
Sono ancora in corso le ricerche dell’uomo che sabato sera a Colognola ha accoltellato la fidanzata 25enne Nicoletta Gaspani dopo averla picchiata con calci e pugni.
La giovane, incinta di tre mesi, aveva conosciuto l’uomo, un 40enne marocchino, solo pochi mesi prima: dopo una breve frequentazione, l’inattesa gravidanza che in questi ultimi giorni aveva provocato non poche discussioni tra i due.
Sabato sera, come riporta oggi L’Eco di Bergamo, la situazione è precipitata:
Secondo una prima ricostruzione dei fatti - ma gli inquirenti sono ancora al lavoro - i due fidanzati si trovavano all’interno dell’abitazione di lui, al quinto piano di un condominio di Colognola. […] Improvvisamente è scoppiata una furibonda lite e il marocchino si sarebbe scagliato contro la giovane di Capriate, colpendola con calci e pugni, causandole lividi e tumefazioni al volto. Infine, le avrebbe sferrato una coltellata all’addome. Lei ha raccontato di aver tentato la fuga, ma l’uomo glielo avrebbe impedito chiudendo la porta a chiave.
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Tracciare un profilo dettagliato di Matteo Messina Denaro è come scrivere la biografia di un personaggio storico con dei tratti quasi mitologici ed altri ripescati da una tradizione eroica – come vedremo più avanti - reinventata ad uso e consumo di interessi privati. E’ stato lui stesso – e continua a farlo – ad alimentare quell’aura arrogante e sciovinista che, se da una parte consente di conoscere meglio il latitante Messina Denaro, dall’altra lo erge ancor di più ad ultimo vero boss di Cosa Nostra. Da nuovo astro nascente diventa, con la cattura di Riina, Provenzano e più recentemente Lo Piccolo e Raccuglia, il capo dei capi assoluto della mafia siciliana. Dalla Relazione DIA 2008:
[…] MESSINA DENARO Matteo, che continua ad essere il capo indiscusso di uno dei più consolidati mandamenti mafiosi, quello castelvetranese, nonché il rappresentante provinciale di cosa nostra trapanese. […] Il ruolo del MESSINA DENARO Matteo, all’interno di cosa nostra, risulta acquisire un forte spessore, grazie anche al momento congiunturale negativo attraversato da cosa nostra palermitana, dovuto all’incalzante azione repressiva attuata dalle Forze di Polizia.
Matteo Messina Denaro nasce nel 1962 a CastelVetrano, già città natìa di Giovanni Gentile, e risulta essere latitante dal 1993. E’ figlio d’arte, successore di quel Francesco Messina Denaro detto “Don Ciccio” capo mandamento della mafia trapanese che fu trovato morto il 30 novembre del 1998, ben vestito nella piazza di CastelVetrano. Come fosse già pronto al proprio funerale. Eppure ricordato puntualmente ogni anno dalla famiglia, sulle pagine dei giornali.
Il giovane Matteo è precoce e desideroso di apprendere in fretta le abitudini mafiose, tanto che già dai 14 anni inizia ad usare le armi da fuoco a scopo di intimidazione per passare da lì a poco ai veri e propri omicidi che gli forniranno fama e rispetto nel trapanese. I suoi soprannomi sono “U Siccu”, per la sua fisionomia alta e smagrita, e “Diabolik” per la sua ossessiva predilezione per il fumetto creato dalle sorelle Giussani.
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È nella lista dei Most wanted FBI dal 2009. Semion Mogilevich, “the brainy don”, è ritenuto uno dei più pericolosi boss della mafia russa. Nato a Kiev nel 1946, dopo aver preso una laurea in economia all’università di Leopoli si trasferisce a Mosca dove negli anni Settanta entra a far parte del gruppo criminale Lyubertskaya.
Mette su piccole frodi che gli costano alcuni anni di carcere per traffico di valuta sul mercato nero. La sua scalata criminale vera e propria inizia però tra la fine dei ‘70 e i primi anni ‘80 quando tanti ebrei ucraini e russi si trasferiscono in America e Israele. Mogilevich riesce ad occuparsi della vendita delle loro proprietà e del trasferimento dei loro beni, tra cui opere d’arte e preziosi.
I proventi di quelle vendite però non arriveranno mai ai legittimi destinatari costituendo la base finanziaria successiva della sua ascesa, che ha il suo picco nel periodo coincidente con il crollo dell’Urss. Nel vuoto di potere venutosi a creare oligarchi e consorterie mafiose sguazzano, incrementando i loro affari esponenzialmente.

E’ già tornato dietro le sbarre il 35enne Pasquale Pagana, evaso mercoledì mattina dalla caserma della Polizia penitenziaria del carcere di Bollate, dove era impiegato come addetto alle pulizie insieme al coetaneo Pasquale Romeno.
Approfittando della poca sorveglianza - il carcere di Bollate è una struttura a custodia attenuata riservata ai detenuti modello - i due detenuti sono fuggiti.
Hanno fermato una macchina, costretto la giovane autista e scendere ed hanno guidato fino a viale Zara. Lì si sono separati.
Pagana, cocainomane e rapinatore, avrebbe terminato di scontare la sua pena da lì a pochi mesi, ma, come ha scritto una lettera indirizzata alla direttrice del carcere, Lucia Castellano, non poteva aspettare.
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Bancarotta fraudolenta, traffico di droga, traffico di armi, furto, ricettazione, racket e omicidio: per questi reati, commessi a partire dagli anni ‘70, Franco Battaggia aveva già scontato 22 anni di carcere da tempo si trovava agli arresti domiciliari a Preganziol, in provincia di Treviso.
