
Si parla ancora di Massimo Ciancimino, questa volta ascoltato come testimone nell’ambito del processo d’appello in corso a Roma sull’omicidio del banchiere del Banco Ambrosiano Roberto Calvi trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra il 17 giugno 1982. Roberto Calvi sarebbe stato ucciso per aver “soldi non suoi, ma appartenenti all’organizzazione denominata Cosa Nostra e ad altre organizzazioni criminali”. Qui un’ottima ricostruzione della vicenda.
Ma all’interno di questo processo Ciancimino lancia quella che potrebbe essere una bomba non da poco: su richiesta del pm Luca Tescaroli ha presentato un documento inedito - scritto dal padre Vito - che coinvolgerebbe il Sen. Marcello Dell’Utri nella vicenda Calvi, Banco Ambrosiano, Banca Rasini ed i rapporti con Cosa Nostra.
Il primo foglio scritto a mano recita:
M.Dell’Utri-Alamia. Calvi-Buscemi-Dell’Utri. Canada Bono
Pozza. Ior Raselli 5 miliardi. Milano 2 costruzioni

Abbiamo parlato ieri della chiusura dell’esame di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato nuovamente dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo nell’ambito del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.
La “bomba” di ieri, ma che poi tanto bomba non è, le dichiarazioni sulla nascita di Forza Italia per il volere di Cosa Nostra attraverso Bernardo Provenzano e la collaborazione diretta con Marcello Dell’Utri. Queste stesse dichiarazioni Ciancimino jr. le aveva rilasciate nel verbale stilato il 22 dicembre scorso sempre davanti ad Ingroia a Di Matteo, ma non avevano sortito le stesse reazioni mediatiche di oggi.
Ci sarebbe quindi un filo conduttore unico che avrebbe legato il bienno stragista di Cosa Nostra del ‘92-’93, la trattativa tra stato e mafia, la prolungata e “tranquilla” latitanza di Bernardo Provenzano (ossia la tesi accusatoria del processo Mori-Obinu), la perdita di referenti politici quali la Democrazia Cristiana e la necessità di crearne uno nuovo - la nuova Forza Italia di Silvio Berlusconi - per consentire a Cosa Nostra una stagione nuova e pacifica di coabitazione con lo Stato. Afferma Ciancimino che:
Ricostituire un polo di centro era l’interesse principale sia di mio padre che di Provenzano. Non perdere quel bacino di voti certi e necessari per la costruzione di un nuovo soggetto politico…
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Oggi è tornato ad essere protagonista della cronaca giudiziaria italiana Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino “organico” alla cosca dei corleonesi e per questo condannato per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. E’ infatti iniziata questa mattina nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo la deposizione di Ciancimino jr. al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati entrambi di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995.
Nel momento in cui il pm ha chiesto a Ciancimino se avesse intenzione di parlare della cosiddetta Trattativa Stato-Mafia la risposta è stata “sì” ed è iniziato nuovamente il racconto sui rapporti tra Cosa Nostra ed alcune parti dello Stato.
L’immunità di Provenzano. Ciancimino ha parlato di una sorta di immunità territoriale in Italia possibile grazie ad un accordo stabilito con alcuni ufficiali, grazie anche al tramite del padre Vito, che gli consentiva libertà di movimento su tutto il territorio senza il timore di essere catturato.
Provenzano era garantito da un accordo stabilito anche grazie a mio padre tra il maggio e il dicembre del 1992. Provenzano goveva di immunita’ territoriale in Italia grazie a questo accordo. […] Tra il ‘99 e il 2002 Provenzano venne piu’ volte a casa nostra a Roma, vicino a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio padre era agli arresti domiciliari
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La giornata nera di Mancino, da L’Unità: qualche brandello di informazione sulla trattativa Stato-Mafia, che tutti negano ma che affiora quà e là in dichiarazioni ufficiali di personalità pubbliche. Non sono solo le parole dei pentiti dunque, anche se è Ciancimino figlio ad aver sollevato il nuovo vespaio (sono sue le parole che ieri Fini ha attribuito a Spatuzza):
Ciancimino jr è il primo a fare il nome di Mancino, a tirarlo in ballo come possibile interlocutore della trattativa. Chi tra gli uomini dello Stato era a conoscenza di una trattativa con Cosa Nostra? Oltre le parole dei pentiti, ai dubbi su un incontro, da Mancino sempre negato, che gettò Borsellino nello sconforto, arriva all’improvviso e inaspettata - siamo a luglio - la deposizione di Luciano Violante che, all’epoca presidente della Commissione Antimafia, rivela che «in ben tre incontri il generale Mori mi chiese di incontrare riservatamente Ciancimino». Incontro che Violante rifiutò. Sembrava chiusa lì. Ma il 9 ottobre arrivano le parole, sempre tardive, sempre a metà, dell’ex ministro Guardasigilli Martelli e dell’ex dirigente del ministero Liliano Ferraro: «Fummo informati della trattativa» dicono ad Annozero.
Di Mancino e Borsellino ne avevamo parlato qui su Polisblog, andate in archivio a leggere le puntate precedenti di questo velenoso snodo della questione, nata nei primi anni ‘90 e riemersa con la puntata di Annozero di cui leggete qui ancora su L’Unità.
Claudio Martelli e Liliana Ferraro hanno poi deposto in Tribunale, ecco cosa ne diceva un articolo ripubblicato su Stato, Chiesa e Mafia:
Se la Ferraro e Martelli dovessero confermare a verbale si potrebbe ampliare ulteriormente quello scenario già all’esame della Corte presieduta da Mario Fontana che sta processando il generale Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.

