Lo strano, e assurdo, caso dell'ambasciatore Daniele Bosio

Dal corpo diplomatico italiano alle infamanti accuse di pedofilia, l'ambasciatore Daniele Bosio da mesi è prigioniero di un processo nelle Filippine. E la Farnesina, come spesso in questi casi, latita

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20 anni passati nel corpo diplomatico: dal nord Africa al consolato italiano a New York fino al prestigioso incarico di ambasciatore in Turkmenistan, Daniele Bosio di strada nella diplomazia internazionale italiana ne ha fatta tantissima.

Una strada che si è bruscamente interrotta in seguito all'accusa più infame per un uomo, peggiore persino dell'omicidio: pedofilia e traffico di minori; Daniele Bosio, primo ambasciatore italiano in Turkmenistan, era nelle Filippine in vacanza quando, il 5 aprile 2014, venne arrestato a Binan dalla polizia che aveva ricevuto una soffiata da un'attivista australiana della ong "Bahay Tuluyan".

Daniele Bosio, faccia pulita e modi gentili, finisce in manette accusato di aver violato la legge filippina sulla protezione dei minori: l'orco viene così sbattuto dietro le sbarre e finisce su tutti i giornali filippini e italiani a poche ore dall'arresto. Accuse così gravi sono un marchio d'infamia, una vergogna assoluta talmente grave che è una condanna anche se appena sussurrata: non servono i processi per i pedofili, solo la gogna appaga in parte la sete di "giustizia".

A 24 ore dall'arresto la Farnesina sospende l'incarico al suo ambasciatore, membro del corpo diplomatico da 20 anni, una vita spesa nel volontariato a favore dei bambini tra Italia, Giappone, Stati Uniti e Algeria: basandosi su accuse ancora non circostanziate, prescindendo dalla presunzione d'innocenza e da tutte le prassi diplomatiche, il governo di Roma opta per la linea dura nei confronti del suo, ormai ex, ambasciatore.

"Volevo che alcuni ragazzini vivessero una giornata memorabile. Ho detto loro di avvisare i genitori che l'indomani li avrei portati all’Enchanted Kingdom, un luna park fuori Manila… Me li sarei portati tutti ma non potevo, alla fine ne sono rimasti due… Volevano andare a nuotare… Ho capito che in piscina, in quelle condizioni, non li avrebbero mai fatti entrare. E allora li ho portati a casa per la famosa doccia. [...] In casa saremo rimasti mezz'ora. Alle 14 eravamo in macchina, prima delle 16 in piscina. Stavano chiudendo e siamo rimasti solo un'ora. Li ho riportati indietro e ho promesso che saremmo tornati l'indomani".

ha dichiarato lo stesso Daniele Bosio al settimanale Oggi nel giugno scorso.

La ricostruzione dei fatti

Daniele Bosio fu avvistato in un parco acquatico (un luogo pubblico) di Binan (a 30km da Manila) in compagnia di tre bambini di strada che aveva conosciuto in una discarica alla periferia di Caloocan: nelle Filippine, dove il problema del traffico di minori reca numeri da tragico capogiro, basta questo per finire in carcere. La repressiva legge filippina in materia di tutela dei minori infatti prevede che, salvo vincoli di parentela, un maggiorenne non possa accompagnarsi con un minore se tra i due vi sono più di dieci anni di differenza: Bosio, che non è uno sprovveduto, lo sapeva e per questo aveva chiesto e ottenuto l'autorizzazione dei genitori dei tre (i genitori hanno confermato, con affidavit giurato depositato in Tribunale a Manila, questa versione).

Al momento dell'arresto, sabato 5 aprile 2014, l'allora ambasciatore Bosio tenta di contattare i colleghi dell'ambasciata italiana a Manila chiamando il numero di emergenza: per 18 ore quel numero squillerà a vuoto, come a nulla è valsa la chiamata a un ex capo della cancelleria consolare, cessato dal servizio da oltre 2 anni: il numero era stato dato a Bosio dall'Unità di Crisi, a Roma. Di fatto, la disgrazia per Bosio è stata finire nei guai durante il weekend.

Quando finalmente riesce a mettersi in contatto con l'ambasciatore Massimo Roscigno nelle Filippine, e con il suo vicario, Bosio è in stato di arresto da quasi 20 ore, messo sotto torchio dalla polizia filippina che fa pressioni per espletare tutta una trafila di atti burocratici incomprensibili a uno straniero: nelle ore cruciali che possono portare alla convalida del suo arresto Bosio temporeggia e cerca assistenza dall'ambasciata, che lo fa parlare con un legale filippino (esperto in diritto familiare) il quale gli consiglia di firmare il documento che la Polizia gli sta sottoponendo.

