Padre condannato a 9 mesi: obbligava le figlie a fare sport

Quando l'amore diventa un maltrattamento: padre condannato perché spronava le figlie a fare sport e mangiare sano

Tribunale di Torino

Sentenza "storica" dal Tribunale di Torino che ha condannato a 9 mesi di reclusione (10 la richiesta del PM) un padre che costringeva le figlie adolescenti a fare sport agonistico ed a mangiare cibi macrobiotici. Il genitore era infatti preoccupato (eccessivamente, secondo i giudici) dallo stato di forma delle sue due figlie, a suo giudizio "troppo grasse". Una preoccupazione legittima dal punto di vista di un genitore, che però in questo caso ha sconfinato fino a diventare un vero e proprio motivo di maltrattamento (mai materiale) ai danni delle due figlie adolescenti.

Questo padre torinese è infatti stato condannato in base all'articolo 572 del C.P. che punisce: “chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, è punito con la reclusione da due a sei anni”. La condanna a soli nove mesi è quindi probabilmente frutto dell'applicazione delle attenuanti, perché di per sé il reato che punisce i maltrattamenti in famiglia è molto grave secondo il nostro ordinamento giuridico.

A sporgere denuncia contro il padre delle due ragazze è stata la madre, da cui l'uomo è separato da diversi anni. A partire dal 2008 le figlie sono state affidate alla madre con la quale trascorrevano i giorni dal lunedì al venerdì, mentre nel week-end si trasferivano dal padre. Nel 2011, confidandosi con la madre, le due ragazze hanno iniziato a lamentarsi del comportamento ossessivo del padre che le costringeva a praticare sci agonistico e a mangiare cibi sani nei week-end, ma soprattutto le spronava nel modo sbagliato, con frasi sicuramente lesive della dignità personale di due adolescenti come ad esempio: "Siete grasse, dovete fare più sport: non combinerete mai niente nella vita".

La differente visione educativa tra i due genitori si è tramutata in breve tempo in una denuncia da parte della madre. L'uomo, oggi 53enne, si è sempre difeso sostenendo che i suoi intenti erano semplicemente educativi e spinti dall'affetto, allo scopo di spronare le figlie e che alla base non ci fosse quindi alcuna intenzione punitiva o che mirava a mortificarle. I buoni propositi però non giustificano comportamenti che possono arrecare danni ai minori. In tal senso è emblematico il caso in cui una madre, un padre o un tutore che, spinti dall'iperprotettivismo, rendano intollerabile la vita della persona sotto la loro tutela, ad esempio impedendogli di uscire di casa per sottrarla al "pericolo" di un contagio influenzale o dalla possibilità di entrare in contatto con dei malintenzionati.

Il Pm Barbara Badellino ed i giudici hanno convenuto che in questo caso ci fossero gli elementi per considerare questa eccessiva apprensione paterna come una vera e propria violenza psicologica ai danni delle figlie. Una visione dei fatti perfettamente in linea con l'evoluzione giurisprudenziale degli ultimi anni sulla tutela dei minori: "Si è passati da una visione autoritaria della famiglia ad una visione più personalistica e partecipativa a seguito dell'emanazione della costituzione, nonché della riforma del diritto di famiglia del 1975 e della convenzione di New York del 1989" (Garofoli: Manuale di Diritto Penale, parte speciale). Questo sia per quanto riguarda gli educatori, che per i genitori all'interno del nucleo familiare.

Evidentemente in questo caso c'è stato bisogno di un giudice per far capire a questo genitore di aver varcato il confine tra amore ed iperprotettivismo. Da parte dell'ex moglie e delle figlie non c'è stato comunque alcun intento punitivo perché nessuno si è costituito parte civile in giudizio per veder riconosciuto un risarcimento. A pagare però, sotto il profilo degli affetti, sono state entrambe le parti dal momento che negli ultimi 3 anni il padre ha evitato di contattare le figlie, non obbligandole più né a sciare, né a mangiare cibi macrobiotici e né a passare il tempo in sua compagnia.

Mai però, almeno secondo le carte processuali, si sarebbe negato ad una richiesta o una telefonata che arrivava dalle stesse. Dopo questa condanna - quasi certamente sospesa - il loro rapporto avrà un'occasione per ripartire da basi di rispetto reciproco più salde.

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