Camorra, omicidio a Gragnano: ucciso Gennaro Chierchia, ritenuto esponente clan D'Alessandro

pubblicato: domenica 14 marzo 2010 da Renato Marino


L’agguato si è consumato poco prima delle 18.00. Gennaro Chierchia, 54 anni, considerato affiliato al clan camorristico dei D’Alessandro è stato ucciso ieri sera in una pasticceria nel centro di Gragnano (Napoli). Sul caso indagano i carabinieri di Castellamare di Stabia. Da Stabia Channel:

L’uomo, già noto alle forse dell’ordine, si trovava all’interno della pasticceria Zampino di Via Castellammare a Gragnano quando è stato raggiunto da una raffica di colpi che gli hanno tolto la vita non lasciandogli scampo. Chierchi, 54 anni, è ritenuto dagli inquirenti una figura di spicco del clan dei D’Alessandro, operante proprio nell’area stabiese. (…) Noto con il soprannome di “pecorone”, l’uomo era un abitudinario di locali chic ed amante della bella vita.

Su Metropolis web si legge qualche particolare in più:

A quell’ora la strada era affollata da numerosi passanti.  Ma secondo quanto ricostruito fino a questo momento dagli inquirenti, il 54enne era l’unico cliente presente all’interno dell’esercizio commerciale quando è scattato il raid. Chierchia è ritenuto dagli inquirenti uno degli esponenti di spicco della camorra locale, per anni referente del clan stabiese dei D’Alessandro di cui era uno dei capizona dell’area dei Monti Lattari. Amante della bella vita e del lusso, era solito in passato girare in auto di grossa cilindrata e frequentare ambienti chic soprattutto della dolce vita romana. Fece scalpore la sua relazione con una nota attrice italiana.

Del clan D’Alessandro ci eravamo occupati in occasione del decreto di fermo emesso dalla Dda partenopea a carico del boss Vincenzo D’Alessandro per l’omicidio del consigliere comunale Luigi Tommasino. In questo pezzo d’archivio di Metropolis web si parla invece del processo, arrivato in corte d’Assise d’Appello, per 8 omicidi rimasti “senza nome” verificatisi nell’area stabiese e che sarebbero ascrivibili alla guerra tra clan. La sentenza è di un mese fa.

Otto omicidi senza un movente. E senza mandanti, killer e fiancheggiatori. La sentenza in Corte d’Assise d’Appello pronunciata lunedì mattina apre la stura a diverse chiavi di lettura. Una cosa è evidente: se il gruppo di fuoco che assassinò i due boss scanzanesi Giuseppe Verdoliva e Antonio Martone non fu mosso da propositi camorristici è chiaro che tutto il contesto della faida del 2004 viene a cadere. E allora non sapremo mai se gli omicidi di Giuseppe Zingone e di Massimo Del Gaudio furono una risposta dei D’Alessandro, se Guglielmo Scelzo pagò con la vita la sua scelta di affiliarsi al clan di Moscarella, se Carmine Paolino fu giustiziato per logiche criminali interne determinate da quella stagione di sangue.

E ancora: c’è un collegamento tra l’omicidio di Vincenzo De Maria e del boss dei cantieri metallurgici Ciro Fasolino? Proprio sulla figura di Fasolino si è acceso un contenzioso in Corte d’Appello tra la difesa e il pentito Fontana: “Il collaboratore disse che le riunione si tenevano a casa di Fasolino - ha sostenuto il penalista Alberto De Simone - ma ho fatto depositare presso la Corte d’Appello alcuni certificati che dicono il contrario e cioè che Fasolino era in carcere”. Errori spazio-temporali? Oppure una vera e propria ‘balla’ di Fontana, creata ad arte per aggravare le posizioni dei suoi ex capi? Si tratta - più verosimilmente - di un’amnesia relativa alle date precise in cui avvennero quegli incontri. Dettagli. La vera partita si giocherà ancora in Appello e successivamente in Cassazione. In Appello si attende la sentenza del processo gemello, quello - guarda caso - che riguarda proprio l’accusa di associazione camorristica.

(…) La verità e che al di là dei dispositivi, delle condanne e delle reali responsabilità di ognuno degli imputati, si teme un generale insabbiamento di quella guerra di camorra. Perchè di camorra di trattò. (…). Sulle dichiarazioni di Fontana bisogna puntualizzare alcune cose: è vero che per larghi tratti le sue deposizioni appaiono fumose e poco concordanti con i tempi in cui avvennero gli episodi che racconta ma è pur vero che Fontana ammise pubblicamente - nel corso di un’udienza - di essere una ‘frana’ sulle date: ecco che anche la questione Fasolino assumerebbe nuovi connotati. In parole povere, può anche darsi che le riunioni a casa di Fasolino avvennero in una fase successiva o precedente alla sua carcerazione.

Ma su questi punti - come sostiene la difesa - non si può soprassedere: se un pentito ammette di essere impreciso non può pretendere di essere attendibile. In realtà Fontana è stato considerato un grimaldello utile alla Dda per scoperchiare il pentolone sotto cui covavano i fuochi della nuova malavita stabiese. Il ragionamento degli inquirenti è del tipo: se pure Fontana è attendibile al 30% quel 30% basta per ristabilire i fatti - o una parte sostanziale  dei fatti - che accaddero nel 2004.

Foto | Metropolis web

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