"Alla convalida del fermo l'avvocato non c'era. Mi hanno dato un difensore d'ufficio, una casalinga che aveva fretta di tornare dai figli, e mi hanno fatto firmare un foglio che dava il via all'inchiesta preliminare per abuso e traffico di minori. È stato un errore, se non avessi firmato sarei andato a giudizio per direttissima, sulla base degli elementi raccolti, cioè zero. Hanno controllato tutto. Tablet, telefonino, computer. Nulla hanno trovato".

racconta Bosio a Oggi.

Seguendo quel consiglio il diplomatico firma una sorta di condanna: la rinuncia alla scarcerazione immediata e ai propri diritti di difesa. Daniele Bosio finisce così, per 40 lunghissimi giorni, in una cella di 30 metri quadri insieme ad altri 80 detenuti (alcuni affetti da tubercolosi, AIDS, epatiti) in condizioni igienico sanitarie drammatiche.

In carcere l'ex-ambasciatore italiano comincia a lamentare numerosi acciacchi, sviluppando nel corso delle settimane gravi problemi renali che persuadono la magistratura filippina a concedergli il ricovero ospedaliero a giugno 2014; a luglio gli viene concessa la libertà su cauzione perchè il giudice (ritiratosi di recente, tra l'altro, dopo 8 mesi di pressioni da parte dell'accusa) riscontra che "non sussistono sufficienti elementi di colpevolezza" a carico del cittadino italiano, accettando le testimonianze giurate dei familiari dei bambini che riconoscono a Bosio di averli raccolti, aiutati a ripulirsi, curati, rivestiti con abiti nuovi e puliti e portati al parco acquatico.

Il 31 ottobre scorso la difesa di Bosio ha presentato in Tribunale una "petition for review" (rigettata), un ricorso amministrativo proposto al ministro della Giustizia delle Filippine che avrebbe potuto chiudere definitivamente il caso: le testimonianze in suo favore arrivano da tutto il mondo (ne abbiamo potute leggere una piccola parte che vi proponiamo di seguito) e formano un plico di 500 pagine consegnato sia alla magistratura che al governo ed alla diplomazia filippina.

Raccolta di testimonianze su Daniele Bosio - 05.06.2014

Oggi Bosio vive una detenzione più leggera, non carceraria, ma le sue condizioni di salute restano precarie ed è vincolato a non lasciare il territorio filippino, senza alcuna idea dei tempi del processo (le sole indagini preliminari sono durate 60 giorni invece che i 15 previsti dalla legislazione di Manila) e di un possibile esito (se condannato rischia l'ergastolo).

Chi accusa e chi difende Daniele Bosio?

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Le accuse verso l'ormai ex-primo ambasciatore italiano in Turkmenistan, Daniele Bosio, sono state mosse da Lily Flordelis, 56 anni, direttrice della ONG Bahay Tuluyan (che si occupa, formalmente, di proteggere e assistere i bambini nelle Filippine) e dalla vicedirettrice, l'australiana Catherine Scerri, 36 anni, presenti nel "parco acquatico del misfatto" con la figlia adottiva.

Abbiamo tentato di metterci in contatto con loro due per qualche settimana ma non ci siamo riusciti; per fare luce sulle attività della Ong ci affidiamo dunque, in parte, all'interrogazione parlamentare presentata al Ministro degli Affari Esteri (allora Federica Mogherini, neo lady Pesc) dal senatore Lucio Barani (Gal) nel settembre scorso:

"Usa gran parte dei contributi che riceve per acquistare immobili (edifici e terreni) e per pagare stipendi. Le resta appena un 5 per cento per i programmi educativi. Nell'ultimo bilancio disponibile ha registrato un calo di donazioni del 50 per cento rispetto all'anno precedente. Pochi giorni prima dell'arresto di Bosio proprio l'accusatrice principale, l'australiana Catherine Scerri, che pochissimi giorni dopo la denuncia ha lasciato le Filippine, aveva lanciato un programma di public awareness per alzare la sorveglianza dei filippini contro comportamenti di stranieri che potessero far pensare a sfruttamento dei bambini. L'aver trovato un europeo che rifletteva i contenuti della campagna faceva perfettamente al caso suo per acquisire notorietà e attirare contributi (e ancor più quando ha scoperto che si trattava di un alto funzionario del Ministero degli affari esteri italiano)."

