I pentiti parlano e arrivano i primi arresti di presunti ‘ndranghetisti. Ieri pomeriggio è stato arrestato a Reggio Calabria Antonino Lo Giudice, 51 anni.
Il provvedimento è stato emesso dal sostituto procuratore aggiunto della DDA Michele Prestipino e dai sostituti procuratori Giuseppe Lombardo, Marco Colamonici e Beatrice Ronchi.
Lo Giudice è accusato di essere a capo dell’omonimo clan attivo nella zona nord della città dello Stretto. Secondo i magistrati della Dda, «avrebbe avuto un ruolo di direzione dell’associazione con compiti di decisione, pianificazione ed individuazione delle azioni delittuose da compiere come estorsioni, usura, omicidi e sequestri di persona».
Il provvedimento di fermo - necessario secondo gli inquirenti per scongiurare un eventuale pericolo di fuga - arriva dopo le recenti dichiarazioni di Roberto Moio e di altri tre collaboratori di Giustizia: Consolato Villani, appartenente proprio al clan Lo Giudice, Maurizio Lo Giudice e Paolo Iannò.
Delle rivelazioni dei pentiti si legge su Strilli:
Pubblico Ministero: “Oggi il capo della famiglia chi è?”
Consolato Villani: “Antonino Lo Giudice […] sempre è stato Antonino dalla morte del padre […] ha il Vangelo pure lui, sì”.
E’ solo una parte, minima, del decreto di fermo, con cui la Dda di Reggio Calabria ha disposto l’arresto di Antonino Lo Giudice, classe 1959, ammanettato nel primo pomeriggio di oggi dagli agenti della Squadra Mobile di Reggio Calabria. Il 51enne è considerato dagli inquirenti il capo indiscusso dell’omonima cosca di ‘ndrangheta, attiva nel rione Santa Caterina di Reggio Calabria. Tra il 1986 e il 1988 la cosca è stata protagonista di una cruentissima faida con un altro clan facente capo ai Rosmini, per il controllo delle attività illecite nella zona di competenza. Nino Lo Giudice è il figlio del celebre boss Peppe Lo Giudice, ucciso il 14 giugno 1990 ad Acilia (Roma), dove dimorava in regime di soggiorno obbligato.
A Logiudice, infatti, oltre ai reati di associazione mafiosa, armi, esplosivi, commercio di sostanze stupefacenti, estorsione, usura, riciclaggio, ricettazione, viene contestata anche l’intestazione fittizia di beni.
Ritorniamo a Consolato Villani, l’uomo, condannato a trent’anni di reclusione per l’omicidio di due carabinieri sull’autostrada, all’altezza di Scilla, è imparentato con l’indagato: “Io ho frequentato dalla mattina alla sera e un altro poco ho dormito pure insieme con Antonino Lo Giudice” afferma ai magistrati. Secondo le dichiarazioni del pentito, Nino avrebbe acquistato, nel tempo, un peso assai consistente all’interno della ‘ndrangheta: negli anni 2004/2005, persino il noto boss Pasquale Condello, “il supremo”, all’epoca latitante, avrebbe scelto Lo Giudice come suo rappresentante nei summit mafiosi: “[…] era una persona di fiducia di Pasquale Condello […] gli voleva far prendere ancor più potere a lui” dice ancora Villani.
Potere e denaro. La famiglia Lo Giudice sembra averne a bizzeffe: ancora Villani riferisce che, attraverso un affiliato, Giovanni Chilà, deceduto, il clan avrebbe acquisito il controllo del mercato ortofrutticolo di Reggio Calabria: “Comandavamo noi, facevamo quello che volevamo, ci prendevamo la frutta e non la pagavamo”.
Nino è il fratello di Luciano Lo Giudice, arrestato il 20 ottobre 2009. Secondo Villani, i due fratelli avrebbero intrattenuto rapporti di natura confidenziale con alcuni esponenti delle forze di polizia e, in particolare, con un maresciallo del Centro Operativo della D.I.A. di Reggio Calabria. A detta del pentito, i due fratelli, in particolare Luciano, intrattenevano con il maresciallo anche rapporti di amicizia, arrivando a prestargli anche una Ferrari: “Andavano in giro, facevano viaggi, hanno avuto dei fermi insieme, gli ha prestato il Ferrari quando aveva il Ferrari”. Un’amicizia, un patto, che avrebbe garantito alla cosca l’impunità: “[…] sia Luciano che Antonino, gli davano notizie anche di altri ‘ndranghetisti […] ma questo signore gli dava delle notizie pure a loro”. I Lo Giudice volevano l’intoccabilità. Un patto che sarebbe stato violato dall’arresto di Luciano Lo Giudice.
Questo il commento del procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone sull’arresto di Lo Giudice:
“Registriamo come un fatto positivo la decisione di due appartenenti alle cosche di ‘ndrangheta di collaborare con l’autorità giudiziaria. Naturalmente - aggiunge Pignatone - procederemo agli interrogatori di Villani e Moio ed alla valutazione di quanto emergerà dalle loro deposizioni nei termini e secondo i criteri stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza della Cassazione sui collaboratori di giustizia. Il fermo di Antonino Lo Giudice é stato disposto sulla base, appunto, delle dichiarazioni di questi collaboratori e delle attività d’indagine della Squadra mobile di Reggio Calabria, avendo ritenuto sussistente anche un grave pericolo di fuga dell’indagato”.
