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Trattativa Stato-Mafia: la lettera di minacce a Massimo Ciancimino

pubblicato da Fabio Mascagna

Massimo Ciancimino

Ieri abbiamo parlato della ripresa degli interrogatori a Massimo Ciancimino all’interno dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa tra stato e mafia, ma soprattutto delle novità riguardanti uomini dei servizi segreti coinvolti nella vicenda.

Le indagini rivolte a scoprire l’identità dei due uomini legati alle istituzioni ed ai servizi, l’ormai famoso “Signor Franco” ed il suo guardaspalle, hanno subìto un’accelerazione dopo le minacce ricevute tramite lettera anonima da Ciancimino jr. di cui abbiamo accennato ieri e che potrebbero essere state scritte proprio dal secondo uomo. E’ bene riportarne i contenuti.

Signor Ciancimino, spero che questa lettera le sia recapitata, come da mie istruzioni, nella giornata del 2 aprile, lei sa a cosa mi riferisco. Consideri queste poche righe come un buon consiglio dato da una persona che anche suo padre ha saputo apprezzare e stimare, e che comunque oggi è a conoscenza di fatti e circostanze tali da poterle essere, forse, ancora di aiuto.

La lettera di minacce, riportata da Lucentini su L’Espresso, inizia così e con cinque proiettili di kalashnikov a rafforzare l’intimidazione. La giornata del 2 aprile corrisponde alla data di nascita del padre di Massimo, Vito Ciancimino, considerato ormai il fulcro di quella trattativa tra Cosa Nostra e parti deviate dello stato.

Il dovere mi impone di avvisare chi come lei, ignaro del disegno altrui, oggi rappresenta uno strumento di lotta. Questo non solo per il mio ruolo svolto per il paese, ma sicuramente per l’esperienza accumulata in tanti anni di onorati servizi resi. Equilibri e democrazia costituiscono le basi per un nuovo percorso di globalizzazione ed integrazione che con molto sacrificio il paese sta attraversando. In questo momento molto difficile per la nostra democrazia non sono concessi ed ammessi ulteriori sbagli

In questa parte del testo l’anonimo si accredita proprio come un servitore dello Stato nonché come un portavoce di un disegno politico più ampio rivolto all’equilibrio, la democrazia, l’integrazione. Se veritiera la lettera fornirebbe una lettura di conferma proprio di quelle relazioni tra l’associazione mafiosa e lo Stato per portare avanti interessi comuni e condivisi.

Ma dopo queste belle parole si torna alle minacce vere:

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Trattativa Stato-Mafia: Massimo Ciancimino interrogato sull'identità del Signor Franco e la collusione di politici

pubblicato da Fabio Mascagna



Continuano le indagini sulla cosiddetta trattativa stato-mafia di cui ci stiamo occupando ormai da tempo. Protagonista indiscusso dell’indagine di cui sono titolari i Pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo è Massimo Ciancimino che proprio oggi è stato nuovamente interrogato per fornire dettagli su alcuni nomi di politici coinvolti nella vicenda ed annotati con cura dal padre Vito nei documenti ritrovati nella villa di Baida, a Palermo.

Nei giorni scorsi Ciancimino aveva identificato in Procura il famoso “Signor Franco”, l’uomo delle istituzioni e dei servizi segreti di cui abbiamo parlato qui, ma soprattutto all’interno dello speciale sul processo Mori, che aveva rapporti privilegiati con Vito Ciancimino e lavorava spesso come tramite tra l’ingegner Lo Verde - pseudonimo di Bernardo Provenzano - e la famiglia Ciancimino.

Mio padre ha intrattenuto rapporti con uomini dei servizi e in particolare con il ’signor Franco’, come lo conoscevo io, o ’signor Carlo’, come lo chiamava mio padre quando erano soli. Il signor Franco proprio in quanto uomo legato alle istituzioni non aveva alcun problema ad accedere a casa mia”, dove si sarebbe recato “fino a qualche mese prima della morte di mio padre”. Il signor Franco era uno di quei cinque o sei personaggi che avevano accesso a utenze riservate e che poteva venire a casa mia senza appuntamento.

Le indagini avrebbero portato all’identificazione di un uomo sulla 40ina che Massimo Ciancimino soleva appellare con il nome de “il Capitano” e che è stato avvistato più volte tra Bologna e Palermo come guardaspalle del “Signor Franco”. Gli investigatori non hanno escluso che possa essere stato proprio quest’individuo ad inviare la lettera di intimidazione a Ciancimino jr. contenente cinque proiettili. Il caso vuole che il numero cinque sia anche il numero identificativo sulla foto dell’identificato all’interno dell’album dei magistrati.

