Trattativa Stato-Mafia: le telefonate Mancino-D'Ambrosio

L'ex ministro, imputato per falsa testimonianza, era in aula.

Nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia in corso a Palermo è la volta delle telefonate intercettate nel 2011 tra l'allora presidente del Senato Nicola Mancino e l'ex consigliere giuridico del Quirinale Loris D'Ambrosio, morto il 26 luglio 2012 per un infarto.

Mancino, ex ministro dell’Interno durante la stagione stragista di Cosa nostra (ruolo ricoperto da giugno 1992 ad aprile 1994), nonché vicepresidente del Csm dal 2006 al 2010, è imputato per falsa testimonianza.

Le intercettazioni sono state ascoltate nell'aula bunker dell'Ucciardone, Mancino era presente. La prima conversazione telefonica sentita porta la data del 25 novembre 2011.??

Mancino a D'Ambrosio dice:

"Avevo letto un articolo di Arena che, invece di parlare di Dell'Utri, infila anche Mancino. Ho chiamato Messineo (procuratore capo di Palermo, ndr) e gli ho detto che qualche volta, con questa storia delle indagini, bisognerebbe fare una dichiarazione che io non sono iscritto nel registro degli indagati. Messineo mi ha risposto che non aveva intenzione di rilasciare nessuna dichiarazione, né che si è indagati, né che non si è indagati. Allora mi è venuto il sospetto, ho avuto una telefonata da una funzionaria della Dia che mi ha detto che il 6 dicembre dovrei stare a Palermo come persona informata sui fatti. Il solito Di Matteo... insomma".

D'Ambrosio:

"Ma non è indagato?".

Mancino:

“Non sono indagato, però ho il timore com'è, non si capisce che cosa vogliano, oltretutto. Io sono molto scocciato, detto con franchezza. Mo’ pure questa cosa di Dell’Utri… ma io so Dell’Utri che cosa ha fatto! Ma mi sembra che… diciamo è rafforzativa della tesi secondo cui Dell’Utri, per conto anche di Berlusconi, ha fatto trattative…".

D'Ambrosio:

“Al solito non si decidono, fanno un passo avanti e due indietro. Gli conviene tenere aperte queste voragini per infilarci quello che gli fa più comodo in quel momento. Sono sempre le stesse cose che riciclano, non mi sembra che ci siano cose determinanti”.

Secondo la procura di Palermo dietro quelle conversazioni si celava il tentativo dell'ex ministro di condizionare le indagini.

Mancino ieri aveva reso dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d'Assise:

"perché sento il dovere di essere leale nei confronti della giustizia. Ciò che conta non è la verità costruita, ma quella vera. Perché la storia sappia che non ci fu alcun cedimento".

L'ex ministro ha parlato di una campagna denigratoria nei suoi confronti:

Brusca, nel corso di un incontro con Riina, fa il mio nome come destinatario del fantomatico papaello, ma ignora il tramite Anche Massimo Ciancimino dichiara di aver saputo dal padre che io fossi a conoscenza della trattativa. E perciò viene da me denunciato in un esposto senza sviluppi giudiziari alla procura di Palermo. Proprio in virtù di quella campagna denigratoria mi rivolsi a D'Ambrosio e non certo per avere protezione o aiuto, ma per confidare a un amico l'amarezza e l'angoscia per ciò che si diceva su di me".

A proposito del dicastero da lui ricoperto subito dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) e prima di quella di Via d’Amelio (19 luglio ’92) Mancino ha detto:

"Da ministro dell'interno, nel luglio del 1992, ho vissuto la terribile esperienza della strage di via D'Amelio che seguì a quella di Capaci. Gli interventi stragisti contribuirono ad arricchire la lotta alla criminalità organizzata di strumenti essenziali, il carcere duro, l'invio di 7mila militari nell'isola lo spostamento dei detenuti più pericolosi nelle carceri di pianosa e dell'Asinara". 

The Supreme Court President Vincenzo Car

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