Suicida la testimone Maria Concetta Cacciola: la lettera della madre

La mamma di Maria Concetta Cacciola, la testimone di giustizia che si è tolta la vita a Rosarno (Reggio Calabria) ingerendo acido muriatico, ha scritto alla Gazzetta del Sud.

Anna Rosalba Lazzaro non sa se la figlia possa essere stata in qualche modo indotta a collaborare con i magistrati della Dda reggina. "Non so se mia figlia è mai stata un'autentica collaboratrice di giustizia ovvero se sia stata indotta per disegni altrui a tale ruolo ma per rispetto degli organi inquirenti e della magistratura non svelerò oggi tutto ciò che è a mia conoscenza".

"Lo farò solo - scrive la donna - dopo averlo denunciato a dette autorità, a seguito mi farò promotrice di informarvi". "Mia figlia quando è ritornata a casa lo ha fatto in maniera definitiva e non solo per riabbracciare momentaneamente i suoi figli o in attesa del perfezionamento della pratica di protezione nei loro confronti".

La mamma di Maria Concetta - come riporta Tele Reggio Calabria - parla anche del marito della figlia Salvatore Figliuzzi, condannato a 8 anni di carcere per associazione mafiosa, e della parentela del padre della ragazza, Michele Cacciola, con il presunto boss Gregorio Bellocco.

Nella lettera si legge: "a parte le vicissitudini giudiziarie e personali del marito e quelle del padre, che risalgono ad oltre 20 anni orsono, il legame parentale con lo zio non ha mai costituito per Maria Concetta, e neppure per la mia famiglia, nessuna tipologia di peso sulle scelte di vita di mia figlia e del mio nucleo familiare. Su questo punto voglio aggiungere che al di là del mero dato parentale, né mio marito, né alcun componente del mio nucleo familiare ha mai condiviso vicissitudini giudiziarie ovvero sia pure semplici rapporti di frequentazione criminale con Gregorio Bellocco".

Da Antimafia duemila:


Una sconfitta per lo Stato, una vittoria per la 'Ndrangheta. Il suicidio della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, al di là dalle modalità con cui è stato compiuto e che dovrà chiarire l'autorità giudiziaria, rischia di riportare molto indietro le lancette della storia della lotta alla criminalità organizzata calabrese. (...) Cacciola non è la prima ad aver commesso un gesto simile. Solo pochi mesi fa, ad aprile, Tita Buccafusca, moglie del boss Pantaleone Mancuso, aveva fatto la stessa identica fine dopo aver tentato di collaborare con la giustizia.

Un'altra donna che lo Stato non aveva saputo proteggere, così come era accaduto per Lea Garofalo, la pentita sequestrata nel 2009, assassinata dalla furia mafiosa e poi sciolta nell'acido. “Tre giovani donne e madri calabresi”, ha ricordato ieri l'on Angela Napoli, “chiamate ad un triste destino, sicuramente perché scomode all'interno delle rispettive famiglie i cui uomini appartengono alla 'ndrangheta”. “Storie diverse che non possono cadere nel silenzio e che lasciano intravedere come sia diventato preoccupante il ruolo della donna che intende reagire al potere criminale e come contemporaneamente tale ruolo non venga adeguatamente tutelato dallo Stato”.

Video | Cn24tv

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