Caso Roberto Berardi, peggiorano le condizioni di detenzione mentre il Vaticano applaude il dittatore Obiang

Da tre giorni il detenuto italiano è privato di luce e cibo: il 13 novembre il nunzio apostolico applaudiva il dittatore Obiang

Si aggravano ulteriormente le condizioni di detenzione di Roberto Berardi: l'imprenditore pontino, incarcerato in Guinea Equatoriale da 23 mesi (di cui gli ultimi 12 in isolamento) negli ultimi tre giorni vive momenti di vero disagio umano.

Dopo la visita dell'ambasciatrice italiana Samuela Isopi infatti le autorità del carcere, che il fratello dell'imprenditore italiano ritiene direttamente responsabili (con il principe di Malabo, Teodorin Obiang Nguema Mangue, ex socio di Berardi) dell'incolumità del fratello, hanno ulteriormente inasprito il regime carcerario cui è sottoposto il detenuto italiano.

Non basta più l'isolamento cui viene segregato oramai da un anno: da tre giorni la luce della cella di Berardi resta spenta, una privazione dall'aspro sapore di tortura che è resa ancor meno sopportabile dal digiuno cui è costretto il detenuto italiano, che sarebbe tenuto digiuno da dopo la visita dell'ambasciatrice.

Non è un black-out (spesso in Guinea salta la corrente, anche per giorni) perchè sappiamo da fonti dirette che nelle altre celle del carcere funziona tutto perfettamente: è solo l'ennesimo trattamento inumano e degradante dei carcerieri di Berardi, che così sperano di piegare lo spirito (oltre che il corpo, già debilitato) del detenuto italiano.

I rapporti tra Obiang e lo Stato Vaticano

Il prelato vestito di bianco (unico uomo bianco nelle fotografie qui di seguito) si chiama Piero Pioppo e fa il nunzio apostolico: nato a Savona nel 1960 Pioppo è un arcivescovo cattolico, diplomatico in Cameroun e Guinea Equatoriale al servizio della Santa Sede, già segretario del cardinale Angelo Sodano (che fu capo indiscusso della sezione diplomatica della Santa Sede).

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Di fatto monsignor Pioppo gestisce direttamente gli affari del Vaticano in Guinea Equatoriale, rappresentando il punto di riferimento principale per il governo di Malabo, il contatto fondamentale tra l'Africa occidentale e Roma. Laureato in teologia dogmatica monsignor Pioppo ha prestato servizio nelle Rappresentanze Pontificie di Corea e Cile ed ha inoltre lavorato presso la Sezione Affari Generali della Segreteria di Stato Vaticana.

Prelato dell'Istituto per le Opere di Religione dal 2006 (Ior, dove la famiglia Obiang ci risulta abbia almeno un conto corrente) è stato nominato da papa Benedetto XVI nunzio apostolico in Cameroun e Guinea Equatoriale elevandolo alla sede titolare di Torcello con dignità Arcivescovile: l'ordinazione è stata ricevuta direttamente da cardinal Tarcisio Bertone.

Dal 25 gennaio 2010 l'arcivescovo Piero Pioppo si occupa di gestire direttamente la diplomazia vaticana in Guinea Equatoriale, dove vige il regime più repressivo e sanguinario d'Africa (pesante eredità dopo la guerra libica che destituì Gheddafi).

Mesi fa Pioppo interruppe le comunicazioni con la famiglia Berardi e con lo stesso detenuto, spiegando di "non potere fare nulla di più" (del nulla), e sostanzialmente lavandosi pilatescamente le mani da ogni possibile implicazione, o trattativa, non tanto per la liberazione quanto per un alleggerimento (o meglio, un'umanizzazione) della detenzione di Roberto Berardi.

Oggi scopriamo che chi non può fare nulla era, il 13 novembre scorso, in una platea di astanti accorsi all'Hotel Hilton di Malabo, capitale della Guinea Equatoriale: l'occasione era il riconoscimento della FORA (Forum per la rinascita africana) a Teodoro Obiang per il suo "impegno a rafforzare l'unità dell'Africa". Gli altri vincitori del premio sono stati Abdoulaye Wade (2012) e Idriss Deby Ibno (2013), figure decisamente meno controverse di Obiang in materia di diritti umani.

Nel suo discorso Obiang è arrivato a citare Mandela, ringraziando numerose figure africane che più nella storia hanno rappresentato la battaglia per i diritti umani di tutti ed affiancandole nell'astruso discorso ad altri esponenti politici del novecento, da Ho Chi Minh a Ghandi passando per Mao Tse Tung.

Monsignor Pioppo, che nulla può fare per Berardi, era in platea a spellarsi le mani: nel documento finale si cita Alioune Badara Niang, decano della delegazione del Senegal, che descrive il dittatore Obiang come "un grande combattente per la libertà che ha sollevato il paese da una dittatura ed è capace di oggi di condurre alla stabilità, alla pace e allo sviluppo", mentre tutti i partecipanti accolgono con favore la guida di Obiang per difendere gli interessi del continente.

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