Sono stati assolti in Cassazione - perché “il fatto non sussiste” - l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e l’ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola, nel frattempo promosso questore.
L’accusa per entrambi era di aver istigato alla falsa testimonianza l’ex questore di Genova, Francesco Colucci, nell’ambito del processo sulla violenta, sanguinosa, irruzione della polizia alla scuola Diaz durante il G8 del 2001. Mortola in appello aveva preso un anno e 2 mesi di reclusione, De Gennaro un anno e 4 mesi.
“La Cassazione ha finalmente ristabilito la verità confermando quanto avevano già stabilito i giudici di primo grado che mi avevano assolto” ha commentato De Gennaro dopo la lettura della sentenza.
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I pm di Napoli che indagano sui canali di riciclaggio del clan Lo Russo, i cosiddetti capitoni di Miano, vogliono sentire come testimoni i calciatori Mario Balotelli, attaccante del Manchester City, e Ezequiel Lavezzi, beniamino dei tifosi di casa. Per quell’inchiesta è indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio anche l’ex capo della squadra mobile partenopea Vittorio Pisani.
Secondo l’accusa il super poliziotto - che può annoverare tra i suoi successi la cattura di un latitante del calibro di Antonio Iovine - avrebbe informato l’imprenditore Marco Iorio, e cioè il principale indagato nell’ambito del presunto riciclaggio - delle attenzioni degli inquirenti.
Come sintetizzava il comunicato diffuso il 30 giugno e firmato dal procuratore Giovandomenico Lepore: «Il dottor Vittorio Pisani, legato con solidi e comprovati rapporti di amicizia con Marco Iorio ed in rapporti con Salvatore Lo Russo, sui confidente, non ha esitato a rivelare a Iorio l’ avvio dell’ indagine da parte di questo ufficio, informandolo al contempo del contenuto di alcune annotazioni di servizio redatte dal suo stesso ufficio».
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Condannato due volte in appello ma promosso al grado di questore. Spartaco Mortola, 52 anni, ex dirigente della Digos di Genova, è stato ritenuto colpevole in secondo grado per alcune vicende legate ai disordini scoppiati durante il G8 di Genova.
Ha preso 3 anni e 8 mesi più 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per l’irruzione alla scuola Diaz; un anno e 2 mesi per l’accusa di induzione alla falsa testimonianza di Francesco Colucci, all’epoca dei fatti, luglio 2001, questore di Genova.
Secondo Roberto Traverso, segretario provinciale del sindacato di polizia Silp-Cgil, questa promozione «non aiuta chi si batte ogni giorno per l’immagine e i valori democratici della polizia di Stato. Un anno fa (nell’agosto del 2010), quando uscì la “velina” relativa alla nomina, il Viminale buttò acqua sul fuoco, prendendo tempo, assicurando che la nomina non sarebbe stata imminente».
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La procura di Chiavari ha riaperto il caso Nada Cella, quella di Roma l’inchiesta su Ettore Majorana, scomparso 73 anni fa. A Verona invece parte praticamente daccapo l’indagine sull’omicidio dell’infermiera Maria Armando Montanaro, uccisa in casa nel ‘94. Qualcuno lo chiama già effetto Wiston (Manuel Reves), il domestico reo confesso dell’omicidio di Alberica Filo della Torre, avvenuto 21 anni fa.
L’uomo - inchiodato dalla prova del Dna - ha ammesso di aver strangolato la contessa con un lenzuolo. Poi ha cambiato i legali. A fine gennaio, a venti anni di distanza dal delitto di via Poma, è stato condannato in primo grado Raniero Busco, giudicato colpevole dell’omicidio dell’allora fidanzata Simonetta Cesaroni, uccisa nell’ufficio dove lavorava a Roma. Una sentenza che non ha mancato di suscitare polemiche.
Più in generale oggi nuove tecniche investigative, analisi del Dna su tutte, possono fornire contributi decisivi. E inchiodare alle proprie responsabilità chi finora è riuscito a farla franca. Dare un volto e un nome a un assassino rimasto sconosciuto.

Parliamo spesso di inseguimenti, ricerche a tappeto, indagini e cacce all’uomo, tutte operazioni che hanno un costo, spesso molto elevato, che raramente viene comunicato ai cittadini.
Ora le autorità inglesi hanno rivelato che le ricerche dell’assassino Raoul Thomas Moat , iniziata il 3 luglio scorso e terminata sette giorni dopo col suicidio dell’uomo, è costata poco meno di 1 milione e 700 mila euro.
L’operazione, denominata Bulwark, ha richiesto l’impiego di 18 diverse forze di polizia che hanno lavorato sul campo giorno e notte, specialisti arrivati da ogni parte del Paese ed altre spese necessarie come benzina, carta e via dicendo.
Gli straordinari degli agenti di polizia della Northumbria, la zona in cui si sono svolte le ricerche, sono costati quasi 700 mila euro, mentre le ore di straordinario di altri membri dello staff hanno raggiunto la somma di 100 mila euro.
