Pietro Pernagallo condannato all'ergastolo e assolto in Cassazione dopo 4 anni di carcere

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Aggiornamento 21 marzo 2016 - Pietro Pernagallo è stato definitivamente scagionato, con tanto di ergastolo annullato dalla Cassazione, dopo essersi fatto però 4 anni di carcere. Inoltre, come informa il suo avvocato Ruben Tosi, l'uomo non era affatto latitante all'epoca dell'arresto, occorso a febbraio 2010, ma viveva a Montegranaro (Fermo) dove gestiva da anni il ristorante Maxim, come era noto alle forze dell'ordine.

La vicenda giudiziaria di Pernagallo dopo il primo grado e la condanna all'ergastolo ha conosciuto un processo d'appello davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta, che confermava la condanna per omicidio, poi l'annullamento della sentenza da parte della Corte di Cassazione, il 10.02.2014, con rinvio del processo alla Corte di Assise di Appello di Catania che ribadiva l'ergastolo in data 10.02.2015.

Dopo un altro ricorso è arrivata la decisione finale della Suprema Corte di Cassazione, il 3.11.2015, che ha annullato in via definitiva la condanna all'ergastolo senza rinvio con la formula: "Per non aver commesso il fatto". Ora si attendono le motivazioni della sentenza degli ermellini che ha ribaltato i precedenti gradi di giudizio chiudendo una volta per tutte una lunga e tortuosa vicenda giudiziale.

Mafia: arrestato a Montegranaro nelle Marche il latitante Pietro Pernagallo

11 febbraio 2010

Il latitante Pietro Pernagallo, originario di Grammichele (Catania), considerato appartenente alla famiglia nissena di Cosa nostra, è stato arrestato ieri a Montegranaro in un'operazione coordinata dalla Dda di Ancona ed eseguita dalle squadre mobili di Ancona, Macerata e Ascoli Piceno. A suo carico pendeva un ordine di cattura emesso in seguito a una sentenza di secondo grado pronunciata dalla Corte d'appello di Caltanissetta.

Pernagallo è ritenuto l'esecutore materiale dell'omicidio di Salvatore Saitta, all'epoca rappresentante dalla famiglia mafiosa di Enna, avvenuto nel giugno 1992 nell'ambito di un regolamento di conti tra le cosche locali. Il ricercato, che viveva a Montegranaro insieme alla moglie, è stato sorpreso allora di pranzo nel ristorante "Arcobaleno Maxim" di cui era comproprietario insieme ad altre persone originarie del Sud Italia.

Pernagallo finora era riuscito a sfuggire alla cattura anche grazie alla carta d'identità contraffatta del fratello, incensurato, alla quale aveva apposto la propria foto. Alla cattura si è arrivati in seguito ad una complessa attività d'intercettazione su soggetti a lui vicini. Una trentina di poliziotti hanno fatto irruzione nel ristorante bloccando subito il ricercato che non ha opposto resistenza.

Mandante dell'omicidio Saitta è considerato il boss ergastolano Piddu Madonia, il periodo era quello della guerra di mafia nell’ennese:

«Curnutu ca si, sempri a mi chiami». Nell'aula bunker di Rebibbia, Gaetano Leonardo perde la pazienza. Non regge alle continue accuse del collaboratore di giustizia Paolo Severino, che lo indicano come vice capo provinciale della cosca ennese. Esplode l'ira di Leonardo, che ingiuria Severino con la peggiore delle offese che un siciliano possa ricevere: «Curnutu». Fine marzo 1995. Il processo «Leopardo», contro i 117 affiliati elle famiglie mafiose di Enna e Caltanissetta, prosegue senza soste. E nonostante le grida di Leonardo, Severino continua il suo racconto.