(qui e qui la prima e la seconda parte dello speciale trattativa stato-mafia)
La Strage di Via D’Amelio. Arriviamo al 19 Luglio 1992: alle ore 16,58 una Fiat 126 caricata con 100 kg di tritolo causò una violentissima esplosione in via Mariano D’Amelio a Palermo uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Claudio Traina, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Eddie Walter Cosina. La sentenza è stata eseguita. Sul Corriere uno speciale che consente di mettere insieme i pezzi di cronaca dell’epoca, in cui si parla anche delle molte discrepanze della vicenda: gli uomini della scorta e Borsellino sapevano che Via D’Amelio era una strada a rischio, ancora di più in quel momento, ma le richieste preventive per la rimozione dei veicoli in sosta in quel tratto non fu mai accolta dal comune di Palermo.
La magistratura è riuscita a ricollegare definitivamente l’attentato a Borsellino come conseguenza del “dialogo” aperto dai carabinieri del ROS Giuseppe De Donno e Mario Mori con i vertici di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino. La sentenza denominata “Borsellino bis” ha scritto nero su bianco che questa trattativa, come abbiamo già accennato, fu uno dei principali fattori esterni a Cosa Nostra che andarono ad interferire con i processi decisionali della strage. Secondo il pentito Giovanni Brusca l’eliminazione di Borsellino subì una brusca accelerazione sui tempi pianificati da Cosa Nostra perché rappresentava, in quel momento, un ostacolo alla trattativa tra alcuni pezzi delle istituzioni e l’associazione mafiosa. Borsellino diviene improvvisamente “bersaglio principale” perché viene a conoscenza di qualcosa che non avrebbe dovuto sapere.
Continua a leggere: Gli speciali di Crimeblog: la Trattativa Stato-Mafia - Terza parte

(qui la prima parte dello speciale Stato-Mafia)
L’inizio della Trattativa Stato-Mafia. Dopo la strage di Capaci in cui muore Giovanni Falcone, uno degli artefici del maxiprocesso che aveva messo in crisi Cosa Nostra, lo Stato si trova a dover dare una risposta forte ed istituzionale. Succede così che il Ministro dell’Interno Scotti e quello di Grazia e Giustizia Martelli preparino un decreto antimafia con concede benefici ai pentiti ed introduce il regime del carcere duro per i mafiosi (il futuro 41 bis), proprio grazie alla collaborazione interna di Giovanni Falcone, troppo spesso tacciato di “collaborazionismo”.
In questi ultimi mesi si è venuto a sapere, soprattutto grazie alle dichiarazioni dello stesso Claudio Martelli, che due ufficiali dei Ros – Mori e De Donno – hanno frequenti colloqui investigativi con Vito Ciancimino per fargli fare da tramite con i boss Riina e Provenzano. Attraverso le versioni di Massimo Ciancimino ed i pentiti, su tutti Brusca, si sa che le trattative iniziano proprio qui. Si parla chiaramente di un incontro tra De Donno – mai smentito – con Massimo Cianciamino da dove sarebbe partito tutto.
Continua a leggere: Gli speciali di Crimeblog: la Trattativa Stato-Mafia – Seconda parte
Dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio è ritornata a farsi strada l’ipotesi investigativa della trattativa tra gli organi di Stato e Cosa Nostra. L’ipotesi si è fatta di giorno in giorno sempre più concreta grazie alle dichiarazioni dei pentiti – Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca su tutti - di Totò Riina, ma soprattutto di Massimo Ciancimino – figlio Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo morto nel 2002.
Questi ha riportato alla luce l’ormai famoso “papello” ed informazioni preziose sulla trattativa avviata da “uomini delle istituzioni” con Cosa Nostra per interrompere la catena degli attentati. Ma bisogna tornare indietro nel tempo ed andare con ordine per capirci qualcosa. L’inizio dei rapporti tra le istituzioni e Cosa Nostra può retrodatarsi al 30 gennaio 1992 quando vengono confermate le condanne al maxiprocesso, o meglio annullate le assoluzioni, dei boss mafiosi Michele Greco, Totò Riina, Francesco Madonia e Pippo Calò…
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Riciclavano ingenti somme di denaro “ritenute provenienti da attività illecite riconducibili agli affari di Cosa Nostra” su conti aperti alle Bahamas in collaborazione con un alto funzionario della banca svizzera Arner, Nicola Bravetti.
Gli Zummo, padre e figlio, assieme a Bravetti - considerato la “mente dell’organizzazione” - sono accusati di concorso in intestazione fittizia di beni, con le aggravanti per aver agito in favore di Cosa Nostra. Gli arresti sono stati messi in atto dalla Direzione investigativa antimafia, coordinata dal pm Roberto Scarpinato. Il dirigente della banca ticinese si trova agli arresti domiciliari a Lugano, il suo ruolo sarebbe stato quello di far sparire tramite false intestazioni i soldi provenienti dagli Zummo.
Le somme occultate nel conto denominato “Pluto” - circa 13 milioni di euro - farebbero parte del tesoro di Vito Ciancimino, ex sindaco parlermitano della DC protagonista principale del famoso “Sacco di Palermo” degli anni 60′-70′, la più grande speculazione edilizia avvenuta in Sicilia, considerato dai magistrati dell’epoca “la più esplicita infiltrazione della mafia nell’amministrazione pubblica”.
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