
Il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato dal prefetto Musolino non ha dubbi sulla bomba esplosa questa mattina alle 5,00 davanti al Tribunale di Reggio Calabria: un attentato intimidatorio in pieno stile mafioso. Un ordigno ad alto potenziale, costituito da una bombola di gas e materiale esplosivo, innescato da una miccia che fortunatamente ha provocato solo danni al portone e nessuna vittima.
Sul posto sono poi arrivati i vigili del fuoco, i carabinieri della Compagnia di Reggio Calabria e del Comando provinciale, i poliziotti della questura. L’ordigno è esploso davanti all’entrata dell’ufficio del giudice di pace, di fianco all’ingresso della Procura generale.
Attraverso una nota - riportata da ReggioTv - l’europarlamentare IDV, ed ex pm presso la Procura della Repubblica di Catanzaro, Luigi De Magistris afferma:
La strategia della tensione è uno dei mezzi di comunicazione della ‘ndrangheta anche quando viene colpita nei suoi interessi economici. Bisogna mantenere alta la vigilanza democratica ed essere vicini alle donne e agli uomini delle istituzioni impegnati per l’attuazione e la difesa della legalità. La magistratura dovrà far piena luce su questo gravissimo fatto criminoso.
Sulla stessa linea d’onda le dichiarazioni del nuovo procuratore generale di Reggio Calabria, insediatosi il 30 novembre. Da IGN:
“Si tratta di un attentato diretto dalla criminalità organizzata alla Procura generale” ha detto il procuratore generale del tribunale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, il quale ha ricordato che la Procura generale si occupa della confisca e del sequestro dei beni alla ‘ndrangheta e dei procedimenti d’appello contro le cosche.
Motivi, secondo il magistrato, che avrebbero determinato l’attacco dinamitardo. Il procuratore generale ha inoltre confermato che dalle immagini riprese dal sistema di videosorveglianza si vedono due persone a bordo di un motorino con il volto coperto da un casco che posizionano l’ordigno e poi fuggono. Le prime indagini saranno dirette dalla Procura distrettuale di Reggio Calabria, poi il fascicolo passerà a Catanzaro.
Ecco una chiave di lettura dell’attentato dinamitardo proposta da Il Sole 24 Ore:
A spaventare le cosche reggine è un piccolo cambiamento del codice di procedura penale. Una modifica piccola all’articolo 599, passata inosservata agli occhi dei più ma non agli occhi delle raffinate menti della ‘ndrangheta e delle mafie. Dal 27 maggio 2008, infatti, non è più possibile il patteggiamento in appello che, prima, era possibile con il consenso della Procura generale.
Un riga cancellata con l’approvazione del pacchetto sicurezza che ai boss di mafia dà più fastidio di un colpo di pistola, perché li priva del potere di trattare la pena e strappare, come nel passato, sostanziosi e incredibili sconti. E le conseguenze di quella piccola ma vitale (per la Giustizia) modifica cominciano a fari vedere ora.
Se ne sono accorti subito i Crea, a esempio, l’8 giugno 2009, allorchè è stata confermata in appello a Reggio Calabria la condanna a 10 anni di reclusione per il reato di estorsione al superboss Zio Paperone e sono state confermate le condanne a 9 e 10 anni ai figli. E se c’era una Procura in Italia in cui si assisteva a incredibili sconti di pena in appello, ebbene quella era la Procura di Reggio Calabria.
Il 26 aprile 2001 sette magistrati – tra cui Nicola Gratteri che della lotta alla possibilità di patteggiare le pene in appello ha fatto una battaglia personale (…) – spedirono al Csm e alla Procura di Reggio Calabria una missiva dai toni durissimi in cui si stigmatizzava la riduzione di pena ai due boss della cosca Piromalli della Piana di Gioia Tauro. Dopo quella lettera ce ne furono altre, così come in precedenza (correva il 1997) era stata la Procura di Palmi a criticare pesantemente l’atteggiamento della Procura generale di Reggio Calabria.
Si è dovuto attendere il 30 novembre 2009 per capire che in una città perennemente battuta dal vento come Reggio Calabria, il vento della Giustizia avrebbe soffiato nella stessa direzione: nessuno sconto di pena e, soprattutto, indirizzi univoci dal capo della Procura affinchè quello che i magistrati costruiscono di giorno, soprattutto quelli impegnati nella lotta alle ‘ndrine, non venga distrutto di notte dal lavoro oscuro di chi in Procura seguiva magari in precedenza altri venti e venticelli.
Foto | IGN
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