Microspie in auto: non è reato.



Prendendo spunto da un attento commento di un lettore al post sulle intercettazioni , riprendo una recente sentenza della Cassazione in merito al caso di 22 investigatori privati che avevano installato delle microspie all’interno di alcune autovetture per captare le conversazioni degli occupanti.

Agli indagati la Procura della Repubblica di Brescia aveva contestato i reati di cui agli artt. 617 bis e 623 bis relative all’installazione di apparecchiature atte ad intercettare comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche o altre conversazioni. Già il GUP bresciano tuttavia aveva assolto gli indagati perché “i fatti contestati non costituiscono reato”. Il Pubblico Ministero, contro la decisione del GUP, ha quindi deciso di ricorrere ma, con la sentenza nr. 12042 del 30 gennaio 2008 depositata il 18 marzo 2008, la Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso con la seguente motivazione:

In effetti la questione va risolta con riferimento alla ratio di incriminazione dei fatti contro la libertà morale delle persone, individuabile in rapporto o all'“ambiente” o agli “strumenti di comunicazione”.
Agli “strumenti di comunicazione” si rapportano il titolo dell'articolo 617 Cp "Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche” e la frase recata dall'articolo 617 bis "al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”.
La lettera del titolo e della frase non autorizza affatto a ritenere le due norme incriminatrici estensibili alla captazione di comunicazioni di conversazioni tra presenti. Gli articoli 617 ss., introdotti con L. n. 98 del 1974, tutelano solo e proprio la riservatezza delle comunicazioni o conversazioni tra persone effettuate con mezzi tecnici determinati, all'epoca il telegrafo o il telefono. Gli artt. 617 quater, quinquies, sexies aggiunti dalla L. n. 547 del 1993 riguardano invece le comunicazioni informatiche o telematiche, cioè strumenti nuovi. Infine l'art. 623 bis estende le disposizioni a "qualunque altra comunicazione a distanza di suoni immagini o altri dati".
In sintesi, la riservatezza tutelata dalle norme degli articoli 617 - 623 Cp è quella assicurata proprio e solo da uno strumento adottato per comunicare a distanza. Invece la riservatezza di "notizie” ed "immagini” che si rapporta all'“ambiente” è tutelata nell'articolo 615 bis, introdotto dall'art. 1 della prima legge innovativa citata, la n. 98 del 1974, con il titolo "interferenze illecite nella vita privata".
La disposizione di questo articolo fa riferimento ai soli luoghi indicati nell'articolo 614 Cp, e cioè l’abitazione o la privata dimora. E l'autovettura che si trovi in una pubblica via non è ritenuta, da sempre nel diritto vivente, luogo di privata dimora (cfr. Cass., n. 5934/81 - Ced 149373 e, di seguito, la giurisprudenza relativa alle disposizioni del codice procedurale in materia d'intercettazioni tra presenti che, concernendo l'utilizzabilità delle prove, presume essa quella sostanziale, Cass. n. 1831/98, n. 4561/99 - 2143036, n. 4979/00 - 216749, n. 3363/01 - 218042, n. 1281/03 - 223682, n. 8009/03 - 223960, n. 5/03 - 224240, n. 2845/04 - 228420, n. 26010/04 - 229974, n. 43426/04 - 23096, n. 13/05 - 230533, n. 4125/07 - 235601). Né ha nulla a che fare con questa tematica la normativa (L. 675/96 – Dl. lgs. 196/03) sostanziale sul trattamento illecito dei "dati personali", che all'evidenza concerne fatti diversi ed ulteriori rispetto alla possibilità di acquisizione di qualsiasi dato riservato. È quanto interessa. Nessuna norma incriminatrice dunque tutela la riservatezza delle persone che si trovino in autovettura privata sulla pubblica via.

Dunque non esiste una norma a tutela delle conversazioni tra presenti che avvengono in luoghi pubblici ed in tale definizione va compresa anche l’autovettura su pubblica via. Altre sentenze precedenti hanno precisato che sono equiparati a luoghi pubblici gli uffici di funzionari, dirigenti pubblici, le celle del carcere, un bagno pubblico e tutti i luoghi in cui la persona non svolge “le sue funzioni essenziali di vita e di relazione”.

foto: marco carnovale

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