Il tribunale gli aveva anche concesso di continuare la sua attività di commerciante del pesce, da lui avviata negli anni ‘80 e successivamente passata in mano alla figlia Roberta e al fratello Renzo quando, nel 1988, Battaggia uccise il nomade milanese Vincenzo Ciarelli.
Battaggia, insieme a Giovanni Penzo, Roberto Vianello e Franco Dalla Valle, freddò Ciarelli con due colpi di pistola, poi lo incaprettò e lo immerse in una vasca.
Mentre i tre aiutati vengono condannati a sei anni ed otto mesi di carcere, Battaggia fugge in Ecuador e riesce a far perdere le sue tracce per qualche anno, fino a quando viene catturato dall’Interpol e chiuso in carcere in Svizzera.
Giuseppe Falsone sarà estradato in Italia. La corte di Cassazione francese ha rigettato il ricorso presentato dai legali dell’ex super latitante di Campobello di Licata, ritenuto fino alla sua cattura a Marsiglia ai vertici di Cosa nostra. Lui, dalla Francia, continua a dire di chiamarsi Giuseppe Sanfillo Frittola e di essere di Catania.
Gli inquirenti non hanno dubbi sulla sua identità, nonostante la plastica facciale cui si sarebbe sottoposto. Il boss potrebbe rientrare in Italia già tra il 30 agosto e il primo settembre. Intanto, come ricorda Antimafia Duemila, prosegue la caccia a Gerladino Messina, ritenuto l’erede naturale di Falsone alla guida della mafia agrigentina.
Nei giorni scorsi era stata ricoverata per dei controlli presso l’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, la madre. Immediatamente agenti della polizia in borghese hanno presidiato in lungo e in largo ma del latitante non vi è stata traccia. La donna, dallo scorso aprile, su richiesta del pm della Dda Rita Fulantelli avrebbe dovuto sottoporsi ad un prelievo del sangue presso gli uffici della Questura ma fino ad ora si era sempre rifutata presentandosi con tanto di certificato medico. Dopo questo malessere, la richiesta del Dna a seguito di una recente legge è diventata una prassi.
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C’è stato un momento, verso la fine del 2009, in cui gli investigatori pensavano di essere vicini alla sua cattura. E invece no, Gerlandino Messina è ancora latitante e oggi dopo l’arresto di Giuseppe Falsone il suo peso criminale è ulteriormente cresciuto.
È lui ora il referente numero uno di Cosa nostra nella provincia agrigentina. Classe 1972, ricercato per associazione mafiosa e omicidio, Messina era ritenuto dagli investigatori secondo solo al super boss di Campobello di Licata arrestato il 25 giugno a Marsiglia.
La famiglia Messina, di Porto Empedocle, era rivale del clan capeggiato da Luigi Putrone, per anni considerato boss incontrastato della città e oggi collaboratore di giustizia. Erano anche gli anni in cui imperversava la faida tra “stiddari” e corleonesi.
A Messina, vennero uccisi prima il padre, nel 1986, e poi lo zio. Quando Putrone si diede alla macchia, sotto la scure di arresti e inchieste, il territorio rimase scoperto e gli avversari tornarono all’attacco.
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E’ già finita la fuga di El Fadly Aly Amr, il 29enne egiziano evaso domenica dal carcere di Lecco insieme a Nicodemo Romeo, 27 anni.
L’arresto è avvenuto ieri a Pompiano, in provincia di Brescia, dove la sorella dell’evaso gestisce una pizzeria.
Il 27enne, pur sapendo di essere ricercato, è passato a trovare la parente, che però al momento è in vacanza in Egitto: lì i Carabinieri si sono accorti di lui ed hanno nuovamente fatto scattare le manette.
El Fadly Aly Amr, che era finito in carcere per rapina e lesioni personali aggravate, è quindi tornato dietro le sbarre, mentre Nicodemo Romeo risulta ancora latitante.
Via | Qui Brescia

Sette persone sono state arrestate dalla polizia con l’accusa di aver favorito la latitanza di Giuseppe Pacilli, 38 anni, condannato a 11 anni di reclusione per associazione mafiosa, estorsione ed armi e ritenuto vicino al clan Libergolis.
Le indagini - della polizia di Manfredonia e della Squadra mobile della questura di Foggia - erano partire un anno fa in seguito all’evasione di Pacilli, tra i cento latitanti più pericolosi, dagli arresti domiciliari.
Gli arrestati (qui tutti i nomi) avrebbero favorito la sua latitanza finanziandone anche le spese, tramite un’estorsione ai danni di un commerciante di San Giovanni Rotondo.
Dopo l’arresto di Cesare Pagano, il boss degli “Scissionisti” finito in manette giovedì, ora la latitanza si è conclusa anche per Elio Amato, cognato di Pagano e, fino a ieri, candidato a prendere il suo posto come capo del clan Amato-Pagano.
Amato era inserito nella lista dei trenta latitanti più pericolosi, ricercato per associazione camorristica e traffico di stupefacenti.
L’arresto è scattato nella notte, poco dopo le 4.30, quando gli agenti - molti dei quali avevano partecipato anche all’arresto di Pagano - hanno fatto irruzione nell’abitazione di un condominio di Villaricca, comune a nord di Napoli.
Amato, 38 anni, stava dormendo e, alla vista degli agenti, si è consegnato senza opporre resistenza.
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