti televisive

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Speciale: il processo Mori, Massimo Ciancimino e le accuse

pubblicato da Fabio Mascagna in: Mafia

Mario Mori

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare molto di Massimo Ciancimino e delle sue dichiarazioni relative alla trattativa tra Stato e mafia nel periodo post-stragista dei primi anni ‘90. Nella deposizione rilasciata all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo Ciancimino jr. ha sostenuto ciò che aveva già detto più volte in passato, ma è necessario fare un passo indietro per comprendere il contesto processuale.

Quello che si sta svolgendo a Palermo è il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995. Mori ed Obinu del Ros avrebbero, in pratica, deciso di non intervenire nel momento in cui avrebbero potuto catturare Provenzano.

Da ricordare che Mario Mori ha già subìto un processo per favoreggiamento, assieme al capitano Sergio De Caprio - il capitano Ultimo - per non aver perquisito il covo di Totò Riina subito dopo il suo arresto, consentendo così a Cosa Nostra di ripulire tutto quanto da prove indispensabili alle indagini. Questo processo si è concluso con un’assoluzione, nonostante sia stata riconosciuta l’omessa perquisizione della casa e l’inquinamento delle relative indagini.

Tutto parte dalla tesi accusatoria sostenuta dal Colonnello Michele Riccio che si è occupato dell’indagine su Provenzano sin dai tempi in cui era alla Dia e poi passato ai Ros. Personaggio chiave dell’indagine era Luigi Ilardo detto “Gino”, reggente del mandamento di Caltanissetta, che si era messo a disposizione degli investigatori in qualità di infiltrato con lo pseudonimo di “Oriente”. Nel momento dell’inizio della collaborazione Ilardo non è un pentito, ma ha intenzione di aiutare a smantellare quella Cosa Nostra stragista che lui non riconosce più per poi diventare un collaboratore ufficiale dello Stato. E’ servito un anno di incontri con gli ufficiali prima di poter rientrare nell’associazione.

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Mafia: Massimo Ciancimino al processo Mori conferma la Trattativa Stato-Mafia

pubblicato da Fabio Mascagna in: Mafia


Oggi è tornato ad essere protagonista della cronaca giudiziaria italiana Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino “organico” alla cosca dei corleonesi e per questo condannato per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. E’ infatti iniziata questa mattina nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo la deposizione di Ciancimino jr. al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.

Nel momento in cui il pm ha chiesto a Ciancimino se avesse intenzione di parlare della cosiddetta Trattativa Stato-Mafia la risposta è stata “sì” ed è iniziato nuovamente il racconto sui rapporti tra Cosa Nostra ed alcune parti dello Stato.

L’immunità di Provenzano. Ciancimino ha parlato di una sorta di immunità territoriale in Italia possibile grazie ad un accordo stabilito con alcuni ufficiali, grazie anche al tramite del padre Vito, che gli consentiva libertà di movimento su tutto il territorio senza il timore di essere catturato.

Provenzano era garantito da un accordo stabilito anche grazie a mio padre tra il maggio e il dicembre del 1992. Provenzano goveva di immunita’ territoriale in Italia grazie a questo accordo. […] Tra il ‘99 e il 2002 Provenzano venne piu’ volte a casa nostra a Roma, vicino a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio padre era agli arresti domiciliari

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Arrestato il boss Giovanni Gianni Nicchi: ecco le immagini del covo

pubblicato da Daniele Particelli in: Boss Mafia Criminalità organizzata

Dell’arresto del boss Giovanni “Tiramisù” Nicchi, astro nascente di Cosa Nostra, candidato a prende il posto di Domenico “Mimmo” Raccuglia, ci siamo già occupati sabato pomeriggio, poche ore dopo l’irruzione degli agenti della sezione Catturandi nel suo appartamento a pochi passi dal Tribunale di Palermo.

Insieme al 28enne Nicchi, latitante da tre anni, sono finiti in manette anche Alessandro Presti e Giusy Amato, rispettivamente di 19 e 27 anni, entrambi accusati di favoreggiamento.

