Gli Stati Uniti e il patto col diavolo: Obiang paga 30 milioni di dollari e chiude i contenziosi

Il vicepresidente della Guinea Equatoriale patteggia 30 milioni di dollari di risarcimento con il fisco americano: "Devolverò 20 milioni al popolo della Guinea"

Se è vero, e non ne siamo così tanto sicuri, che gli Stati Uniti non trattano in alcun modo con i terroristi, altrettanto vero è che per risolvere certe controversie milionarie tra la Giustizia americana e gli eccentrici figli di dittatori africani basta la mediazione.

Anzi, bastano i soldi: 30 milioni di dollari, per essere precisi.

La storia l'abbiamo marginalmente toccata raccontando la cronaca del dramma che vive Roberto Berardi, imprenditore pontino in carcere da 22 mesi in Guinea Equatoriale per un reato che non ha commesso: Berardi, in società con Teodorin Obiang Nguema Mangue (eccentrico e viziatissimo figlio del Presidente-dittatore della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang), chiese conto al socio africano di ammanchi milionari nelle casse della loro società di costruzioni, la Eloba Construccion SA.

Per tutta risposta ricevette la visita delle guardie del Presidente, una carcerazione preventiva in isolamento durata mesi, un processo sommario ed una condanna ingiusta a due anni e mezzo per appropriazione indebita: come se non bastasse, l'imprenditore italiano ha visto riconoscersi una multa da 1,5 milioni di euro e, quotidianamente, subisce torture, sevizie, infamità di varia natura.

Nel frattempo però la giustizia americana è piovuta sull'ex socio di Berardi come un falco chiedendosi "come è possibile che un ministro di un paese africano che guadagna circa 33mila dollari l'anno possa acquistare una villa da 8-10 milioni di dollari a Malibù, possedere una collezione di Ferrari e fare shopping compulsivo della memorabilia di Michael Jackson?" (di cui deve essere un grandissimo fan).

Domanda legittima, alla quale gli inquirenti americani hanno risposto così: riciclaggio di proventi di attività corruttive. Teodorin, che in Guinea si occupa come ministro (e vicepresidente) di appalti pubblici e sviluppo economico, ha la propensione a governare il suo paese come la più classica delle cleptocrazie, così come l'intero suo clan: gestiscono il paese come il proprio giardino di casa e la popolazione (circa 700mila persone) come i nanetti da giardino.

Ora Obiang dovrà vendere la casa di Malibù, le Ferrari e la memorabilia, versare 20 milioni ad un'organizzazione internazionale di carità che lavora in Guinea e altri 10.3 milioni ad un fondo statunitense che verrà utilizzato per aiuti al popolo della Guinea Equatoriale. Inoltre Obiang dovrà rivelare e cedere tutte le partecipazioni in aziende americane e rinunciare a tutte le attività in essere negli Stati Uniti e farsi confiscare uno dei suoi jet privati, un Gulfstream Jet.

Il processo americano

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Secondo un procuratore distrettuale californiano Teodorin Obiang avrebbe accumulato con la corruzione e la malversazione nel suo paese 300 milioni di dollari: si parla unicamente dei soldi reinvestiti negli Stati Uniti.

Non potendo, per legge, investire negli Usa i proventi illeciti guadagnati altrove, la magistratura americana ha sequestrato e congelato i beni del vicepresidente Teodorin, il "principe di Malabo": il 2 ottobre fa la risoluzione dell'intero contenzioso con un megapatteggiamento. A dare la notizia è stato lo stesso politico africano su Facebook:

Nella sostanza Teodorin ha patteggiato con il Dipartimento di Giustizia americano un risarcimento milionario, così spiegato dal procuratore generale Leslie Caldwell:

"Attraverso l'appropriazione indebita implacabile e continue estorsioni il vice Presidente Obiang Nguema ha spudoratamente saccheggiato il suo governo e scosso le imprese nel suo paese unicamente per sostenere il suo stile di vita sontuoso, mentre molti dei suoi concittadini vivono in condizioni di estrema povertà. [...] Dopo aver rastrellato milioni in tangenti e bustarelle, Nguema ha intrapreso negli Usa spese folli alimentate da un sistema di corruzione. Questa conciliazione obbliga Nguema a rinunciare a beni per un valore stimato 30 milioni di dollari e impedisce a Nguema Obiang di nascondere altri soldi negli Stati Uniti, soddisfando così gli obiettivi della nostra Asset Recovery Initiative contro la cleptocrazia: negare un rifugio sicuro ai proventi di attività di corruzione su larga scala e recuperare quei fondi per le persone danneggiate."

