
”Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri, tutta la notte ho preso botte per un pezzo di fumo”. È la confidenza che Alaya Tarek ha detto di aver sentito con le sue orecchie direttamente da Stefano Cucchi, il geometra 31enne arrestato per detenzione di droga e morto nel reparto clinico del carcere Regina Coeli il 22 ottobre 2009.
Tarek poi chiese di ricopiare tutto a un’altra persona che era detenuta, Stefano Capponi: ora quella lettera è agli atti del processo a carico di sei medici, tre infermieri e tre guardie carcerarie. Le accuse, a vario titolo, vanno dalle lesioni e abuso di autorità fino al favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d’ufficio e falsità ideologica. Nessuno dei dodici imputati era presente nell’aula del Tribunale.
“Io Cucchi non l’ho visto né conosciuto - ha detto Capponi ieri in aula a Roma -. Fu Tarek a chiedermi di ricopiargli una lettera. Era scritta in un italiano strano”. Capponi ha confermato in pieno i contenuti della lettera.
Continua a leggere: Stefano Cucchi: agli atti del processo la lettera di un ex detenuto

Francesco Beniamino Cino - in carcere dallo scorso giugno accusato del duplice omicidio dei consuoceri e del ferimento della nuora a San Vincenzo La Costa (Cosenza) - si è suicidato. L’uomo, di 66 anni, si è impiccato ieri all’interno della sua cella a Catanzaro.
Nelle scorse settimane a causa della sua salute era stato sottoposto a un intervento chirurgico. Gli avvocati difensori hanno fatto sapere di avere intenzione di presentare un esposto alla Procura della Repubblica. Questo è il suicidio numero quarantuno nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno; sessantasei i detenuti che si sono tolti la vita nel 2010 secondo i dati di Ristretti Orizzonti.
Giovanni Battista Durante, Segretario generale aggiunto del Sindacato autonomo polizia penitenziaria: “Oggi (ieri, ndr) un detenuto italiano si è suicidato nel carcere di Catanzaro. Il corpo dell’uomo e’ stato trovato dall’agente di polizia penitenziaria in servizio nella sezione detentiva. Per l’uomo, purtroppo, non c’è stato niente da fare, nonostante l’intervento dell’agente”.

Chi picchia l’amante dovrà rispondere di maltrattamenti in famiglia e finirà in carcere. Così stabilisce la sentenza n. 7929 del 1°Marzo 2011 emessa dalla VI Sezione della Corte di Cassazione che in pratica ha esteso il reato di maltrattamento in famiglia anche a una relazione extraconiugale. Scrive Sicilia Informazioni:
Gli ermellini, infatti, hanno rigettato il ricorso di un fedifrago manesco, con tanto di condanna alle spese, confermando la sentenza del tribunale di Messina. Custodia cautelare in carcere dunque per l’uomo che ha malmenato la sua amante procurandogli volontariamente delle lesioni.
La difesa dell’uomo aveva argomentato che…
non esistevano i presupposti del reato di maltrattamenti in famiglia in quanto il loro assistito conviveva con moglie e figli nell’abitazione coniugale e la sua relazione non avrebbe mai avuto le caratteristiche di “uno stabile rapporto di comunità familiare” tale da determinare quei reciproci rapporti e obblighi di solidarietà e assistenza che sono elementi costitutivi del delitto contestato.
Per i giudici della Suprema corte però il carattere di stabilità del rapporto extraconiugale è da considerarsi rilevante ai fini dell’attribuzione del reato.
Ma, per quanto appaia più che giusta la conferma della custodia cautelare in carcere per un soggetto violento e pericoloso, da un punto di vista strettamente giuridico più di qualche avvocato si domanda attonito: “ma perché forzare il divieto di analogia in materia penale quando la condotta poteva essere comunque punita facendo ricorso ad altre figure di reato già previste, come le percosse o le lesioni?”
Via | IlSole24ore
Foto | Flickr

