lunedì 15 marzo 2010

Mafia: Operazione Golem 2, 18 arresti contro la rete di Matteo Messina Denaro

pubblicato da Fabio Mascagna in: Latitanti Mafia

Durante la notte il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e le Squadre Mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 18 arresti a Trapani che rientrano all’interno della più vasta operazione “Golem II”, naturale prosecuzione della principale Operazione Golem messa in piedi per fare terra bruciata attorno al superboss Matteo Messina Denaro. Tutti gli arresti fanno infatti parte della rete di fiancheggiatori e persone vicine, vicinissime al boss.

Il blitz ha infatti coinvolto anche i familiari di Messina Denaro, portando all’arresto del fratello Salvatore Messina Denaro ed alle perquisizione nelle case della madre Lorenza dove vive anche la compagna del boss, Francesca Alagna. Abitazione in cui, ovviamente, non c’era traccia del boss. Anche se la sua presenza era facilmente percepibile grazie alle decine di foto affisse ai muri come la reliquia di un santo. Protettore. Una “figura mitizzata” quella di Messina Denaro come lo definisce il pm Paolo Guido

Tutti gli arrestati, tra cui imprenditori, professionisti e commercianti, devono rispondere dei reati di favoreggiamento, associazione mafiosa, estorsione, danneggiamenti e trasferimento fraudolento di società e valori e sono:

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martedì 09 marzo 2010

Processo Calvi: Ciancimino jr. chiama in causa Marcello Dell'Utri in un documento inedito

pubblicato da Fabio Mascagna in: Politici Mafia



Si parla ancora di Massimo Ciancimino, questa volta ascoltato come testimone nell’ambito del processo d’appello in corso a Roma sull’omicidio del banchiere del Banco Ambrosiano Roberto Calvi trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra il 17 giugno 1982. Roberto Calvi sarebbe stato ucciso per aver “soldi non suoi, ma appartenenti all’organizzazione denominata Cosa Nostra e ad altre organizzazioni criminali”. Qui un’ottima ricostruzione della vicenda.

Ma all’interno di questo processo Ciancimino lancia quella che potrebbe essere una bomba non da poco: su richiesta del pm Luca Tescaroli ha presentato un documento inedito - scritto dal padre Vito - che coinvolgerebbe il Sen. Marcello Dell’Utri nella vicenda Calvi, Banco Ambrosiano, Banca Rasini ed i rapporti con Cosa Nostra.

Il primo foglio scritto a mano recita:

M.Dell’Utri-Alamia. Calvi-Buscemi-Dell’Utri. Canada Bono
Pozza. Ior Raselli 5 miliardi. Milano 2 costruzioni

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Mafia, Catania: arrestato a san Cristoforo Sebastiano Lo Giudice, ritenuto boss Carateddi

pubblicato da Renato Marino in: Latitanti Boss Mafia


Altro colpo alle cosche catanesi. Gli uomini della Squadra Mobile hanno arrestato ieri pomeriggio il latitante Sebastiano Lo Giudice, 33 anni, ritenuto “ai vertici” della cosca dei Carateddi, legata al clan Cappello. Nei suoi confronti pendeva un ordine di carcerazione per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.

L’uomo è stato sorpreso insieme ad altre 5 persone, arrestate per favoreggiamento aggravato, in una stalla nel quartiere S. Cristoforo, tra il Cortile delle Carrozze e quello di Porto Motta. Secondo gli investigatori al momento dell’irruzione era in corso un summit mafioso.

Le indagini, condotte dalla Mobile della Questura di Catania, sono state coordinate dal procuratore D’Agata e dai sostituti della Direzione distrettuale antimafia etnea Pacifico e Testa. Nel blitz sono stati sequestrati dieci chilogrammi di marijuana, nascosti in un cortile, e una pistola calibro 9×21. Sicilia Informazioni scrive:

Lo Giudice era ricercato dal 24 ottobre del 2009 quando sfuggì all’operazione Revenge contro la cosca Cappello. Nei suoi confronti era pendente un ordine di carcerazione per associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti. Secondo la Procura di Catania avrebbe potuto avere un ruolo importante nella faida mafiosa esplosa a metà del 2008 a Catania. Secondo la squadra mobile di Catania, alla mire espansionistiche di Lo Giudice sarebbero infatti da attribuire le tensioni che si sono innescate prima con la cosca Sciuto-Tigna e poi con Cosa nostra, capeggiata dalle storiche ‘famiglie’ Santapaola e Laudani.