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Trattativa Stato-Mafia: Ciancimino, Forza Italia ed i rapporti con Cosa Nostra

pubblicato da Fabio Mascagna

Massimo Ciancimino

Abbiamo parlato ieri della chiusura dell’esame di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato nuovamente dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo nell’ambito del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.

La “bomba” di ieri, ma che poi tanto bomba non è, le dichiarazioni sulla nascita di Forza Italia per il volere di Cosa Nostra attraverso Bernardo Provenzano e la collaborazione diretta con Marcello Dell’Utri. Queste stesse dichiarazioni Ciancimino jr. le aveva rilasciate nel verbale stilato il 22 dicembre scorso sempre davanti ad Ingroia a Di Matteo, ma non avevano sortito le stesse reazioni mediatiche di oggi.

Ci sarebbe quindi un filo conduttore unico che avrebbe legato il bienno stragista di Cosa Nostra del ‘92-’93, la trattativa tra stato e mafia, la prolungata e “tranquilla” latitanza di Bernardo Provenzano (ossia la tesi accusatoria del processo Mori-Obinu), la perdita di referenti politici quali la Democrazia Cristiana e la necessità di crearne uno nuovo - la nuova Forza Italia di Silvio Berlusconi - per consentire a Cosa Nostra una stagione nuova e pacifica di coabitazione con lo Stato. Afferma Ciancimino che:

Ricostituire un polo di centro era l’interesse principale sia di mio padre che di Provenzano. Non perdere quel bacino di voti certi e necessari per la costruzione di un nuovo soggetto politico…

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Il Pm Ingroia: Matteo Messina Denaro è l'unico leader mafioso in Italia e vive a Trapani

pubblicato da Fabio Mascagna

Durante un’intervista su Youtube al programma “Klauscondicio” il Pm Antonio Ingroia rivela che Matteo Messina Denaro è attualmente l’unico leader mafioso in Italia e vive a Trapani. Le difficoltà relative al suo arresto proverebbero dall’impermeabilità del territorio trapanese che in gran parte è ancora schierata con la mafia.

Durante l’intervista del pm molti sono stati i punti toccati, soprattutto legati alla lotta antimafia. Particolarmente duro è l’attacco alla Chiesa che dopo la forte presa di posizione di Papa Wojtyła sarebbe rimasta troppo silente.

“Nella sua lotta alla mafia è troppo in silenzio, sta troppo zitta, da parte sua ci vorrebbe una maggiore assunzione di responsabilità. Non è solo la Chiesa ad essere silente, ma sono anche un po’ tutte le istituzioni.”

Il video dopo il salto.

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Articolo 21 intervista Antonio Ingroia

pubblicato da Magno

Arriveranno i soldati in Sicilia per combattere le cosche. Nel 92, lei ha dichiarato recentemente, la cosa funzionò ma oggi non serve a nulla. I tempi erano quelli degli attentati a Falcone e Borsellino. Perchè i militari non servono più? La mafia colpisce in modo diverso lo stato, oppure ha meno bisogno di colpire lo stato?

La mafia più insidiosa è soprattutto finanziaria, la mafia degli affari non quella militare nè quella stragista. Avremmo più bisogno di eserciti di consulenti finanziari che di uomini armati per le pubbliche vie, di esperti in materia finanziaria che ci consentano di colpire il sistema economico mafioso che, in questo momento, condiziona larga parte del sistema economico siciliano e nazionale.

Il nome di Ingroia, di cui leggete qui sopra un passo dall’intervista uscita ieri su Articolo 21, ricompare in questi giorni anche nel dossier di 90011.it sul caso Talpe alla DDA, che viene presentato così nella prima parte (oggi è uscita la quarta):

A cinque mesi di distanza dalla sentenza di primo grado, iniziamo un “viaggio” in 16 puntate nel processo “Talpe alla Dda” conclusosi con 13 condanne e una sola assoluzione. Passato alle cronache più per la pena (5 anni) inflitta all´ex governatore Salvatore Cuffaro che per l´asse mafia-politica-economia che è venuto alla luce, il processo ha avuto uno dei suoi fulcri principali a Bagheria, città in cui vivono molti degli imputati alla sbarra e nella quale si sono svolte buona parte delle intercettazioni.

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