
Tracciare un profilo dettagliato di Matteo Messina Denaro è come scrivere la biografia di un personaggio storico con dei tratti quasi mitologici ed altri ripescati da una tradizione eroica – come vedremo più avanti - reinventata ad uso e consumo di interessi privati. E’ stato lui stesso – e continua a farlo – ad alimentare quell’aura arrogante e sciovinista che, se da una parte consente di conoscere meglio il latitante Messina Denaro, dall’altra lo erge ancor di più ad ultimo vero boss di Cosa Nostra. Da nuovo astro nascente diventa, con la cattura di Riina, Provenzano e più recentemente Lo Piccolo e Raccuglia, il capo dei capi assoluto della mafia siciliana. Dalla Relazione DIA 2008:
[…] MESSINA DENARO Matteo, che continua ad essere il capo indiscusso di uno dei più consolidati mandamenti mafiosi, quello castelvetranese, nonché il rappresentante provinciale di cosa nostra trapanese. […] Il ruolo del MESSINA DENARO Matteo, all’interno di cosa nostra, risulta acquisire un forte spessore, grazie anche al momento congiunturale negativo attraversato da cosa nostra palermitana, dovuto all’incalzante azione repressiva attuata dalle Forze di Polizia.
Matteo Messina Denaro nasce nel 1962 a CastelVetrano, già città natìa di Giovanni Gentile, e risulta essere latitante dal 1993. E’ figlio d’arte, successore di quel Francesco Messina Denaro detto “Don Ciccio” capo mandamento della mafia trapanese che fu trovato morto il 30 novembre del 1998, ben vestito nella piazza di CastelVetrano. Come fosse già pronto al proprio funerale. Eppure ricordato puntualmente ogni anno dalla famiglia, sulle pagine dei giornali.
Il giovane Matteo è precoce e desideroso di apprendere in fretta le abitudini mafiose, tanto che già dai 14 anni inizia ad usare le armi da fuoco a scopo di intimidazione per passare da lì a poco ai veri e propri omicidi che gli forniranno fama e rispetto nel trapanese. I suoi soprannomi sono “U Siccu”, per la sua fisionomia alta e smagrita, e “Diabolik” per la sua ossessiva predilezione per il fumetto creato dalle sorelle Giussani.
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E’ finita ieri a Marsiglia la lunga latitanza di Giuseppe Falsone, capo mafioso di Agrigento sfuggito ad un mandato di cattura del 1999 per associazione mafiosa, omicidi e traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Considerato uno degli uomini di Bernando Provenzano - era indicato con il numero 28 nei famosi pizzini - Falsone, nato a Campobello di Licata il 28 agosto 1970, era stato inserito tra i 18 latitanti più ricercati.
L’arresto è avvenuto ieri, mentre Falsone stata rientrando in casa dopo aver fatto la spesa: il boss, che si sarebbe sottoposto a diversi interventi di chirurgia plastica, aveva addosso un falso documento di identità e fino all’ultimo ha negato di essere il boss ricercato. Solo quando l’esame delle impronte digitali hanno confermato la sua identità, ha deciso di restare in silenzio.
Continuano le indagini sulla cosiddetta trattativa stato-mafia di cui ci stiamo occupando ormai da tempo. Protagonista indiscusso dell’indagine di cui sono titolari i Pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo è Massimo Ciancimino che proprio oggi è stato nuovamente interrogato per fornire dettagli su alcuni nomi di politici coinvolti nella vicenda ed annotati con cura dal padre Vito nei documenti ritrovati nella villa di Baida, a Palermo.
Nei giorni scorsi Ciancimino aveva identificato in Procura il famoso “Signor Franco”, l’uomo delle istituzioni e dei servizi segreti di cui abbiamo parlato qui, ma soprattutto all’interno dello speciale sul processo Mori, che aveva rapporti privilegiati con Vito Ciancimino e lavorava spesso come tramite tra l’ingegner Lo Verde - pseudonimo di Bernardo Provenzano - e la famiglia Ciancimino.
Mio padre ha intrattenuto rapporti con uomini dei servizi e in particolare con il ’signor Franco’, come lo conoscevo io, o ’signor Carlo’, come lo chiamava mio padre quando erano soli. Il signor Franco proprio in quanto uomo legato alle istituzioni non aveva alcun problema ad accedere a casa mia”, dove si sarebbe recato “fino a qualche mese prima della morte di mio padre”. Il signor Franco era uno di quei cinque o sei personaggi che avevano accesso a utenze riservate e che poteva venire a casa mia senza appuntamento.
Le indagini avrebbero portato all’identificazione di un uomo sulla 40ina che Massimo Ciancimino soleva appellare con il nome de “il Capitano” e che è stato avvistato più volte tra Bologna e Palermo come guardaspalle del “Signor Franco”. Gli investigatori non hanno escluso che possa essere stato proprio quest’individuo ad inviare la lettera di intimidazione a Ciancimino jr. contenente cinque proiettili. Il caso vuole che il numero cinque sia anche il numero identificativo sulla foto dell’identificato all’interno dell’album dei magistrati.