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mercoledì 03 marzo 2010

Mafia, Foggia: omicidi Mangini e Vodola, arrestati Angelo Grilli e Raffaele Tolonese

pubblicato da Renato Marino in: Crimine nella storia Mafia


I carabinieri del comando provinciale di Foggia hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere - emesse dal gip di Bari su richiesta della procura distrettuale antimafia della stessa città - a carico di Angelo Grilli, 32enne di Manfredonia, e Raffaele Tolonese, 51enne di Foggia.

Sono accusati di essere i sicari di, rispettivamente, Matteo Mangini, ucciso a Manfredonia nel 2001, e Francesco Vodola, detto “ja-ja”, assassinato a Carapelle nel 2000. Secondo quanto emerso dalle indagini Vodola sarebbe morto a causa di contrasti sorti negli ambienti della criminalità foggiana, tra i clan Triscioglio-Prencipe-Tolonese e Sinesi-Francavilla, per il controllo delle estorsioni.

Matteo Mangini per gli inquirenti apparteneva invece al gruppo malavitoso che contendeva il mercato dello spaccio di droga al clan Libergolis, contrapposto da decenni alla famiglia Alfieri-Primosa. Una faida nata per un pascolo abusivo o per un furto di cavalli e che ha provocato più di 30 omicidi e casi di lupara bianca:

Sulle aspre vette del Gargano, nel territorio di Monte Sant’ Angelo, cittadina di sedicimila abitanti, la gente con la faida ha imparato a convivere, semplicemente ignorando il fenomeno, come se non esistesse. (…) Le mappe del potere all’ interno dei clan malavitosi del promontorio roccioso si leggono attraverso i morti, che oggi forse sono più numerosi dei vivi. E quando i vivi finiscono dentro, tutti fanno bene attenzione a che non solo le celle, ma finanche le carceri siano ben separate e distanti l’ una dalle altre.

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domenica 28 febbraio 2010

Mafia, Catania: di nuovo in carcere Giacomo Maurizio Ieni, considerato boss cosca Pillera

pubblicato da Renato Marino in: Strano ma vero Mafia Dei delitti e delle pene


Torna in carcere Giacomo Maurizio Ieni, 53 anni, ritenuto il boss del clan Pillera di Catania. L’anno scorso l’uomo era stato scarcerato per “gravi motivi di salute” nonostante fosse sottoposto al 41 bis. Ieni era “depresso”:

Nell’ ultima udienza era scoppiato letteralmente in lacrime. Giacomo Maurizio Ieni, 52 anni, indicato come il capo della cosca mafiosa catanese dei Pillera, detenuto in regime di 41 bis, tra un singhiozzo e l’ altro, aveva lanciato il suo personalissimo sos. Collegato in teleconferenza, rivolgendosi alla Corte che lo seguiva dai monitor, aveva detto: “Vi prego di comprendermi, sono fortemente depresso, proprio non ce la faccio più a stare in carcere”. Il suo appello non è caduto nel vuoto.

La Procura di Catania aveva “fortemente contestato” la decisione. Dall’archivio di Repubblica:

Già in sede di udienza la Procura aveva espresso parere negativo alla concessione dei domiciliari sia “per la pericolosità sociale del soggetto al quale sarà così permesso di tornare a Catania” sia perché “nelle perizie redatte non ce n’ è alcuna che stabilisce che il suo stato di salute sia incompatibile con la detenzione in un centro medico”.

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giovedì 25 febbraio 2010

Mesagne, Brindisi: arrestato Massimo Pasimeni, "Piccolo dente", boss della Scu

pubblicato da Renato Marino in: Mafia Criminalità organizzata


Gli uomini della Mobile di Brindisi e del Commissariato di Mesagne hanno arrestato Massimo Pasimeni, in passato considerato uno dei boss della Sacra Corona Unita. “Piccolo dente”, questo il soprannome dell’uomo, è accusato di estorsione aggravata, di aver taglieggiato dei commercianti e di associazione per delinquere di stampo mafioso. Tintinnar di manette anche per la moglie di Pasimeni e altre due persone accusate di aver usufruito di denaro e beni di provenienza illecita.

