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Terrorismo ed eversione

Roberto Adinolfi gambizzato: nessuna rivendicazione

pubblicato da Renato Marino in: Terrorismo ed eversione


Nessuna rivendicazione ancora per l’agguato a Roberto Adinolfi, il manager di Ansaldo Nucleare gambizzato ieri mattina a Genova. Contro l’uomo è stato esploso un solo colpo di pistola, partito da una Tokarev, arma di fabbricazione russa in dotazione all’Armata rossa dal 1934. È ritenuta molto affidabile, difficilmente si inceppa.

Poco dopo il ferimento è stata ritrovata la moto usata per l’agguato, in via Orti Sauli, nel centro della città. Era stata rubata due mesi fa. Un piano organizzato nei minimi dettagli dicono gli inquirenti che per ora escludono solo la pista personale. La dinamica dell’agguato fa piuttosto pensare a una matrice politica, alla tecnica usata nei primi attentati delle Brigate Rosse.

Negli anni di piombo, tra il 1975 e il 1979, furono quattro i dirigenti dell’Ansaldo di Genova presi di mira dalla colonna genovese delle BR, ricorda Il Secolo XIX. Di sicuro si tratta di un gesto altamente simbolico in una fase di forti tensioni sociali, ma gli autori potrebbero anche appartenere a un’area eco-terroristica più vicina ad ambienti anarchici che marxisti-leninisti.

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Genova: gambizzato Roberto Adinolfi, dirigente di Ansaldo Nucleare

pubblicato da Renato Marino in: Terrorismo ed eversione


Roberto Adinolfi, 53 anni, dirigente dell’Ansaldo, è stato gambizzato stamattina a Genova. L’uomo è stato colpito, probabilmente con una pistola semiautomatica, all’altezza del ginocchio destro nel quartiere Marassi, in via Montello. Ricoverato all’ospedale San Martino le sue condizioni sono giudicate “di media gravità” ma non sarebbe in pericolo di vita.

Sul luogo dell’agguato, che sarebbe stato compiuto da due persone in sella ad uno scooter e con i caschi in testa, sono poi giunti i carabinieri che hanno avviato le indagini. Adinolfi è amministratore di Ansaldo Nucleare, la società del gruppo Ansaldo Energia, di proprietà di Finmeccanica. Nessuna rivendicazione dell’attentato per ora, ma secondo gli inquirenti la dinamica “suggerisce una matrice di tipo eversivo”.

Il ministro del welfare Elsa Fornero appresa la notizia ha detto: “sono cose che non si commentano”.

Foto | ©TMNews

Messico drug war: i Los Zetas si alleano con i Maras del Guatemala

pubblicato da Daniele Particelli in: Droga e Narcotraffico Stragi Terrorismo ed eversione

MarasGuatemala

Le ultime notizie in arrivo dal Messico sono tutt’altro che positive: se nei mesi scorsi si erano aperte le speranze circa la fine delle drug war che da anni stanno dilaniando il Paese, ora dal Guatemala arriva la conferma che i Los Zetas, il più potente cartello messicano della droga - l’unico rimasto in vita insieme a quello di Sinaloa - ha stretto un’alleanza con i Maras, le potenti gang dell’America Centrale, dall’Honduras al Guatemala, particolarmente attive nel settore del traffico delle armi, sfruttamento della prostituzione, traffico di esseri umani e quant’altro.

L’alleanza non si limiterebbe soltanto al traffico della droga - finora i Maras vendevano gli stupefacenti per conto dei narcos messicani - ma la situazione sarebbe ben più grave: gli Zetas, si è appreso da alcuni membri arrestati dalle autorità locali, avrebbero preso il controllo dei Maras, addestrandoli ed istruendoli a comportarsi come loro, ovvero in modo estremamente violento e brutale nei confronti della popolazione e delle forze di polizia locali.

Questo, secondo gli esperti, conferma l’intenzione degli Zetas di estendere il loro dominio anche al di fuori del territorio messicano: dopo aver decimato e distrutto i vari cartelli locali della droga, è tempo di conquistare anche i territori limitrofi, a partire proprio dal Guatemala.

Al momento sono stati registrati episodi di massacri tipici dei Los Zetas - mutilazioni e decapitazioni - nei territori a nord del Paese e sembra che l’ondata di violenza stia lentamente scendendo verso sud.