Il Principe di Malabo corrisponderà 20 milioni di dollari ad un ente benefico internazionale che svolge attività sociali in Guinea Equatoriale, il paese più ricco dell'Africa subsahariana (e che ha un reddito pro-capite pari a quello della Norvegia nonostante il 99% della popolazione muoia letteralmente di fame e di stenti, oltre che di violenze e di regime).

Il paradosso è incredibile e fa crollare un enorme castello di menzogne e paura creato dallo stesso Teodorin Obiang Nguema Mangue ai danni dell'ex socio italiano Roberto Berardi.

Primo perchè è la magistratura americana a parlare, scrivendolo chiaramente nero su bianco, di cleptocrazia e di "shock" alle aziende che lavorano in Guinea. Secondo perchè lo stesso Teodorin ha accusato Berardi di essersi appropriato dei soldi che ora un tribunale americano impone a Teodorin di restituire: questa è la prova provata non solo dell'innocenza di Berardi, ma della colpevolezza sanguinaria dell'eccentrico Teodorin.

Un caso non da poco, visto che la detenzione di Berardi, almeno per come la interpreta il senatore Luigi Manconi, fa da capro espiatorio per i contenziosi americani e francesi (si, perchè a Parigi il Principe di Malabo si è visto sequestrare un appartamento in avenue De Foche e una collezione di Bugatti, Lamborghini, Ferrari ed altre auto di lusso, proprio per gli stessi motivi che hanno convinto gli americani al sequestro di Malibù).

Perchè, penserete voi, ci interessa tutto questo: ci interessa perchè l'Africa è l'orizzonte verso il quale dobbiamo guardare, l'orizzonte verso il quale Europa e governo italiano spingono gli imprenditori ad investire, a creare opportunità. Ed è giusto, anzi auspicabile, che ciò avvenga, a patto che il rispetto delle leggi internazionali e dei diritti umani sia una conditio sine qua non per l'avvio di imprese in Africa. Affinchè il governo italiano si convinca, anche in qualità di Presidente di turno dell'Unione Europea, a chiedere un maggior rispetto dei diritti e delle norme internazionali, affinchè si sblocchino le procedure di accredito in Guinea Equatoriale (attualmente l'unico paese europeo con un ambasciata da quelle parti è la Spagna, ex-colone).

L'accordo tra Obiang e il Dipartimento di giustizia

Secondo fonti molto beninformate l'accordo tra Obiang Nguema e il Dipartimento di giustizia americano si è sbloccato nelle ultime settimane e benedetto (per il vicepresidente africano) fu il virus ebola.

La Guinea Equatoriale è infatti osservato speciale e sembra che il governo di Malabo abbia stretto un'intesa con Washington per ridurre al minimo il rischio di contagio in territorio americano con un virus di provenienza equatoguineana. La psicosi ebola che stringe la popolazione statunitense in una morsa farsesca di delirio collettivo sembra abbia dato una violenta accelerata al patteggiamento, di fatto sbloccando il contenzioso milionario.

Per Obiang si tratta certamente di una vittoria su tutta la linea, visto che così ha l'ennesima occasione offerta dagli Stati Uniti di ripulire la sua fangosa immagine internazionale: il suo post su Facebook è emblematico di tutto questo, visto che lo stesso Obiang si descrive come un povero agnellino vessato dal fisco americano, piegato dalla durezza africana del Principe di Malabo, che per levarsi "il fastidio" ha promesso di redistribuire la propria ricchezza ai suoi concittadini.

Mai nulla fu tanto lontano dalla realtà dei fatti.


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