
Fine della latitanza per Francesco Muià, 34 anni, ricercato dal 2006 per associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti. I carabinieri l’hanno scovato in contrada Farri Superiore nel Comune di Grotteria (Reggio Calabria) in un casolare di proprietà dei coniugi Sergio Iergolino, già noto alle forze dell’ordine, e Susanna Macrì, arrestati insieme alla figlia 19enne.
Nel covo i carabinieri di Locri, Roccella e dello Squadrone Cacciatori “Calabria”, hanno trovato una carabina, munizioni, un computer portatile e telefoni cellulari. Muià, considerato appartenente alla ‘ndrina Ursino di Marina di Gioiosa Jonica, legata alla cosca Aquino di Roccella, era sfuggito all’arresto nel 2006, nell’ambito dell’operazione Mito 3 coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli.
In quell’operazione vennero sequestrate circa 10 tonnellate di cocaina provenienti dalla Colombia. I carabinieri del Ros avevano documentato un traffico di droga che dal Sud America arrivava in Europa, attraverso Spagna Olanda e Albania, per essere poi distribuita a clan di camorra e ‘ndrangheta.
Boss indiscusso della cosca Ursino di Marina di Gioiosa Jonica sarebbe “don” Mario Ursini. Ne parla questo pezzo d’archivio di Repubblica:
NEI tempi andati per incontrare don Mario Ursini, grande mediatore tra le diverse ‘ndrine trapiantate a Torino, bastava andare al bar Tom di Gregorio Fiarè, in Largo Orbassano. Lì gli porgevano omaggio gli «uomini d’ onore» dei clan calabresi, baciandogli l’ anello o portandogli in dono cassette di pomodori.
Ora don Mario è tornato casa, in quella Gioiosa Jonica lasciata tanto tempo prima. Scarcerato nell’ agosto 2006 dopo che la condanna a 27 anni era stata ridimensionata a poco più di dieci anni da cumuli e indulti («Mario Ursini ha pagato il suo debito con la giustizia», sottolinea il suo legale, l’ avvocato Luigi Tartaglino) ha deciso di tornare in Calabria, dicendo: «Qui non mi fanno vivere». Piccolo e dall’ aria innocua, don Mario, ha sempre negato di essere un boss. «Ma quale boss! Ho sempre mangiato pane e olive», diceva mostrando la carta d’ identità dove alla voce professione aveva fatto scrivere «pastore».
Eppure…
don Mario era riuscito in qualche modo a sopravvivere alla disastrosa caduta dell’ impero del clan dei catanesi, i padroni della Torino nera sino ai primi anni ‘ 80, con cui aveva stretto un’ alleanza obbligatoria. Dopo il tramonto dei fratelli Miano e dei Cursoti, messi in ginocchio dalle rivelazioni di Salvatore Parisi, la geografia criminale torinese era stata ben delineata da carabinieri e polizia nei rapporti inviati mensilmente in Procura.
Ursini (con quella i finale dovuta ad uno sbaglio dell’ anagrafe che nascondeva il vero e ben più temibile cognome, Ursino) e i suoi dominavano su Settimo, Mappano e Caselle, i Belfiore di Sasà e fratelli a Moncalieri, gli Iaria erano i padroni del Canavese, i Franzè e i Pronesti si erano insediati a Orbassano lasciando Volpiano al clan Marando-Agresta, e i quattro fratelli Ilacqua , arrivati da Seminara con la protezione di Rocco Gioffrè avevano colonizzato Chivasso. E i Nirta si erano spinti sino alla Valle d’ Aosta. Ora però tutto è cambiato. Don Mario è tornato a casa, tra gli ulivi della Locride.
A Torino è rimasto il suo erede naturale, il nipote prediletto Renato Macrì, detto Renatino, alla fine degli anni ‘ 90 era stato sorpreso a Cagnes sur Mer con 65 chili di cocaina nel bagagliaio dell’ auto, confermando il respiro internazione degli affari della cosca capeggiata dallo zio. Attualmente Renatino ufficialmente vende e compra auto e vive da gran signore, vestendo Prada e Hogan e cambiando Rolex a seconda del colore del vestito.
Via | Melito on line
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