L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal gip di Lecce, Andrea Lisi, su richiesta del pm della Distrettuale antimafia salentina Giorgio Lino Bruno. Pasimeni, secondo quanto sarebbe emerso dalle indagini, avrebbe taglieggiato un negoziante e costretto un concessionario di auto a cedere veicoli usati in cambio di pagamenti occasionali molto dilazionati nel tempo.

Le autovetture sarebbero state poi messe in vendita in un autosalone intestato ad altre persone ma di proprietà - secondo gli investigatori - di Pasimeni. Nel 2002 l’uomo era stato accusato di essere tra i capi della Nuova Scu:

Erano in quattro, tutti di Mesagne, a guidare la “Nuova sacra corona libera”, organizzazione nata dalla rigenerazione della Sacra corona unita smantellata ieri, con un blitz condotto dai carabinieri (…). A capo della nuova “Sacra corona” c’ erano - secondo gli investigatori - Massimo Pasimeni, di 34 anni, Giuseppe Gagliardi, di 36, entrambi detenuti da tempo, il fratello di Giuseppe Gagliardi, Carlo, di 27 anni, che è stato rintracciato nelle ultime ore e catturato a Monfalcone (Gorizia) e Francesco Campana, di 29 anni, arrestato a Desenzano del Garda (Brescia).

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sabato 20 febbraio 2010

Mafia: arrestato il latitante Saverio Loconsolo a Santo Domingo

pubblicato da Renato Marino in: Latitanti Mafia


Si nascondeva a Santo Domingo Saverio Loconsolo, 31 anni, tra i 100 latitanti più pericolosi d’Italia. L’arresto è avvenuto su una spiaggia della capitale della Repubblica Dominicana: Loconsolo stava prendendo il sole. L’operazione è stata condotta dallo Sco della Polizia in collaborazione con la Squadra Mobile di Potenza e l’Interpol.

Il mandato di cattura internazionale per Loconsolo - considerato associato al clan Cassotta di Melfi e ricercato per associazione mafiosa, estorsione e usura - era stato emesso nell’aprile del 2009 dalla Procura di Potenza. Alla cattura si è arrivati dopo un serie di pedinamenti di soggetti vicini al ricercato. Il clan Cassotta di Melfi si contende il territorio con l’altro clan storico del Vulture-Melfese, i Delli Gatti. Da Il Quotidiano della Basilicata (18/08/2009):

Serre è una contrada immersa nel verde, a pochi chilometri da Melfi. Lì la famiglia Delli Gatti, quella dei «maroscia», come la chiamano a Melfi, ha un’abitazione di campagna. C’è chi ricorda che quando Rocco era ancora vivo si riuniva lì con i suoi compari tutti gli anni il giorno di ferragosto. Quando Rocco maroscia era ancora il boss che vantava conoscenze cutoliane e nel Vulture era il più rispettato.

Quando, tolto di mezzo il primogenito Ofelio Antonio, gli altri fratelli della famiglia Cassotta erano ancora considerati dei ragazzini. Quando i soldi a Melfi arrivavano in quantità, grazie al boom dell’area industriale. In quella casa, forse, venivano decise le strategie del clan. Dalla quota di pizzo da imporre alle imprese che stavano costruendo lo stabilimento della Fiat nel 1990 alle rapine, al traffico di droga e di armi, al controllo degli appalti pubblici, a qualche omicidio. Perché il clan Delli Gatti, sostengono i magistrati della procura antimafia di Potenza, è in guerra con la famiglia Cassotta.

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venerdì 19 febbraio 2010

Mafia, processo Perseo a Palermo: pm chiedono 350 anni di carcere, 42 imputati

pubblicato da Renato Marino in: Mafia Inchieste e processi


Trecentocinquanta anni di carcere. A tanto ammontano le pene complessive chieste dai pm del processo Perseo, in corso a Palermo con rito abbreviato, che riguarda il tentativo da parte dei boss del capoluogo siciliano di ricomporre la commissione provinciale di Cosa nostra.

