Trattativa Stato-mafia: chi è Giuseppe De Donno

Tra i tre ex ufficiali dell’Arma dei carabinieri rinviati a giudizio per la trattativa Stato-Mafia, oltre ai generali Mario Mori e Antonio Subranni, c’è l’ex braccio destro di Mori al Ros, l’allora capitano Giuseppe De Donno. Anche lui è accusato di minaccia e violenza al corpo politico dello Stato. Interrogato in proposito alla presunta trattativa l’ex ufficiale dei carabinieri disse:

«Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi, ma non ci fu nessuna trattativa».
Massimo Ciancimino

, figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia, dice che suo padre sarebbe stato l’intermediario tra gli ufficiali dell'Arma e i boss dei boss di Cosa nostra. De Donno, come il suo capo Mori, sostengono che loro hanno sempre e solo voluto indurre a collaborare Vito Ciancimino. Il presunto patto Stato-mafia com’è noto si sarebbe concretizzato nel famoso papello di richieste di Cosa nostra, di Toto Riina, allo Stato: richiesta di abolizione del 41 bis, revisione dei processi e della sentenze di mafia, via libera alla dissociazione per i mafiosi.

Per gli inquirenti di Palermo, il papello sarebbe stato consegnato da Riina a Vito Ciancimino, tramite l’altro imputato Antonino Cinà. Da Ciancimino il papello sarebbe stato poi arrivato ai carabinieri, i quali negano la circostanza di avere mai ricevuto un documento con richieste messe per iscritto. Secondo il pentito Giovanni Brusca, anche lui imputato, a giugno del 1992, qualche settimana dopo l’attentato al giudice Falcone, la strage di Capaci del 23 maggio, Riina voleva che la trattativa fosse spinta, ci voleva:

«un colpetto»

Da lì a poco, il 19 luglio, nella strage di via D’Amelio moriranno con un'autobomba parcheggiata sotto casa della madre il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. 
Gli incontri tra De Donno e Ciancimino sono cominciati, secondo quanto raccontato dall’ufficiale a processo, a giugno del ’92 dopo la strage di Capaci. Sentito come testimone al processo che vedeva Mori imputato a Firenze per favoreggiamento alla mafia De Donno precisa che i suoi rapporti con don Vito Ciancimino:

«nascono nel giugno del 1992 dopo la morte di Falcone. Prima avevo avuto solo qualche incontro con il figlio Massimo nelle aule del Tribunale. In quel periodo, il generale Mori decise una serie di attività investigative per capire cosa stava succedendo. Valutammo di contattare Vito Ciancimino attraverso Massimo. L’idea fu mia e il colonnello Mori mi autorizzò».

Ma non ci fu nessuna trattativa, nessun papello e contropapello (presunta limatura del primo documento). Rispondendo al legale del generale Mori, De Donno dice:

«Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi, ma non ci fu nessuna trattativa, non c’è mai stato nulla da trattare. Non ho mai visto il papello. Anche il contropapello l’ho visto solo sui giornali. In ogni caso, quello che è scritto sul contropapello era quello che era scritto nel libro Le mafie. Si possono confrontare».

Sempre in quella occasione De Donno nega che lui e Mori abbiano ricevuto il papello da Ciancimino e puntualizza che:

«Vito Ciancimino non ha portato elementi utili alla cattura di Riina. Del resto lui era stato arrestato a dicembre. Le indagini che portarono alla cattura di Riina non furono in nessuna maniera aiutate da Ciancimino».


A fare da tramite tra De Donno e il sindaco il figlio Massimo:

«Inizialmente Massimo Ciancimino mi disse "ti faccio sapere" e poi mi comunicò dopo qualche giorno la disponibilità del padre a incontrarmi. Mi recai nell’abitazione di Vito Ciancimino a Roma e da lì iniziò il nostro rapporto. Nonostante l’avessi arrestato in precedenza e fossi una delle cause dei suoi problemi giudiziari, Vito Ciancimino non nutriva rancore per me. Mi riconosceva il fatto di avere sempre agito con correttezza».

E ancora:

«Le prime tre volte, tutte tra le due stragi, furono molto pesanti, complesse e formative. Dovevo farmi accettare da Ciancimino, instaurare con lui un dialogo e fare in modo che si fidasse. Già incontrarlo era stato un enorme successo. Inoltre avevamo scelto Ciancimino anche perché in quel periodo era ancora in grado di gestire alcuni appalti. È chiaro che dietro questo c’era anche l’intento di giungere all’apoteosi di questo rapporto che sarebbe stata la collaborazione giudiziaria di Ciancimino. Ovviamente gli chiesi di avere elementi utili per capire quello che stava succedendo. Era l’esigenza di tutti decifrare gli accadimenti per indirizzare le indagini».

Secondo De Donno gli incontri tra Ciancimino e il generale Mori cominciarono dopo l’uccisione del giudice Paolo Borsellino:


«Volevo che Ciancimino parlasse con Mori. Era un capo e doveva parlare con un capo. Tra Mori e Ciancimino ci furono quattro incontri».

De Donno poi risponde al pm e interrogato sul punto torna anche sul concetto di trattativa, termine che aveva lui stesso usato durante una deposizione nel 1997 a Firenze nel processo sulle stragi. L’ex ufficiale all’epoca disse che durante i colloqui con Vito Ciancimino:


«gli proponemmo di farsi tramite con Cosa nostra, al fine di trovare un punto d’incontro finalizzato alla cessazione dell’attività stragista nei confronti dello Stato».

Trattativa in cui:

«carabinieri rappresentavano lo Stato».

De Donno ammette la circostanza:

«Sì è vero, confermo di avere detto questo. Ma non parlo della trattativa come viene intesa adesso. Con Ciancimino noi non volevamo trattare nulla, volevamo la fine delle stragi. Non c’è stata nessuna trattativa. Noi cercammo un approccio con Ciancimino su questo punto».

Passando sopra la Direzione investigativa antimafia, uno sgambetto investigativo e istituzionale contro l’organo che era all’epoca competente di ogni azione di contrasto alla mafia.


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