Venerdì prossimo, 11 dicembre, Nicchi dovrà apparire davanti ai giudici della Corte D’Appello di Palermo, dove in questi giorni è in corso il secondo grado del processo “Gotha“, che vede alla sbarra oltre quaranta imputati ritenuti vicini al boss Bernardo Provenzano.

Nel processo di primo grado, concluso nel gennaio del 2008, Nicchi era stato condannato a scontare 15 anni di carcere, mentre al termine del processo “All Bridge” è stato condannato a 6 anni di reclusione.

Via | Il Sole 24 Ore e YouReporter

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Mafia: condannato Marcello Trapani, ex legale dei boss Lo Piccolo

pubblicato da Renato Marino in: Mafia


Quattro anni e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa. È la condanna inflitta a Marcello Trapani, ex procuratore sportivo ed ex avvocato dei boss Sandro e Salvatore Lo Piccolo, arrestati a novembre 2007. Oggi Trapani è un collaboratore di giustizia. I pm della Dda di Palermo avevano chiesto per lui 3 anni e 4 mesi di carcere, ma il gup Angelo Pellino non ha ritenuto di dover concedere la riduzione della pena prevista per i “pentiti” ma solo quella per il rito abbreviato.

Secondo l’accusa Trapani curava gli interessi della famiglia mafiosa dei Lo Piccolo. Il penalista era stato arrestato a settembre 2008. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, avevano evidenziato gli stretti legami di natura professionale e soprattutto “extraprofessionale” di Trapani con diversi appartenenti alla “famiglia” Lo Piccolo.

Relazioni che progressivamente avevano assunto una rilevanza penale sempre più marcata. Scriveva l’Eco di Sicilia ai tempi dell’arresto:

Il penalista avrebbe fatto da tramite con i capimafia e alcuni imprenditori che avevano interesse a contattare i Lo Piccolo. Secondo quanto è emerso dall’inchiesta dei pm della direzione distrettuale antimafia di Palermo, l’avvocato avrebbe anche fatto avere ai boss materiale giudiziario che riguardava inchieste sulle cosche mafiose.

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Operazione Crash a Bagheria: undici affiliati di Provenzano arrestati

pubblicato da gabriele ferraresi in: Mafia

arresti bagheria operazione crash provenzano

Sono undici gli arresti dell’operazione Crash, portata a termine nella notte da polizia e carabinieri di Palermo. Si tratta di esponenti affiliati a Cosa Nostra residenti a Bagheria. E’ stata sequestrata una società che si occupava di ortofrutticoli, valutata 2,5 milioni di euro, mentre le accuse per gli arrestati sono di associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi.

Il personaggio di spicco tratto in arresto è sicuramente Simone Castello: sessant’anni, non viveva a Bagheria. L’hanno acchiappato vicino a Madrid infatti, dove latitava da tempo. Gli undici arrestati sono tutti ritenuti essere fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, Zu Binnu, il capo dei capi di Cosa Nostra di cui tante volte abbiamo scritto in passato.

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Gli speciali di Crimeblog: la Trattativa Stato-Mafia - Terza parte

pubblicato da Fabio Mascagna in: Politici Mafia

Strage di Via D'Amelio 1

(qui e qui la prima e la seconda parte dello speciale trattativa stato-mafia)

La Strage di Via D’Amelio. Arriviamo al 19 Luglio 1992: alle ore 16,58 una Fiat 126 caricata con 100 kg di tritolo causò una violentissima esplosione in via Mariano D’Amelio a Palermo uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Claudio Traina, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Eddie Walter Cosina. La sentenza è stata eseguita. Sul Corriere uno speciale che consente di mettere insieme i pezzi di cronaca dell’epoca, in cui si parla anche delle molte discrepanze della vicenda: gli uomini della scorta e Borsellino sapevano che Via D’Amelio era una strada a rischio, ancora di più in quel momento, ma le richieste preventive per la rimozione dei veicoli in sosta in quel tratto non fu mai accolta dal comune di Palermo.