Ad incastrare Antonio Iovine è stata una massaia. Il Sovrintendente della polizia Rosaria Russo, 48 anni, si è infiltrata nella realtà di Casal di Principe, osservando, mappando il territorio, annotando ogni possibilie indizio, circostanza, che potesse condurre al covo del boss dei Casalesi. Fino al blitz del novembre scorso, cui la donna ha fornito un contributo decisivo. Per tutti Rosaria Russo era solo una casalinga, che usciva per fare la spesa e svolgere le normali faccende quotidiane. Storie di investigatori, quelli della Squadra mobile di Napoli, alle calcagna di super latitanti, con successo. Conchita Sannino, giornalista di Repubblica, in esclusiva per Polizia moderna, mensile ufficiale della Polizia di Stato, racconta i retroscena dell’arresto di ‘O ninno.
“Dovevo essere una massaia e basta. Una che doveva starci ma passare inosservata. Proprio questa è stata la sfida. Anche una collana o una camicia sbagliata poteva far cadere gli occhi, memorizzare la mia faccia, non potevamo sbagliare” ha raccontato Rosaria Russo.
E ancora: “Parliamo di un paese dove non puoi passare con la stessa auto per due volte in una strada. In caso contrario sentivamo dalle intercettazioni, sia gente normale sia affiliati al clan, chiedersi: Ma quello che è ripassato è il figlio del postino? Ma quella Panda classe A 850 di chi è?».
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Continuiamo il nostro viaggio nel mondo delle tecniche investigative concentrandoci su un altro aspetto molto importante nella risoluzione di un caso: l’interrogatorio.
Partiamo da un paio di definizioni estratte dal volume Fundamentals of Criminal Investigation di Charles E. O’Hara e Gregory L. O’Hara:
L’interrogatorio è il fare domande a una persona sospettata di aver commesso un crimine. È strutturato in modo da far coincidere le informazioni già in possesso degli inquirenti con le informazioni ottenute da un particolare sospettato in modo da assicurarsi una confessione.
Tra gli obiettivi di un interrogatorio troviamo:
- venire a conoscenza della verità riguardo a un crimine e di come si sono svolti i fatti
- ottenere un’ammissione di colpevolezza da parte del sospettato
- ottenere tutti i fatti per determinare il metodo operativo e le circostanze del crimine in questione
- raccogliere informazioni che rendano possibile agli investigatori di arrivare a conclusioni logiche
- fornire informazioni al pubblico ministero per un eventuale processo
Nella storia delle stragi niente aveva preparato la comunità forense americana all’arduo compito di identificare le numerose vittime degli attacchi terroristici al World Trade Center di New York dell’11 settembre 2001. Il numero delle vittime, le condizioni dei resti e la durata delle operazioni di recupero hanno reso la loro identificazione la più grande sfida forense mai affrontata negli Stati Uniti.
Inizia così l’interessante articolo “Identifying Remains: Lessons Learned From 9/11“, scritto da Nancy Ritter per il National Institute Of Justice Journal, dedicato proprio alla titanica impresa, durata oltre 5 anni, dell’identificazione di tutte le vittime dell’attentato al WTC.
Fondamentale in questa serie di operazioni è stato il KADAP (Kinship and Data Analysis Panel, che potrebbe essere tradotto con “Commissione per l’Analisi dei Dati e della Parentela“), creato dal National Institute Of Justice con lo scopo di coordinare le operazioni di raccolta dei dati ed analisi, gestire le numerose agenzie e gli istituti coinvolti, gestire le relazioni con i parenti delle vittime e qualunque altra attività logistica fosse necessaria.
Una delle tecniche investigative di cui sentiamo parlare più spesso è quella del rilevamento delle impronte digitali, utilizzata in quasi tutte le scene del crimine. Chi ha toccato quell’oggetto? Rispondere a questa domanda ci aiuta a restringere il numero dei sospettati di un crimine e, spesso, anche di trovare il colpevole.
Cominciamo col dire che esistono tre tipi di impronte digitali: visibili, modellate e latenti.
Quelle visibili, lo dice la parola stessa, sono dovute al contatto di mani sporche su superfici pulite e viceversa. Le linee papillari (formate dalle creste del derma sul polpastrello delle dita della mano) asportano, o lasciano, lo sporco o la polvere.
In questo modo l’impronta è ben chiara sulla superficie ed è sufficiente fotografarla e quindi confrontarla con quelle già presenti in archivio.
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L’ultima volta che ci siamo occupati di tecniche investigative vi abbiamo parlato delle varie figure che, di norma, vengono chiamate ad analizzare una scena del crimine.
Ora, proseguendo su quella linea, vediamo quali sono le fasi principali dell’analisi di una scena del crimine, dalla preparazione al rapporto finale.
Ci sono dei passaggi fondamentali da seguire prima ancora di arrivare sul luogo del crimine, come valutare il bisogno o meno di mandati di perquisizione e verificare la sicurezza e la comodità del personale coinvolto nell’investigazione (vestiario adatto, giusta illuminazione, eventuali ripari in caso di condizioni meterologiche avverse, cibo, assistenza medica etc.).
Poi bisogna organizzare le comunicazioni con i vari servizi ausiliari (avvocati, medici legali etc.): in questo modo tutti gli eventuali problemi emersi nel corso dell’investigazione potranno essere risolti in poco tempo.
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