Omicidio Macchi, procuratore chiede di riesumare il corpo

Lidia Macchi è stata uccisa nel gennaio del 1987. Il procuratore ha fatto arrestare Stefano Binda e chiede la riesumazione del corpo per cercare tracce di Dna.

Lidia Macchi

27 febbraio 2016 - Il sostituto procuratore di Milano Carmen Manfredda ha chiesto la riesumazione del corpo di Lidia Macchi, sepolto 29 anni fa nel cimitero di Casbeno, a Varese. Il magistrato, che lo scorso 15 gennaio ha chiesto l’arresto di Stefano Binda, ex compagno di liceo della vittima, vuole cercare tracce di Dna sul corpo di Lidia. La tesi di Manfredda è che Binda abbia violentato e ucciso la ragazza con 29 coltellate nel gennaio del 1987. Ora si attende la nomina dell’esperto che dovrà analizzare i coltelli che sono stati trovati nel parco Mantegazza di Varese.

Il Parco Mantegazza sotto sequestro

15 febbraio 2016

- Le autorità hanno disposto il sequestro di Parco Mantegazza a Varese nell'ambito dell'indagine sull'omicidio di Lidia Macchi. Secondo quanto trapela, un nuovo testimone avrebbe rivelato agli investigatori che qualche sera dopo l'omicidio Stefano Binda si sarebbe fatto accompagnare proprio in quel parco e lì avrebbe nascosto - probabilmente sotterrandolo - un sacchetto di carta con dentro degli oggetti. Gli investigatori pensano dunque di poter trovare prove a suo carico. Il parco resterà sotto sequestro fino al prossimo 26 febbraio.

Omicidio Macchi, il presunto assassino: “Sono tranquillo, non c'entro nulla”

17 gennaio 2016

- Stefano Binda, l’uomo arrestato in relazione all’omicidio di Lidia Macchi, trovata cadavere il 7 gennaio 1987, si è detto certo che tutto si chiarirà a breve e che la propria innocenza verrà confermata. A rivelarlo, in attesa dell’interrogatorio in programma per martedì, è l’avvocato Sergio Martelli, che poche ore fa ha incontrato il suo assistito nel carcere Miogni di Varese:

Trovarsi in cella non è una esperienza che faccia piacere a nessuno, ma mi sembra che stia reagendo con tranquillità. Non riesce a spiegarsi come dopo tanti anni sia finito in questa situazione e continua a negare di avere ucciso lui Lidia.

Il legale ha anticipato l’intenzione di chiedere la riesumazione del corpo della giovane studentessa, al fine di provare l’innocenza del suo assistito:

Purtroppo i campioni biologici prelevati all'epoca sono andati distrutti nel 2000 dopo un'incomprensibile decisione del gip di Varese e quanto tenuto in custodia e non andato distrutto degli indumenti di Lidia, non contiene profili genetici utilizzabili.

Omicidio Macchi: dopo quasi 30 anni è stato arrestato il presunto assassino

Aggiornamento 22:15

- Tutto il paesino di Brebbia è ancora sconvolto dalla notizia dell'arresto di Stefano Binda per l'omicidio di Lidia Macchi. L'uomo è in stato di fermo da questa mattina alle ore 6:30 quando i carabinieri hanno bussato alla sua porta con un ordine di custodia cautelare firmato dal Gip Anna Giorgetti. L'uomo è un laureato in filosofia e non ha un'occupazione fissa, motivo per il quale vive ancora a casa con la madre pensionata. Nel suo passato ci sono dei problemi di dipendenza dall'eroina, iniziati proprio durante il periodo delle scuole superiori.

Nell'estate del 1986 iniziò a fare uso di sostanze stupefacenti e per questo motivo il Gip nell'ordinanza di custodia cautelare ha ipotizzato che Lidia Macchi volesse aiutare quel ragazzo "intellettuale dannato" e "carismatico" a superare i suoi problemi di dipendenza, che poi sono proseguiti almeno fino al 2009 quando gli venne ritirata la patente perché sorpreso al volante sotto l'effetto di sostanze stupefacenti. Secondo il Gip, infatti, "non sembra potersi escludere anzi, che proprio la fragilità di Stefano Binda diventi il motivo di interesse di Lidia".