Via | SGVTribune

Norvegia, strage: Anders Behring Breivik rischia accusa crimini contro umanità

pubblicato da Renato Marino in: Stragi Terrorismo ed eversione


Dice di essere stato lui, ma di non essere colpevole, che le sue azioni sono state “atroci ma necessarie”. Così ieri, davanti al giudice, Anders Behring Breivik, il 32enne reo confesso della strage che venerdì scorso in Norvegia, a Oslo e Utoya, ha provocato 76 morti (8 nella capitale, 68 sull’isola).

Il bilancio delle vittime si è abbassato, nell’immediatezza della strage si parlava di 93 morti, ma ci sarebbero ancora dispersi tra le persone che erano a Utoya per il meeting dei giovani laburisti. Le ricerche vanno avanti. Breivik voleva un processo a porte aperte che non avrà. Voleva un palcoscenico per “spiegare” al mondo il perché di una strage tanto efferata che secondo le indagini progettava da almeno due anni.

I servizi segreti norvegesi avevano inserito Breivik in uno speciale elenco dopo essere venuti a conoscenza dell’acquisto da parte dell’uomo di una grossa partita di fertilizzanti chimici agricoli. Poi l’inchiesta non era andata avanti, gli elementi raccolti non erano sufficienti. Alla prima udienza del processo Breivik si sarebbe voluto presentare con una “uniforme”. Il giudice Kim Heger, che ieri ha confermato l’arresto, ha precluso l’accesso in aula anche ai media.

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Norvegia: strage Oslo-Utoya, 84 morti. Chi è Anders Behring Breivik

pubblicato da Renato Marino in: Stragi Terrorismo ed eversione


Una strage senza precedenti: è di 84 morti il bilancio della bomba e della sparatoria che ieri hanno seminato terrore e morte nel centro di Oslo e sull’isola di Utoya, in Norvegia. L’ordigno è scoppiato nel centro della capitale, 6 i morti, mentre a Utoya è stato compiuto un vero massacro, le vittime erano radunate sull’isola per un meeting dei giovani laburisti.

La polizia ieri sera ha arrestato un norvegese di 32 anni, celibe. Si chiama Anders Behring Breivik descritto come un ultranazionalista e fondamentalista cristiano, vicino agli ambienti dell’estrema destra secondo la stampa locale.

L’uomo dicono gli investigatori “ha alcuni tratti politici che si appoggiano alla destra” ed “è anti-musulmano, ma è troppo presto per dire se questa sia stata la ragione del suo gesto”. Su Facebook Anders Behring Breivik si descrive come “conservatore”, “cristiano” appassionato di caccia e di videgiochi come World of Warcraft e Modern Warfare 2.

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Cesare Battisti: rigettato il ricorso del governo italiano, l'ex terrorista è libero

pubblicato da Daniele Particelli in: Omicidi-Suicidi Terrorismo ed eversione

Cesare Battisti lascia il carcere

Questa mattina, poco dopo le 5 (ora italiana), l’ex terrorista Cesare Battisti ha lasciato il carcere brasiliano di Papuda. La decisione è stata presa dal Tribunale Supremo federale del Brasile che ha rigettato il ricorso del governo italiano contro la decisione dell’ex presidente Lula di concedere l’estradizione.

Dopo una seduta di oltre sette ore, i nove giudici hanno deciso con un voto a maggioranza: in sei hanno votato a favore della liberazione. L’Italia, secondo loro, non ha alcuna competenza per chiedere alla magistratura brasiliana di invalidare la decisione dell’ex presidente Lula, “si tratta di una questione di sovranità nazionale e quindi di competenza del potere esecutivo e non di quello giudiziario“.

Ora l’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato all’ergastolo nel nostro Paese per quattro omicidi avvenuti tra il 1977 e il 1979, è un uomo libero e, stando a quanto conferma il suo avvocato Luis Roberto Barroso, resterà in Brasile, “probabilmente a lavorare come scrittore“.

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Pakistan, attentato suicida: 40 morti e 80 feriti

pubblicato da Renato Marino in: Stragi Terrorismo ed eversione


Bagno di sangue in Pakistan per un attentato suicida che ha provocato questa mattina almeno 40 morti e 80 feriti. Ad agire sarebbe stata una sola persona, forse una donna, che ha colpito intorno alle 8,30 quando circa 1.000 persone sostavano a un posto di controllo della polizia distante 200-300 metri da un ufficio del Programma alimentare mondiale dell’Onu nella Civil Colony a Khar, il centro più importante della Bajaur Agency, zona tribale della frontiera pachistana.