La magistratura è riuscita a ricollegare definitivamente l’attentato a Borsellino come conseguenza del “dialogo” aperto dai carabinieri del ROS Giuseppe De Donno e Mario Mori con i vertici di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino. La sentenza denominata “Borsellino bis” ha scritto nero su bianco che questa trattativa, come abbiamo già accennato, fu uno dei principali fattori esterni a Cosa Nostra che andarono ad interferire con i processi decisionali della strage. Secondo il pentito Giovanni Brusca l’eliminazione di Borsellino subì una brusca accelerazione sui tempi pianificati da Cosa Nostra perché rappresentava, in quel momento, un ostacolo alla trattativa tra alcuni pezzi delle istituzioni e l’associazione mafiosa. Borsellino diviene improvvisamente “bersaglio principale” perché viene a conoscenza di qualcosa che non avrebbe dovuto sapere.

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Gli speciali di Crimeblog: la Trattativa Stato-Mafia – Seconda parte

pubblicato da Fabio Mascagna in: Politici Mafia


(qui la prima parte dello speciale Stato-Mafia)

L’inizio della Trattativa Stato-Mafia. Dopo la strage di Capaci in cui muore Giovanni Falcone, uno degli artefici del maxiprocesso che aveva messo in crisi Cosa Nostra, lo Stato si trova a dover dare una risposta forte ed istituzionale. Succede così che il Ministro dell’Interno Scotti e quello di Grazia e Giustizia Martelli preparino un decreto antimafia con concede benefici ai pentiti ed introduce il regime del carcere duro per i mafiosi (il futuro 41 bis), proprio grazie alla collaborazione interna di Giovanni Falcone, troppo spesso tacciato di “collaborazionismo”.

In questi ultimi mesi si è venuto a sapere, soprattutto grazie alle dichiarazioni dello stesso Claudio Martelli, che due ufficiali dei Ros – Mori e De Donno – hanno frequenti colloqui investigativi con Vito Ciancimino per fargli fare da tramite con i boss Riina e Provenzano. Attraverso le versioni di Massimo Ciancimino ed i pentiti, su tutti Brusca, si sa che le trattative iniziano proprio qui. Si parla chiaramente di un incontro tra De Donno – mai smentito – con Massimo Cianciamino da dove sarebbe partito tutto.

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L'omicidio di Mauro De Mauro, trentanove anni fa veniva ucciso il giornalista che sapeva del golpe

pubblicato da Fabio Mascagna in: Casi insoluti Mafia

Mauro De Mauro

Era il 16 settembre 1970 quando il giornalista siciliano de “L’Ora” Mauro De Mauro viene rapito a pochi metri da casa sua. Dalle 21 e 10 di quella sera la famiglia non ha ricevuto più alcuna notizia sulla sua scomparsa. Soltanto nel 2001 le indagini subiscono una svolta, nonché alla riapertura dell’inchiesta, grazie alle dichiarazioni spontanee del pentito Francesco Di Carlo, ex boss di Altofonte, riprese da “La Repubblica” dell’epoca: “De Mauro è stato ucciso perché sapeva del golpe. Lo seppellimmo alla foce dell’Oreto”. Stiamo parlando del famoso “Golpe Borghese” organizzato dal principe Junio Valerio Borghese e dalla destra eversiva in stretta collaborazione con Cosa Nostra che si sarebbe dovuto eseguire nella notte tra il 7 e l’8 di dicembre di quello stesso anno, nome in codice “Tora Tora”. Pochi giorni prima di morire De Mauro confidò ad un suo collega :”Ho uno scoop che farà tremare l’Italia”.

De Mauro è stato materialmente ucciso da Cosa Nostra, da Mimmo Teresi, Emanuele D’Agostino e Stefano Giaconia - tutti morti nella guerra di mafia degli anni ‘80 - con la probabile collaborazione di Bernardo Provenzano, strangolato e seppellito in campagna, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto. A quanto disse il pm Antonio Ingroia alla riapertura del processo gli interessati alla morte del giornalista siciliano e delle sue inchieste non era soltanto la mafia ma anche molti esponenti “della destra eversivo - golpista, della massoneria deviata, oltre a quelli della finanza, dell’economia e della politica corrotta”. Tutti interessati a far tacere la voce di un giornalista che sapeva forse troppo sia del famoso “Golpe Borghese” che del “Caso Mattei”, ossia l’attentato di Bascapè del 27 ottobre del 1962 in cui l’aereo dell’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei decollò da Catania e precipitò a pochi chilometri da Linate.

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