A riprova di questo interesse da parte della vittima, ci sarebbero anche diversi libri sulle tossicodipendenze acquistati da Lidia Macchi in una libreria di Pontiggia di Varese dove confidò ad un commesso di volersi documentare per "imparare a combattere il problema". Desta particolare interesse uno dei libri acquistati dal titolo "Seppellitemi con i miei stivali" di Sally Trench, che tratta "la vicenda di una ragazza di buona famiglia che si innamora di un drogato e cerca di salvarlo, venendo invece gravemente ferita da lui".

Partendo da queste premesse, gli inquirenti ipotizzano dunque che la ragazza abbia fatto salire volontariamente Binda sulla sua auto nel parcheggio dell'ospedale dove era andata a trovare l'amica malata e si sarebbe quindi appartata con lui in una zona isolata dove Binda l'avrebbe prima violentata e poi colpita con 29 coltellate, lasciandola morire dissanguata per le ferite al termine di un "agonia" in una "notte di gelo", parole appunto che si ritrovano anche nella famosa lettera restata anonima per 27 anni che invece, adesso, secondo le perizie calligrafiche, scrisse proprio Binda e fece recapitare alla famiglia della vittima nel giorno del funerale.

Ore 13:32 - Clamorosa svolta nel caso riguardante l'omicidio di Lidia Macchi, studentessa universitaria di 21 anni brutalmente uccisa nel gennaio del 1987. Il suo corpo senza vita venne ritrovato il 7 gennaio 1987 in una stradina sterrata ed isolata nella periferia di Cittiglio, in provincia di Varese. La ragazza scomparve due giorni prima, dopo aver fatto visita ad un'amica ricoverata in ospedale, e venne ritrovata da 3 ragazzi che, insieme a tanti altri, si attivarono nelle ricerche per aiutare la famiglia. Il corpo della giovane venne rinvenuto accanto alla sua auto, una panda rossa, parcheggiata a bordo strada con i fari accesi e lo sportello aperto dal lato del passeggero.

Lì riverso a terra c'era il cadavere di Lidia, parzialmente coperto da un cartone, pugnalata 29 volte con un piccolo coltello. Fin da subito parve chiaro agli inquirenti che non poteva essere stato quello il luogo del delitto perché venne ritrovato troppo poco sangue ed anche perché la ragazza sembrava essere stata rivestita dal suo assassino prima di essere abbandonata lì in quel luogo isolato.

La vittima frequentava Comunione e Liberazione ed è proprio in questi ambienti che si concentrarono le indagini. Per anni un sacerdote è stato sospettato dell'omicidio, ma poi venne scagionato dagli inquirenti. Nel 2014 sembrava arrivata una svolta in questo caso di omicidio, imputato a Giuseppe Piccolomo, un ex imbianchino già in carcere dal 2009 per l'assassinio della pensionata Carla Molinari. Ad accusarlo di questo secondo omicidio furono le sue figlie, che lo fecero in aula durante il processo Molinari conclusosi con una condanna all'ergastolo.

Secondo il racconto delle figlie di Piccolomo fu quest'ultimo a raccontare in un'occasione di essere stato lui ad uccidere Lidia Macchi. La Procura raccolse diversi indizi contro Piccolomo, ma non è mai riuscita a trovare solidi elementi a sostegno del racconto fatto dalle sue figlie. La svolta arrivata questa mattina ha sorpreso un po' tutti, anche i familiari di Lidia. Ad essere arrestato è stato Stefano Binda, un amico della ragazza che frequentava lo stesso liceo della vittima ma non la stessa classe, perché più giovane di un anno. Qualche volta aveva anche frequentato la casa della vittima, ma non apparteneva alla cerchia più ristretta dei suoi amici.

Secondo la Procura, Binda sarebbe l'autore dell'inquietante lettera anonima intitolata 'In morte di un'amica' che la famiglia ricevette il 9 gennaio del 1987, il giorno del funerale, nella quale si alludeva all'omicidio. Questo un breve stralcio: "Perché io, perché tu, perché le stelle sono così belle ... in una notte di gelo la morte urla, grida d'orrore e un corpo offeso, velo di tempio strappato, giace ... Consummatum est ... non è colpa mia, è la morte che ha voluto la sua vittoria. Io l'amavo, perdonatemi".

Secondo le prime indiscrezioni a far ricadere i sospetti su Binda sarebbe stata una donna, alla quale l'uomo scrisse delle lettere in passato, che avrebbe notato delle similitudini nella forma e nella grafia con la succitata lettera inviata alla famiglia il giorno del funerale. Ad incastrarlo è stata una perizia calligrafica disposta dalla Procura di Varese.

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