“Un attentatore suicida solitario è penetrato nella folla e ha fatto esplodere il suo dispositivo” riferiscono fonti della polizia. Secondo un ufficiale, chi ha compiuto l’attacco kamikaze aveva addosso un burqa tradizionale. Potrebbe trattarsi di una donna ma anche di un travestimento. Ancora nessun gruppo avrebbe rivendicato l’attacco, ma tutti i sospetti sono concentrati sui Taliban e sulle reti terroristiche legate alla galassia Al Qaeda in Pakistan.

L’attentato odierno segue i cruenti scontri avvenuti ieri nella vicina regione di Mohmand tra forze di sicurezza e talebani con un bilancio di 35 morti: 24 soldati e 11 combattenti. Al Jazeera ricorda che sono circa 4.000 le vittime di attacchi suicidi e bombe in tutto il Pakistan da quando le forze governative fecero irruzione nella Moschea Rossa a Islamabad nel 2007.

Via | Al Jazeera
Foto | Flickr

Roma: pacchi bomba alle ambasciate, rivendicazione anarchici FAI. Le indagini

pubblicato da Renato Marino in: Terrorismo ed eversione

Si segue la pista anarchica, anarco-ecologista per la precisione, per i due plichi bomba recapitati ieri nelle sedi delle ambasciate di Cile e Svizzera a Roma che hanno ferito un dipendente della sede diplomatica cilena e un addetto alle poste di quella elvetica. Ieri sera è stata data notizia del ritrovamento di un bigliettino di rivendicazione firmato dalla FAI (Federazione Anarchica Informale) sigla già nota agli inquirenti, come ricorda La Stampa:

una sigla apparsa per la prima volta nel 2003 quando lanciò l’operazione “Santa Klaus” con una serie di pacchi bomba indirizzati all’allora presidente dell’Ue Romano Prodi, al presidente del Ppe, ad Europol ed Eurojust. Secondo gli 007 si tratta di bombe anarco-insurrezionaliste, confezionate in Italia e spedite dal nostro Paese, parte di una «campagna contro la repressione» che ha molte «analogie» con quella partita dalla Grecia un mese fa con l’invio di 14 pacchi bomba in Europa con l’obiettivo di «internazionalizzare la guerra rivoluzionaria».

La rivendicazione sarebbe stata fatta recapitare insieme al plico esplosivo alla sede diplomatica cilena: “Abbiamo deciso di far sentire di nuovo la nostra voce con le parole e con i fatti. Distruggiamo il sistema di dominio. Viva la FAI. Viva l’anarchia”. E sempre a Roma ieri c’è stata tutta una serie di falsi allarmi: uno ha riguardato l’ambasciata Ucraina, un altro una scuola svizzera, un altro ancora la sede della Dia, in piazza Vescovio.

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Terrorismo: il "mercante di morte" Viktor Bout estradato negli Stati Uniti

pubblicato da Daniele Particelli in: Terrorismo ed eversione Inchieste e processi

Viktor Bout

L’uomo che vedete in foto si chiama Viktor Bout, ma è più conosciuto col soprannome “The Merchant of Death“, il mercante di morte, per via della sua attività di trafficante di armi.

Ex dell’ex pilota dell’aviazione sovietica, Bout è accusato di aver rifornito di armi i terroristi ed i regimi dittatoriali di mezzo mondo, dal Medio Oriente all’Africa, passando per il Sudamerica.

E’ stato catturato nel marzo del 2008 a Bangkok, in Thailandia, e da quel momento è stato detenuto lì, in attesa dell’estradizione negli Stati Uniti.

Alla fine il via libera della Thailandia è arrivato e Bout questa mattina è partito alla volta degli Usa, a bordo di un jet e scortato da sei agenti.

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Messico: arrestato il narcotrafficante Sergio Villarreal Barragán, capo del cartello dei Beltran Leyva

pubblicato da Daniele Particelli in: Droga e Narcotraffico Boss Terrorismo ed eversione Personaggi

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Dopo l’arresto di Edgar Valdez “La Barbie” Villarreal, il narcotrafficante catturato due settimane fa a Città Del Messico, nelle ultime ore le autorità messicane hanno messo a segno un altro importante arresto.

Lui, Sergio Villarreal Barragán, conosciuto come “El Grande“, era ricercato da anni e, come La Barbie, era uno dei boss del cartello dei Beltrán Leyva.

El Grande, chiamato così per via della sua statura, è un ex agente della Polizia Federale, divenuto narcotrafficante nel 1996, quando iniziò ad intrattenere relazioni con alcuni membri del cartello di Juárez.

Poi ha lavorato come sicario per il cartello di Sinaloa, per quello del Golfo e per i Los Zetas.

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