Abbiamo parlato ieri della chiusura dell’esame di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato nuovamente dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo nell’ambito del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.
La “bomba” di ieri, ma che poi tanto bomba non è, le dichiarazioni sulla nascita di Forza Italia per il volere di Cosa Nostra attraverso Bernardo Provenzano e la collaborazione diretta con Marcello Dell’Utri. Queste stesse dichiarazioni Ciancimino jr. le aveva rilasciate nel verbale stilato il 22 dicembre scorso sempre davanti ad Ingroia a Di Matteo, ma non avevano sortito le stesse reazioni mediatiche di oggi.
Ci sarebbe quindi un filo conduttore unico che avrebbe legato il bienno stragista di Cosa Nostra del ‘92-’93, la trattativa tra stato e mafia, la prolungata e “tranquilla” latitanza di Bernardo Provenzano (ossia la tesi accusatoria del processo Mori-Obinu), la perdita di referenti politici quali la Democrazia Cristiana e la necessità di crearne uno nuovo - la nuova Forza Italia di Silvio Berlusconi - per consentire a Cosa Nostra una stagione nuova e pacifica di coabitazione con lo Stato. Afferma Ciancimino che:
Ricostituire un polo di centro era l’interesse principale sia di mio padre che di Provenzano. Non perdere quel bacino di voti certi e necessari per la costruzione di un nuovo soggetto politico…
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Se avete letto il nostro speciale sulla trattativa Stato - Mafia sapete che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, non è nuovo a dichiarazioni shock in questo senso.
Oggi, nel corso del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu - etrambi sono accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra - Ciancimo ha lanciato l’ultima bomba: Forza Italia è nata per volere di Bernando Provenzano, e quindi di Cosa Nostra.
Massimo, interrogato dai magistrati nel corso del processo, ha raccontato di un “pizzino” spedito dal Boss dei Boss “Binnu u tratturi” Provenzano a Silvio Berlusconi. A fare da tramite Marcello dell’Utri.
Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sara’ di poco conto perche’ questo triste evento non si verifichi (si allude all’intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potra’ mettere a disposizione le sue reti televisive

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare molto di Massimo Ciancimino e delle sue dichiarazioni relative alla trattativa tra Stato e mafia nel periodo post-stragista dei primi anni ‘90. Nella deposizione rilasciata all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo Ciancimino jr. ha sostenuto ciò che aveva già detto più volte in passato, ma è necessario fare un passo indietro per comprendere il contesto processuale.
Quello che si sta svolgendo a Palermo è il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995. Mori ed Obinu del Ros avrebbero, in pratica, deciso di non intervenire nel momento in cui avrebbero potuto catturare Provenzano.
Da ricordare che Mario Mori ha già subìto un processo per favoreggiamento, assieme al capitano Sergio De Caprio - il capitano Ultimo - per non aver perquisito il covo di Totò Riina subito dopo il suo arresto, consentendo così a Cosa Nostra di ripulire tutto quanto da prove indispensabili alle indagini. Questo processo si è concluso con un’assoluzione, nonostante sia stata riconosciuta l’omessa perquisizione della casa e l’inquinamento delle relative indagini.
Tutto parte dalla tesi accusatoria sostenuta dal Colonnello Michele Riccio che si è occupato dell’indagine su Provenzano sin dai tempi in cui era alla Dia e poi passato ai Ros. Personaggio chiave dell’indagine era Luigi Ilardo detto “Gino”, reggente del mandamento di Caltanissetta, che si era messo a disposizione degli investigatori in qualità di infiltrato con lo pseudonimo di “Oriente”. Nel momento dell’inizio della collaborazione Ilardo non è un pentito, ma ha intenzione di aiutare a smantellare quella Cosa Nostra stragista che lui non riconosce più per poi diventare un collaboratore ufficiale dello Stato. E’ servito un anno di incontri con gli ufficiali prima di poter rientrare nell’associazione.
Continua a leggere: Speciale: il processo Mori, Massimo Ciancimino e le accuse