Delinea gli organigrammi di Cosa nostra. Ricorda episodi di estorsione a danno di imprenditori ennesi. Ricostruisce la guerra di mafia, che ha insanguinato la provincia di Enna. E' un fiume in piena Severino. In fondo, il primo maxiprocesso alla mafia ennese e nissena si basa sulle sue dichiarazioni e su quelle di Leonardo Messina, il pentito di San Cataldo che conosce bene l'organizzazione criminale capeggiata da Piddu Madonia. (...) Parla del ruolo dell'ennese Gaetano Leonardo, prima alleato con gli stiddari di Barrafranca; poi artefice della loro eliminazione, per conquistare il potere. Riferisce che l'uccisione di Liborio Micciché, avvenuta a Pietraperzia il 4 aprile del '92, fu ordinata da Leonardo, Timpanaro e Saitta.

Un omicidio, quello dell'ex assessore Dc, che spezzò l'equilibrio all'interno di Cosa nostra e che portò all'uccisione di Salvatore Saitta, trucidato a Barrafranca il 25 giugno '92. Da qui, l'incontro nella casa di campagna di Leonardo, in contrada Zagaria, nel corso del quale si decise di eliminare l'avv. Raffaele Bevilacqua, ritenuto responsabile dell'omicidio Saitta. E Leonardo, aveva anche l'intenzione di uccidere Michelangelo Cammarata, perché «nella suo casolare di campagna aveva ospitato latitanti vicini a Micciché».

Insomma, secondo i racconti di Severino, dopo gli omicidi Miccichè e Saitta, Cosa nostra ennese precipitò nel vortice delle faide interne, delle vendette realizzate e di quelle soltanto programmate. Un clima di tensione che preoccupava Leonardo. In effetti, la sua scalata ai vertici di Cosa nostra era osteggiata da tanti. Per questo, Potente, Monachino e Ferruggia consegnarono a Severino le armi necessarie per uccidere il boss ennese. Un omicidio sollecitato anche da Bevilacqua. Tanto prolisso nel descrivere le dinamiche interne alla cosca, quanto reticente nell'affrontare la questione dei legami tra mafia e politica. A riguardo, Severino, ricorda soltanto che «qualche volta, la famiglia dava indicazioni di voto».


Salvatore Saitta, come accennato, non era certo l'ultimo arrivato. Faceva parte della Commissione che nel 1991 si era riunita in provincia di Enna. "Dobbiamo fare la guerra per fare poi la pace...". Dall'archivio di Repubblica:


Totò Riina aveva le idee chiarissime alla fine del 1991 quando, "in un località in provincia di Enna", convocò la commissione regionale di Cosa nostra: Nitto Santapaola, rappresentante della famiglia di Catania; Giuseppe Piddu Madonia, della famiglia di Caltanissetta; Mariano Agate, della famiglia di Trapani; Antonio Ferro, della famiglia di Agrigento; Salvatore Saitta, della famiglia di Enna (ucciso sei mesi dopo). Aveva le idee chiarissime il Capo dei Capi, e soprattutto buone informazioni. Sapeva che non c' era più nessuna speranza che, per la sentenza del primo maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone, "a comporre il collegio giudicante della Suprema Corte potessero essere quei magistrati che in passato, con le loro decisioni, avevano vanificato l' esito di numerose e incisive azioni giudiziarie a carico dell' organizzazione".

Sapeva che uccidere (agosto 1991) il sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonio Scopelliti, era stato inutile. Era consapevole come fosse ormai "impossibile per i referenti politici dell' organizzazione, come Salvo Lima, incidere sostanzialmente sulle decisioni della Suprema Corte". C' è una sola strada da percorrere - spiegò Riina ai boss della commissione regionale - lo scontro frontale e, dopo lo scontro frontale, un nuovo accordo con altri e diversi referenti politici. E' questa la novità che emerge dalle conclusioni delle indagini del pubblico ministero Ilda Boccassini che chiudono, dopo due anni e 37 rinvii a giudizio, l' inchiesta sulla strage di Capaci (23 maggio 1992, morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta).

Via | SambenedettoOggi - SiciliaInformazioni

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