Secondo le informazioni in nostro possesso Catherine Scerri sarebbe tornata di recente a Manila. Le due attiviste erano nello stesso parco acquatico quando notarono Bosio in compagnia dei tre bambini:

"Lei crede di avere il diritto di venire qui nelle Filippine a raccogliere ragazzi dalla strada, comprare loro vestiti, dare loro soldi e portarli in una piscina? [...] Il suo modo di comportarsi è da pedofilo".

Con queste parole Scerri ha persuaso lo stesso Bosio a seguirla dalla Polizia: "non ho niente da nascondere" ha risposto il diplomatico. Dalla polizia però le cose cambiano: le due attiviste incalzano le autorità filippine appellandosi a due leggi specifiche, la R.A. 9208 del 2003 (Anti-Trafficking in Person) e la R.A. 7610 del 1992 (Anti-Child Abuse), affermando di volere accertare che il caso venga severamente perseguito. Quando, durante l'interrogatorio, viene fuori che anche il giorno precedente due minori si erano recati nell'appartamento di Bosio per fare la doccia le cose precipitano, nonostante gli stessi bambini affermino di non avere subito alcuna violenza e, anzi, di essere stati accuditi e aiutati.

Le difficoltà nel contattare l'ambasciata italiana, i pessimi consigli legali dati a Bosio da un'avvocato segnalato dalla stessa ambasciata e la fretta, da parte della Farnesina, di revocare l'incarico all' ex-ambasciatore, hanno fatto velocemente scivolare Daniele Bosio nell'inferno del carcere filippino.

Continua il senatore Barani nella sua interrogazione:

"[...] Attivisti della Bahay Tuluyan e di altre appartenenti allo stesso network hanno costantemente rilasciato interviste e dichiarazioni stampa in cui fanno risaltare i meriti della loro azione, sottolineando in particolare la carica che l'interessato rivestiva nel suo Paese; la procedura processuale è stata ritardata ad arte dall'organizzazione non governativa per avere maggiore visibilità mediatica ed ottenere nuove dichiarazioni dai bambini, cui aveva accesso, per renderle più "pruriginose" in rapporto a quelle rese immediatamente a personale qualificato della polizia; l'ordine di rinviare a giudizio Bosio per entrambi i reati di abuso e traffico di minori, emesso il 27 maggio 2014, è arrivato direttamente al city prosecutor dal Ministro della giustizia, Leila De Lima, probabilmente interessata anche lei, a parere dell'interrogante, a sfruttare il caso per dimostrare alla propria opinione pubblica e agli organismi internazionali preposti l'efficacia del suo dicastero nell'azione di contrasto ai reati di traffico di esseri umani. Addirittura, il giorno dell'ultima udienza del 21 maggio che avrebbe poi portato alla decisione del 27, il city prosecutor non ha voluto legalizzare e accogliere le citate dichiarazioni dei genitori e l'avvocato è stato costretto a farle legalizzare da un notaio e consegnarle con 2 giorni di ritardo."

E' dunque interesse della giustizia filippina mantenere le nebbie sulla vicenda Bosio, che sui quotidiani del Paese asiatico tiene banco settimanalmente: di contro anche in questo caso (come anche in quello, tragico ed africano, che vede coinvolto Roberto Berardi) la Farnesina e la diplomazia italiana hanno sostanzialmente abdicato alla propria sovranità e al diritto internazionale in favore di una mollezza diplomatica non meglio spiegabile.

L'unico "privilegio" che la famiglia di Daniele Bosio è riuscita ad ottenere dalla Farnesina è stato l'arruolamento di un legale, un contrattista filippino che ha tutto l'interesse a condurre una causa lunga il più possibile, visto che a pagare è il solito Pantalone italiano.

Nel frattempo però gli amici di Daniele Bosio si sono stretti attorno alla famiglia per solidarizzare con il diplomatico, attestare gli innumerevoli dubbi sulle accuse lui mosse e chiederne la liberazione: su Facebook il gruppo Page for Daniele Bosio, su Twitter l'account #istandforDaniele raccolgono e fanno da megafono alle belle storie sul cittadino italiano, portando un valore senza il quale la disperazione dell'abbandono avrebbe avuto il sopravvento: la solidarietà.

Nella speranza che, presto, uno dei 3300 italiani detenuti all'estero, Daniele Bosio, possa tornare a casa e rimettersi in giro per il mondo per fare ciò che ha sempre fatto: aiutare gli altri.

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