
Nove membri di una gang di stupratori asiatici sono stati condannati ieri dal tribunale di Liverpool per aver violentato, in gruppo o singolarmente, almeno 47 ragazzine minorenni nel corso degli ultimi anni, almeno dal 2008.
Una vera e propria gang di pedofili - le vittime avevano dai 13 anni in su - organizzata alla perfezione, tanto da poter agire indisturbata per anni: adescavano ragazze considerate vulnerabili, spesso provenienti da case di accoglienza per minori, e le invitavano a seguirli con la scusa di offrir loro alcolici, droga e quant’altro. Poi le violentavano, le picchiavano e le costringevano a subire qualunque forma di violenza.
Tra i 47 casi accertati - e non 631 - c’è davvero di tutto: una ragazzina fu costretta a far sesso con 20 uomini in una sola notte, una 13enne rimase incinta e fu obbligata ad abortire, un’altra fu costretta ad adescare sue coetanee e consegnarle alla gang, composta da 8 pakistani ed un afgano.
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Si è concluso in Corte d’Assise a Roma il processo per l’omicidio di Sabatino D’Onofrio, il pastore di 78 anni ucciso a bastonate nella notte tra il 17 e il 18 giugno dello scorso anno in zona Quarto Miglio, a Roma, a pochi passi dalla roulotte in cui viveva per poter custodire il suo gregge.
2 ergastoli e 4 condanne a 30 anni di carcere per le sei persone a processo, tutti cittadini romeni fermati nelle settimane successive al delitto. Dall’arresto di Subtirelu Ioan Vasile, si era arrivati all’identificazione dei suoi complici: quattro furono arrestati mentre erano in procinto di lasciare l’Italia - uno a Zagarolo, tre in Calabria - mentre un sesto fu rintracciato in Romania e rimandato in Italia.
Per i sei, che confessarono subito il delitto sostenendo di aver ucciso D’Onofrio a scopo di rapina, sono arrivate le condanne esemplari.
Foto | Il Centro

Continua senza particolari colpi di scena il processo di primo grado per l’omicidio di Sarah Scazzi. La quattordicesima udienza, iniziata questa mattina davanti alla Corte d’Assise di Taranto, sarà caratterizzata dagli interrogatori di altri testimoni chiamati dall’accusa, tra i quali due carabinieri in servizio alla stazione di Avetrana e la testimone chiave Anna Pisanò.
In apertura la Corte si è riservata di decidere sulle due richieste avanzate dalla Procura e dalla difesa di Sabrina Misseri, imputata insieme a sua madre Cosima Serrano per concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere.
La Procura ha chiesto l’acquisizione del video dell’intervista concessa il 27 maggio 2011 da Concetta Serrano, madre della vittima, alla trasmissione televisiva “Quarto grado” e di un video, realizzato con un telefono cellulare, che ritrae la giovane vittima a San Pancrazio Salentino nei giorni precedenti al delitto.
23 e 21 anni di carcere. Sono queste le richieste di condanna formulate ieri dal pm di Milano Tiziana Siciliano per i fratelli Piero e Stefania Citterio, a processo per l’omicidio del tassista milanese Luca Massari, massacrato di botte il 10 ottobre 2010 dopo che aveva investito ed ucciso un piccolo cocker tenuto senza guinzaglio.
Il processo è giunto alle sue battute finali - Michael Morris Ciavarella, è già stato condannato a 16 anni di carcere con rito abbreviato - e la requisitoria di ieri ha ricostruito nei dettagli gli eventi di quel 10 ottobre che hanno portato al decesso, dopo un mese di coma, del tassista milanese. Il pm ha
invocato la concessione delle attenuanti generiche equivalenti all’aggravante dei futili motivi ed ha escluso anche l’aggravante della crudeltà.
Il risultato è stato la richiesta a 23 anni di carcere per Pietro Citterio e 21 anni per la sorella Stefania, fidanzata di Ciavarella. Al primo vengono contestate le accuse di omicidio volontario con dolo eventuale aggravato dai futili motivi, in continuazione con i reati di incendio della macchina di un testimone e lesioni volontarie lievi ai danni di un fotografo colpito con un bastone il giorno dopo il pestaggio di Massari.
Proseguono le indagini sulla tentata rapina finita in tragedia ieri mattina a Spinaceto, quartiere a sud di Roma, quando due gioiellieri, i fratelli Andrea e Luca Polimadei, sono stati aggrediti da tre malviventi che volevano derubarli ed hanno ingaggiato un conflitto a fuoco con questi ultimi, uccidendone uno sul colpo e ferendo gli altri due.
Il bandito ucciso è risultato essere il 62enne Angelo Angelotti, l’ex boss della Banda della Magliana, già sospettato di aver giocato un ruolo fondamentale nell’omicidio del capo storico Enrico “Renatino” De Pedis. I due complici, Giulio Valenti e Stefano Pompili, rispettivamente di 44 e 52, sono rimasti feriti, uno al polmone e l’altro al collo, e sono al momento ricoverati in ospedale in attesa di essere sentiti dagli inquirenti.
I due dovranno chiarire alcuni particolari fondamentali, a cominciare dall’identità della talpa che li avrebbe aiutati nel tentato colpo: la banda era a conoscenza di troppi particolari - l’orario del volo che avrebbe portato i due gioiellieri a Monaco di Baviera, l’orario in cui sarebbero usciti di casa, l’entità del bottino - ed è difficile ipotizzare che abbiano fatto tutto da soli.

