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Camorra: Ciro Fontanarosa ucciso perché rifiutò il clan, tre arresti tra cui Ettore Bosti

Pubblicato: 08 mar 2010 da Renato Marino

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Ucciso come se fosse un boss, a 17 anni. Perché? Ciro aveva rifiutato di affiliarsi al clan, firmando così la sua condanna a morte. I carabinieri del nucleo investigativo di Napoli, dopo articolate indagini, hanno arrestato tre persone coinvolte in questa storia di camorra che risale al 25 aprile dello scorso anno.

A finire in manette il presunto mandante dell’omicidio Ettore Bosti, Vincenzo Capozzoli, sarebbe stato lui ad eseguire la “punizione”, e anche un cugino della vittima, Cristian Barbato 22 anni, accusato di favoreggiamento aggravato. Le indagini sono state coordinate dalla Dda partenopea.

Scrive Metropolis web:

Secondo la ricostruzione fatta dai magistrati della Dda, il 17enne Ciro Fontanarosa fu eliminato per dare un segnale ai piccoli delinquenti della zona che rifiutavano di sottostare alle direttive del clan. Insofferente agli avvertimenti ricevuti dalla cosca, Fontanarosa era figlio di Antonio, malvivente morto al termine di un tentativo di rapina in un ufficio postale di Secondigliano, alla periferia di Napoli. Il 5 gennaio del 1999, quando aveva 31 anni, l’uomo sbucò da un foto praticato nel pavimento dopo aver scavato un cunicolo nelle fogne per arrivare dentro l’ufficio. Qui, però, si trovò di fronte un carabiniere che doveva compiere alcune operazioni postali. Il militare intimò l’alt; Fontanarosa, che era armato, non si fermò, e il carabiniere sparò, uccidendolo.

E ancora:

Ciro Fontanarosa, cresciuto in un contesto difficile e segnato da questo episodio, era diventato a sua volta una “testa calda”. Nel momento in cui fu deciso il suo omicidio, a capo del clan Contini, cosca storica del centro di Napoli, c’era Ettore Bosti, figlio dell’indiscusso padrino Patrizio (arrestato dai carabinieri in Spagna nel 2008 e detenuto da allora in regime di 41 bis).

Ettore Bosti ordinò l’eliminazione di Fontanarosa per ribadire la volontà di assoluto controllo del territorio da parte della cosca, ed evitare che proliferassero attività criminali estranee agli ordini del clan. Le indagini, sottolineano gli inquirenti, si sono svolte in un ambiente caratterizzato da assoluta omertà: da qui l’arresto del cugino della vittima, che malgrado fosse stato testimone oculare dell’omicidio si era sottratto ad ogni forma di collaborazione con gli investigatori temendo ritorsioni violente. Per ricostruire le responsabilità sono state decisive, ricorda la Dda, le intercettazioni telefoniche e ambientali; altrettanto importanti le dichiarazioni di un pentito, anche lui di giovanissima età, che da sempre gravita nell’orbita del clan Contini.

Dell’arresto in Spagna di Patrizio Bosti parla questo pezzo d’archivio di Repubblica:

ERA la settimana di Ferragosto del 2005 quando Patrizio Bosti ebbe l’ inatteso colpo di fortuna. La scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Lunga e contorta vicenda giudiziaria, quanto i tre gradi di giudizio per il duplice omicidio dei fratelli Antonio e Gennaro Giglio, avvenuto nel 1984. Che consentì a uno dei primi nomi della camorra partenopea di uscire dal carcere di Parma e sparire nel nulla. Fu allora che seguì le orme dei suoi colleghi boss. Scelse la Spagna, come tanti altri. Dove poter condurre una vita nel lusso senza avere problemi con la lingua. Spagnolo e italiano si assomigliano. E da dove non tornò neanche quando suo figlio Ettore finì in carcere con l’ accusa di narcotraffico dalla Colombia e dall’ Olanda usando delle bare come nascondiglio.

Così ieri i carabinieri del comandante Gaetano Maruccia e la Guardia civil spagnola sono andati da lui. L’ hanno sorpreso in un ristorante di Playa de Aro, dopo l’ amaro alla fine di una lussuosa cena divisa con un’ altra quindicina di persone (la fotogalleria sul sito web www. napoli. repubblica. it). Tra queste, alcuni membri della famiglia Bastone di Forcella, il segnale che per Bosti certe alleanze erano rimaste solide. Non ha cercato di reagire all’ arresto degli uomini del maggiore Lorenzo D’ Aloja, ha solo tentato la sorte con un documento falso. Poi si è alzato dal tavolo del ristorante “Xaco” e ha seguito le forze dell’ ordine, dopo aver consegnato i 24 mila euro in contanti che aveva in tasca in banconote da cinquecento euro. Bosti “‘ o Patrizio”, 51 anni, deve scontare quasi vent’ anni di reclusione per il duplice omicidio Giglio, sequestrati e interrogati dai loro killer prima di morire.

Anni in cui la camorra di Forcella era forte e godeva di forti alleanze. Come quella con il gruppo di Secondigliano: il boss Gennaro Licciardi e Francesco Mallardo, Eduardo Contini del Vasto. Patti di camorra e parentele. Perché Mallardo e Contini erano cognati, avevano sposato due sorelle. E la terza sorella era diventata la moglie dell’ erede di Contini, Patrizio Bosti. Matrimoni che hanno funzionato da pilastri portanti per l’ Alleanza di Secondigliano, anche se Bosti, in seguito, venne indicato dagli inquirenti come il compagno di Celeste Giuliano (sorella del boss oggi pentito Luigi) e poi di una donna della famiglia Bastone. Questo non lo salvò dal finire nei verbali del boss Giuliano nei panni di collaboratore di giustizia. In particolare nell’ elenco dei boss chiamati in causa (…) quando racconta delle false malattie per uscire dal carcere con un certificato medico. Bosti, per Giuliano, sarebbe stato tra questi. Da parte sua, Bosti odiava talmente il fenomeno del pentitismo che progettò anche di incendiare Palazzo di giustizia alla fine degli anni Novanta.

Foto | Metropolis web

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