Oggi è tornato ad essere protagonista della cronaca giudiziaria italiana Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino “organico” alla cosca dei corleonesi e per questo condannato per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. E’ infatti iniziata questa mattina nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo la deposizione di Ciancimino jr. al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.
Nel momento in cui il pm ha chiesto a Ciancimino se avesse intenzione di parlare della cosiddetta Trattativa Stato-Mafia la risposta è stata “sì” ed è iniziato nuovamente il racconto sui rapporti tra Cosa Nostra ed alcune parti dello Stato.
L’immunità di Provenzano. Ciancimino ha parlato di una sorta di immunità territoriale in Italia possibile grazie ad un accordo stabilito con alcuni ufficiali, grazie anche al tramite del padre Vito, che gli consentiva libertà di movimento su tutto il territorio senza il timore di essere catturato.
Provenzano era garantito da un accordo stabilito anche grazie a mio padre tra il maggio e il dicembre del 1992. Provenzano goveva di immunita’ territoriale in Italia grazie a questo accordo. […] Tra il ‘99 e il 2002 Provenzano venne piu’ volte a casa nostra a Roma, vicino a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio padre era agli arresti domiciliari
Continua a leggere: Mafia: Massimo Ciancimino al processo Mori conferma la Trattativa Stato-Mafia
Dell’arresto del boss Giovanni “Tiramisù” Nicchi, astro nascente di Cosa Nostra, candidato a prende il posto di Domenico “Mimmo” Raccuglia, ci siamo già occupati sabato pomeriggio, poche ore dopo l’irruzione degli agenti della sezione Catturandi nel suo appartamento a pochi passi dal Tribunale di Palermo.
Insieme al 28enne Nicchi, latitante da tre anni, sono finiti in manette anche Alessandro Presti e Giusy Amato, rispettivamente di 19 e 27 anni, entrambi accusati di favoreggiamento.
Venerdì prossimo, 11 dicembre, Nicchi dovrà apparire davanti ai giudici della Corte D’Appello di Palermo, dove in questi giorni è in corso il secondo grado del processo “Gotha“, che vede alla sbarra oltre quaranta imputati ritenuti vicini al boss Bernardo Provenzano.
Nel processo di primo grado, concluso nel gennaio del 2008, Nicchi era stato condannato a scontare 15 anni di carcere, mentre al termine del processo “All Bridge” è stato condannato a 6 anni di reclusione.
Via | Il Sole 24 Ore e YouReporter
Continua a leggere: Arrestato il boss Giovanni Gianni Nicchi: ecco le immagini del covo

Quattro anni e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa. È la condanna inflitta a Marcello Trapani, ex procuratore sportivo ed ex avvocato dei boss Sandro e Salvatore Lo Piccolo, arrestati a novembre 2007. Oggi Trapani è un collaboratore di giustizia. I pm della Dda di Palermo avevano chiesto per lui 3 anni e 4 mesi di carcere, ma il gup Angelo Pellino non ha ritenuto di dover concedere la riduzione della pena prevista per i “pentiti” ma solo quella per il rito abbreviato.
Secondo l’accusa Trapani curava gli interessi della famiglia mafiosa dei Lo Piccolo. Il penalista era stato arrestato a settembre 2008. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, avevano evidenziato gli stretti legami di natura professionale e soprattutto “extraprofessionale” di Trapani con diversi appartenenti alla “famiglia” Lo Piccolo.
Relazioni che progressivamente avevano assunto una rilevanza penale sempre più marcata. Scriveva l’Eco di Sicilia ai tempi dell’arresto:
Il penalista avrebbe fatto da tramite con i capimafia e alcuni imprenditori che avevano interesse a contattare i Lo Piccolo. Secondo quanto è emerso dall’inchiesta dei pm della direzione distrettuale antimafia di Palermo, l’avvocato avrebbe anche fatto avere ai boss materiale giudiziario che riguardava inchieste sulle cosche mafiose.
Continua a leggere: Mafia: condannato Marcello Trapani, ex legale dei boss Lo Piccolo

Sono undici gli arresti dell’operazione Crash, portata a termine nella notte da polizia e carabinieri di Palermo. Si tratta di esponenti affiliati a Cosa Nostra residenti a Bagheria. E’ stata sequestrata una società che si occupava di ortofrutticoli, valutata 2,5 milioni di euro, mentre le accuse per gli arrestati sono di associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi.
Il personaggio di spicco tratto in arresto è sicuramente Simone Castello: sessant’anni, non viveva a Bagheria. L’hanno acchiappato vicino a Madrid infatti, dove latitava da tempo. Gli undici arrestati sono tutti ritenuti essere fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, Zu Binnu, il capo dei capi di Cosa Nostra di cui tante volte abbiamo scritto in passato.
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