Alla sbarra ci sono 42 imputati. Secondo le indagini l’intento di riorganizzare la cupola su base verticistica fallì per il rifiuto di alcuni mammasantissima ad accettare quello che sarebbe stato l’unico candidato alla guida della commissione: Benedetto Capizzi, ritenuto il boss di Villagrazia. Per suo figlio, Sandro, il pm ha chiesto 24 anni di carcere, la pena più alta.

«A gennaio 2008 sono cominciate le trattative tra uomini d’ onore per ricostituire la cupola: noi le abbiamo intercettate, intervenendo davvero rapidamente e bloccandole sul nascere. Oggi viviamo un dopo Perseo, in cui un trentenne come Nicchi assume un ruolo difficilmente immaginabile senza gli arresti dei vari Capizzi, Lo Presti, Scaduto. Da Nicchi a Palermo oggi non si prescinde».

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giovedì 18 febbraio 2010

Droga: arrestato in Spagna il latitante Pietro Matranga

pubblicato da Renato Marino in: Droga e Narcotraffico Latitanti Mafia


Era alla macchia da meno di quattro mesi Pietro Matranga, 58 anni, originario di Piana degli Albanesi (Palermo) ma da quasi quarant’anni trapiantato a Milano. L’uomo aveva fatto perdere le proprie tracce il 27 ottobre scorso quando non era rientrato nel carcere di Bollate dopo un permesso premio concessogli. Quello stesso giorno dagli arresti domiciliari era evaso anche il fratello maggiore Gioacchino, “Il re della coca”, poi arrestato la sera di san Silvestro a Milano e ora recluso nel carcere di Lodi dove sta scontando 22 anni di carcere.

Pietro Matranga, nei 70’ esponente di rilievo del traffico internazionale di droga, è stato catturato ieri alle 11.15 a Roda de Barà, in Spagna, come comunicato dalla questura di Milano che ha condotto l’indagine in collaborazione con il NIC della polizia penitenziaria e le autorità spagnole. Ora lo attende una pena residua a undici anni di carcere, sempre per reati in materia di stupefacenti. E la Spagna ritorna anche in occasione del suo precedente arresto. Correva il 2000. Dall’Archivio di Repubblica:

Quando il tenente dei carabinieri di Ventimiglia ha visto la lista delle persone controllate mentre andavano avanti e indietro dalla frontiera, lui che a Milano ha lavorato in passato, è sobbalzato sulla sedia. Nell’elenco c’era anche il milanese d’adozione Pietro Matranga, narcotrafficante di spessore internazionale, fratello di quel Gioacchino diventato famoso anche perché nei rutilanti anni ‘80 aveva addentellati con i socialisti che contavano e partecipava a cene preelettorali del Garofano.

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martedì 16 febbraio 2010

Caterina Somellini: le uccisero i figli e il genero, niente benefici per le vittime di reati mafiosi

pubblicato da gabriele ferraresi in: Mafia

caterina somellini corleone

La storia di Caterina Somellini è straziante: nel 1995 le uccidono i figli e il genero, un agguato mafioso, a Corleone. Uno dei nipoti fu ferito nell’agguato, ma si salvò, lei fece da madre ai nipoti. Oggi, a 15 anni di distanza dalla tragedia, a Caterina Somellini sono stati negati i benefici per le vittime di reati mafiosi, il Ministero dell’Interno ha respinto la sua richiesta.

Caterina Somellini, madre delle vittime, nonna di due bambini rimasti orfani, si costituì parte civile nel processo: in cui c’erano imputati a dir poco “pesanti”, per fare qualche nome, Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca accusati di essere gli autori materiali) e Giovanni Riina, ancora incensurato, figlio del noto Totò Riina.

Malgrado sia rimasta a Corleone - dove anche l’ex sindaco si è costituito parte civile - Caterina Somellini viene lasciata sola dalla Stato: rileggere questo pezzo del 2001, al termine del processo, fa un certo effetto

«Non perdono, non posso perdonare Giovanni Riina, almeno per adesso». È l’ unica frase che Caterina Somellini, la mamma coraggio, sussurra dopo la sentenza che ha emesso una raffica di ergastoli. Ergastoli per la morte dei suoi due figli e di suo genero

Foto | Flickr

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