Peppermint, da accusatrice ad accusata: per il Garante illecito monitorare P2P

emuleRicordate quando la Peppermint, una casa discografica ai più sconosciuta, aveva fatto recapitare migliaia di lettere a casa di utilizzatori di programmi peer to peer, chiedendo loro risarcimenti per aver scaricato canzoni di loro proprietà? Molti destinatari pensarono a uno scherzo, o peggio a una truffa, fino a quando non si resero conto da carta stampata e internet stessa di essere stati realmente bersagli di indagini svolte privatamente dalla Peppermint.

Bene, finalmente il Garante della Privacy ha stabilito che il loro operato è stato illegale, ha invitato la Peppermint e le società svizzere che hanno svolto le indagini a cancellare i dati degli utenti dai loro archivi al più presto e ha, in sostanza, creato il precedente affinché azioni di questa natura non si ripetano mai più, o almeno fino a quando vigeranno gli ordinamenti attuali nazionali ed europei.

Tre le principali irregolarità riscontrate:

1) per la normativa europea sulle comunicazioni elettroniche ai privati è assolutamente vietato fare monitoraggi di questo genere su larga scala.
2) È stato violato il principio di finalità. Le reti peer to peer, le tecnologie atte a renderle funzionali e i relativi dati contenuti al loro interno, inclusi gli ip address degli utilizzatori, devono essere usati al solo fine dello scambio di file.
3) Violazione anche del principio di trasparenza e correttezza, visto che i dati sono stati raccolti all’insaputa dei soggetti spiati.

Ipotizzabile, a questo punto, un contrattacco. Una gigantesca class action per danni esistenziali e materiali arrecati dalla Peppermint con la sua operazione, che generò dubbi di legittimità fin dal primo momento, oltre a infondere un senso di angoscia e terrore nei milioni e milioni di utilizzatori di programmi di file sharing.

Via | Il Giornale

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