'Ndrangheta ed appalti, nuovi arresti nell'inchiesta "Bellu lavuru"

cantiere L’interesse verso i pubblici appalti da parte delle cosche mafiose calabresi sembra non cessare. E’ quanto emerge dall’inchiesta “bellu lavuru” che nella giurnata di ieri ha portato all’arresto di 33 persone appartenenti alla cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara, capeggiata dal potente boss incarcerato dopo venti anni di latitanza, Giuseppe Morabito “u tiradrittu”.

Dalla corposa ricostruzione - un fermo disposto dai P.M. Giuseppe Pignatone, Procuratore capo, il procuratore aggiunto, Salvatore Boemi, ed i sostituti Franco Mollace, Giuseppe Lombardo e Domenico Galletta di oltre 700 pagine che scopre le carte di un’indagine condotta dalla DDA di Reggio Calabria con i Carabinieri -, è emerso che fu proprio il boss in persona, nel novembre del 2006, ad accogliere con soddisfazione la notizia datagli dal genero, Francesco Stilo, e dalla propria figlia in visita presso il carcere di massima sicurezza di Parma, dove è ristretto, di essere riusciti ad ottenere un appalto sulla statale jonica 106, strada tristemente nota per l’elevato numero di morti che miete ogni anno.

Un “bel lavoro” fu da loro definito in dialetto, da cui prende spunto il nome dell’operazione. Ed in effetti tale era. La gara d’appalto, vinta dalla Società italiana per le Condotte d’acqua, era stata ceduta in subappalto a due imprese locali: la IMC, di Costantino Stilo, e la D’Aguì beton, di Terenzio D’Agui’, che si occupa della fornitura di calcestruzzo e ritenuto affiliato alla cosca Talia di Bova Marina. Entrambe le ditte sono strettamente legate ai Morabito di Africo.

Così le cosche reggine erano riuscite a mettere le mani sui lavori stradali costituendo un vero e proprio “cartello” presieduto dal capo clan Giuseppe Morabito, in cui convergono anche le cosche Malsano – Talia – Vadalà, con interessi che si estendevano ad altri settori tra cui la costruzione del nuovo Istituto superiore comprensivo “Euclide” di Bova Marina, appaltata dalla Provincia di Reggio Calabria.

L’inchiesta ha portato alla luce, oltre al dato di cronaca, altri sconcertanti aspetti che meritano alcune riflessioni.

Innanzitutto sul potere che conservano questi boss mafiosi in barba alle misure che lo Stato adotta per isolarli dal loro contesto criminale.

Poi, queste storie di criminalità organizzata vanno ad aggravare ulteriormente altri delicati allarmi sociali particolarmente sentiti come quello relativo alla sicurezza sul posto di lavoro. Nel mese di febbraio nell’ambito della stessa inchiesta erano stati preventivamente sequestrati sette cantieri allestiti per la realizzazione della c.d. “variante di Palazzi”, opera rientrante nei lavori di ammodernamento della S.S. 106 “Jonica” nella cui realizzazione erano state riscontrate difformità, potenzialmente incidenti sulla tenuta strutturale dei manufatti, tra cui:

“Calcestruzzo che si sbriciola con le mani, gallerie che cedono di schianto, morti evitati per puro caso.” Come riferiscono i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, diretti dal col. Leonardo Alestra, nell’illustrare le indagini iniziate a seguito dell’iniziativa della Prefettura di Reggio Calabria di nominare una commissione di accesso nel cantiere individuato come “variante di Palizzi”, nella ionica reggina, dove si era verificato, senza conseguenze per le maestranze impegnate, l’intero collassamento della volta della galleria che serve a bypassare il comune di Palazzi Marina.

“Nel febbraio di quest’anno - dicono gli inquirenti - sono state effettuate le prove di schiacciamento sulle carote in calcestruzzo, alla presenza dei tecnici Anas e della stessa Condotte, da cui sono emerse palesi difformità in ordine alla qualità dei materiali posti in opera”, tant’é che la Condotte ha deciso di sciogliere i contratti di subappalto.

“In questo quadro - scrivono gli inquirenti risalta l’elevato grado di pericolosità sociale delle organizzazioni criminali con una grave aggressione del principio di libertà economica - costituzionalmente garantita - che costituisce un punto cardine dello Stato democratico e liberale fondato sulla legalità e rispetto delle regole”.

“In Calabria - ha detto Pignatone - arrivano imponenti flussi di danaro per grandi opere e sanità. Quanto emerso dalle indagini dimostra come le cosche della ndrangheta riescano ad inserirsi e a curare efficacemente i propri interessi in appalti di straordinaria entità economica e di particolare valenza sociale”.

Un altro aspetto che le indagini hanno evidenziato è che la gestione della manodopera viene utilizzata per creare “consenso ambientale” e mantenere un utile serbatoio di capitale umano dimostrando così, ancora una volta, che la mafia, soprattutto in Calabria è un fenomeno che affonda le radici in un terreno sociale e culturale favorevole poiché si insinua tra i disagi di una popolazione che avverte fortemente i problemi occupazionali e le lentezze burocratiche, offrendo soluzioni alternative a quelle ordinarie offerte dalle Istituzioni, troppo spesso vincolate a regole e sistemi poco tempestivi ed efficaci. Una realtà criminale che tesse le sue reti stringendo legami di natura familiare e che da lì si ramifica in tutti i settori, tra cui anche quelli politici.

Non a caso nella presente inchiesta, oltre ai 33 fermati, di cui 2 resisi latitanti, vi sono due consiglieri di maggioranza. Si tratta di Sebastiano Altomonte, di 54 anni, sindacalista, consigliere di maggioranza del comune di Bova Marina, espressione di una lista civica, e Giuseppe Natale Strati (48), imprenditore, consigliere di maggioranza del comune di Samo, di una lista di centro. Nell’elenco dei fermati ci sono anche numerosi imprenditori, operai e due dipendenti comunali

Via | Calabria Report e Calabria Notizie
foto: t.luigi70

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