Non fu Raniero Busco ad uccidere Simonetta Cesaroni: lo hanno stabilito oggi i giudici della prima sezione della Corte d’assise di appello di Roma, assolvendo l’imputato per non aver commesso in fatto.
Si è concluso così, dopo meno di tre ore di camera di consiglio, il processo d’appello iniziato lo scorso novembre: il pm, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado, 24 anni di carcere inflitti a Busco, che si è sempre dichiarato innocente, il 26 gennaio dello scorso anno (qui le motivazioni della sentenza).
I giudici, invece, hanno deciso di accogliere la tesi della difesa e, complici i risultati della superperizia disposta a novembre, ed hanno assolto l’imputato con formula piena, senza ritenere esistente alcun dubbio circa la colpevolezza di Busco, ex fidanzato di Simonetta, uccisa con 29 coltellate il 7 agosto del 1990, nell’ufficio in cui lavorava in via Poma a Roma.
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Tra gli otto testimoni chiamati questa mattina davanti alla Corte d’Assise di Taranto per la tredicesima udienza del processo di primo grado per l’omicidio di Sarah Scazzi, c’è anche Antonella Spinelli, cugina della vittima nonché sua coetanea.
Lei, originaria di San Pancrazio Salentino, fu ospitata a casa di Sarah dal 23 al 25 agosto 2010 e trascorse con lei i giorni precedenti al delitto e fu proprio lei una delle poche persone ad essere a conoscenza dei vari profili che la 15enne di Avetrana aveva aperto su Facebook. Oggi, sentita in aula, la giovane ha riferito la sua opinione in merito al delitto:
Non credo che Sabrina e zia Cosima abbiano ucciso Sarah, ma zio Michele. Quel pomeriggio Sabrina chiamò per avvisarci che Sarah non si trovava. Io ho sempre detto che credo che Sabrina e zia Cosima non siano colpevoli. Io penso che sia stato mio zio Michele. Sabrina ci teneva tanto a Sarah. Io sono convinta di questa cosa, ma cerco di evitare l’argomento perchè non mi fa stare bene.

L’aveva annunciato, ora l’ha fatto: il pm di Bergamo Letizia Ruggeri, che da più di un anno indaga sul caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, ha deciso di querelare per diffamazione l’assessore leghista Daniele Belotti, promotore di una raccolta di firme - tra primi cittadini, consiglieri provinciali di Bergamo, consiglieri regionali della Lombardia e parlamentari bergamaschi - per chiedere la sostituzione del pm o in alternativa l’affiancamento di un pm di provata esperienza e capacità.
A distanza di mesi la polemica non si è affievolita e Belotti ha partecipato a diverse trasmissioni televisive per ribadire il concetto: “sono stati segnalati, anche da diversi esponenti delle forze dell’ordine, troppi errori nel coordinamento di queste indagini […] Per più di un anno nessuno, nonostante i gravi errori, ha criticato, ma ora, di fronte a risultati inesistenti e all’ostracismo nei confronti del perito e del legale incaricati dalla famiglia Gambirasio, è opportuno che qualche rappresentante istituzionale, al di là dei colori politici, sollevi la questione“.
Da qui la decisione del pm, assistito dall’avvocato Roberto Bruni, di passare per vie legali. La risposta di Belotti non si è fatta attendere: il consigliere ha fatto un passo indietro sull’aver definito il pm “di basso profilo tecnico e morale” ma ha ribadito di aver tutto il diritto di criticare l’operato dei magistrati, soprattutto di fronte ad un caso, come quello di Yara, che ha avuto ed ha tuttora un forte impatto sull’opinione pubblica. Voi che ne pensate?
Via | L’Eco Di Bergamo

Si è concluso ieri a Rimini il processo di primo grado a carico di Cristian Vasile Lepsa, il 35enne romeno che il 27 febbraio dello scorso anno uccise la fidanzata Elena Catalina Tanasa, connazionale di 25 anni, con un pugno in testa che le provocò un letale ematoma al cervello.
Lepsa è stato condannato a 30 anni di carcere, il massimo della pena previsto dal rito abbreviato, come richiesto dal pm. Per lui l’accusa era di omicidio, maltrattamenti, lesioni, minacce e violazione di domicilio.
Il 35enne è stato anche condannato al pagamento di una provvisionale, da versare ai genitori della ragazza, di 30 mila euro.
Via | Romagna Noi

La Corte di Cassazione turca ha confermato la condanna a 30 anni di carcere per Murat Karatas, l’uomo che il 31 marzo 2008 stuprò ed uccise l’artista italiana Pippa Bacca, al secolo Giuseppina Pasqualino, mentre faceva l’autostop in abito da sposa in Turchia nell’ambito di una grande performance insieme all’amica Silvia Moro.
Arrivata nei pressi di Istanbul accettò un passaggio da Murat Karatas dopo essersi separata dalla compagna di viaggio. L’uomo, un pericoloso pregiudicato, la stuprò, la strangolò e infine seppellì il suo cadavere in una pineta a pochi metri dall’autostrada Istanbul-Ankara.
Ci vollero 11 giorni per risolvere il mistero: grazie ai filmati delle telecamere di sorveglianza installate in un’area di servizio le autorità riuscirono ad identificare l’autostoppista. Karatas, interrogato dai militari, ammise subito di aver ucciso la donna senza dimostrare alcun segno di pentimento.
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