Intanto nella serata di ieri è stato dipanato un piccolo giallo dopo il servizio andato in onda su La7 da cui si evinceva che il bazooka fatto vedere ai giornalisti l’altro ieri nella sala conferenze della Questura di Reggio Calabria non era quello trovato davanti al palazzo di giustizia e sottoposto a sequestro. Il capo della Squadra mobile reggina ha precisato:
“Quello mostrato ai giornalisti non era l’originale, noi non abbiamo detto che quello era l’originale, in quanto quello ritrovato sotto il materasso era tutto imbrattato a sottoposto a rilievi da parte della Polizia scientifica. Noi - ha proseguito il capo della Mobile - abbiamo solamente fatto vedere un modello simile per rendere l’idea della micidiale arma”.
Via | Reggio TV
DIA o non DIA
15 lug 2011 - 19:01 - #1CARABINIERE maresciallo IN GALERA.
Spadaro Tracuzzi Maresciallo dei Carabinieri arrestato la talpa del clan Lo Giudice.
Sono indignato!!! Vergogna !!!
Conosco alcuni Carabinieri che per spiare la moglie che gli mette le corna fa uso di materiale investigativo. Tipo? Programmi per intercettazioni telefoniche. Non basta si fanno aiutare anche da colleghi. Non si possono usare questi mezzi a scopo personale. Senza l’approvazione del GIP, soprattutto passati i 3 mesi art. penale della legge 226 e 266.
Ora che ho scoperto ciò si vedrà……cari ragazzi
DIA o non DIA
16 lug 2011 - 16:19 - #2MILANO - Le telecamere all’interno del pub «Il Brigante» di Rho, teatro a gennaio di una sparatoria da Far West tra italiani e albanesi, hanno «inchiodato» un carabiniere: lo hanno ripreso mentre, sulla scena del delitto, raccoglieva i bossoli e la cartucce inesplose, per sviare le indagini. Oggi per Michele Berlingieri, all’epoca dei fatti carabiniere in servizio a Rho (Milano) e arrestato anche per concorso esterno in associazione mafiosa nel maxiblitz del luglio scorso contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia, è arrivato il rinvio a giudizio per favoreggiamento di un omicidio compiuto dal figlio di un presunto boss, il 25 gennaio scorso, in un locale nel Milanese.
LA SPARATORIA - Durante una rissa, per motivi di donne, tra un gruppo di italiani e albanesi all’interno del pub «Il Brigante», a Rho, Cristian Bandiera sparò con una pistola e uccise Artim Avrani, 38 anni, albanese. Il gup di Milano Giuseppe Vanore lo ha condannato oggi a 16 anni di reclusione per omicidio. Bandiera è figlio di Gaetano, arrestato nella maxi-operazione «Infinito» del luglio scorso, con 300 arresti. Nell’ordinanza «Infinito» il gip Giuseppe Gennari scrive che il carabiniere Berlingieri «aiutava Bandiera Cristian (figlio di Gaetano, affiliato alla locale di Rho), gravemente indiziato di omicidio ai danni di Avrami Artin, a eludere le indagini». Nel provvedimento del gip Gennari, si legge anche che Berlingieri «forniva notizie riservate su indagini in corso e sulle operazioni di polizia portate avanti dalla Compagnia CC di Rho, in tal modo orientando le condotte degli appartenenti al sodalizio criminoso».
CONDANNE - Il giudice Vanore ha condannato anche quattro albanesi accusati della rissa nel pub, a pene comprese tra i 2 anni e 4 mesi e i 3 anni e 4 mesi, ordinando anche l’espulsione non appena espiata la pena. A processo, invece, assieme al carabiniere, andranno altri due italiani accusati sempre di aver partecipato alla rissa. Il processo è fissato per il prossimo 8 marzo davanti al Tribunale di Rho.
DIA o non DIA
16 lug 2011 - 16:21 - #3Conosco alcuni Poliziotti e Carabinieri (maschi e femmine) che per spiare il partner che gli mette le corna fa uso di materiale investigativo. Tipo? Software per intercettazioni telefoniche. Non basta si fanno aiutare anche da colleghi (costituendo così una vera associazione a delinquere). Non si possono usare questi programmi per scopi personali. Il superiore che da autorizzazione, deve o (dovrebbe) consentirlo solo dopo una dichiarazione scritta che elencano i motivi di tale. La dichiarazione deve essere scritta e registrata con la firma del superiore e l’approvazione del GIP.
L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita (dall’Art 226-266c.p.p.) nei procedimenti relativi ai seguenti reati:
a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4;
b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4;
c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;
d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;
e) delitti di contrabbando;
f) reati di ingiuria (594 c.p.p.), minaccia (612 c.p.p.), molestia o disturbo alle persone (660 c.p.p.) col mezzo del telefono.
f-bis) delitti previsti dall’articolo 600-ter (pornografia minorile), terzo comma, del codice penale……….
Io ho fatto un breve sunto possono esserci delle leggere imperfezioni.
FORTUNA CHE IO NON HO NIENTE DA NASCONDERE!
Cari colleghi la privacy vale per tutti! Quale esempio diamo al nostro paese?