Il serial killer, neonazista e fanatico di Hitler, Frank G. Spisak Jr., 59 anni, è stato giustiziato ieri mattina con iniezione letale nella prigione di Lucasville, nell’Ohio. Il decesso è avvenuto alle 10:34 come comunicato dalle autorità dello Stato.
Spisak, si legge su Fox8, ha pronunciato le sue ultime parole in tedesco leggendo un passo della Bibbia, tratto dall’Apocalisse di San Giovanni, e concludendo - hanno raccontato i presenti tra cui i parenti delle vittime - con “Heil Herr”.
Di Hitler l’uomo aveva imitato persino l’abbigliamento, i baffi e il taglio di capelli. Nel 1982, all’eta di 32 anni, Spisak si presentò armato nel campus dell’Università di Cleveland e uccise il reverendo Orazio Rickerson.
Continua a leggere: Pena di morte: serial killer Frank Spisak giustiziato in Ohio

È stato arrestato ieri in Spagna, nella sua villa a Palma di Maiorca, Giovanni Di Stefano, “l’avvocato del diavolo” come è stato ribattezzato, legale famoso per aver difeso nella sua carriera capi di Stato come Saddam Hussein e Slobodan Milosevic e criminali come Charles Manson e Ronnie Biggs, il celebre bandito inglese della “Grande Rapina al Treno del 1963″ che fruttò un bottino di 2,6 milioni di sterline.
Di Stefano è finito in manette per le accuse di truffa, furto e riciclaggio in esecuzione di un mandato di cattura internazionale richiesto dalla magistratura britannica e ora rischierebbe fino a 75 anni di carcere. Ci spiega tutto Primo Numero:
Quando Giovanni Di Stefano ha visto il provvedimento firmato dal giudice, si è sentito male e ha perso conoscenza, tanto che è stato trasferito temporaneamente in ospedale. Non gli basterà, comunque, ad evitare il carcere.
Continua a leggere: Spagna: arrestato Giovanni Di Stefano, "l'avvocato del diavolo"

Rocco Salvatore Gaglioti - presunto esponente di una cosca di ‘ndrangheta del Reggino secondo gli inquirenti - è stato scarcerato perché il pm non ha consegnato copia delle intercettazioni a suo carico agli avvocati difensori. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame cui i legali dell’uomo si erano rivolti lamentando la circostanza di essere ancora in attesa delle bobine con le intercettazioni registrate.
La difesa di Gaglioti ha così chiesto l’applicazione del recente indirizzo delle sezioni unite della Corte di Cassazione secondo cui in tali casi è compromesso il diritto di difesa con il relativo obbligo, da parte appunto del Riesame, di revocare la custodia cautelare e scarcerare l’indagato.
E così è stato. Inoltre i legali, Antonino Napoli ed Elio Cannizzaro, hanno sottolineato, spiegano loro stessi in una nota, l’infondatezza e la contraddittorietà delle accuse a carico del loro assistito rifacendosi alla recente giurisprudenza sulle intercettazioni ambientali eteroaccusatorie.

Due anni di reclusione per una rapina mai commessa, a causa di un’omonimia e di uno scambio di foto segnaletiche. È quanto accaduto a Marco Moreschini, 34 anni. L’assurda vicenda, raccontata dal Messaggero, ha inizio 4 anni fa quando le forze dell’ordine indagano sull’autore di una rapina ai danni di due universitari.
Alle 4 del mattino del 7 giugno 2007 i due giovani studenti vengono bloccati sul Ponte delle Valli, a Roma, da un uomo con un’ascia: vuole i loro portafogli. I ragazzi impauriti consegnano denaro e due assegni.
Qualche giorno dopo un’anziana signora si reca presso una filiale bancaria con i due assegni rubati. L’impiegato cui li consegna per farseli cambiare se ne accorge e la donna viene fermata dalle forze dell’ordine che le chiedono come ne fosse venuta in possesso: “me li ha dati mio figlio, Marco Moreschini. Quando è nato? Negli anni 60”.
La penuria di pentothal non ferma la mano del boia. È stata eseguita due giorni fa - nel penitenziario di Jackson in Georgia - la condanna a morte di Emmanuel Hammond, 45 anni. L’uomo era stato dichiarato colpevole dell’omicidio di un’insegnante di 27 anni, Julie Love, avvenuto nel 1988. Secondo quanto ricostruito nel processo Hammond e un complice, un suo cugino condannato all’ergastolo dopo aver confessato, rapirono la donna che si era fermata con la sua auto ad Atlanta per un guasto. Dopo essersi impossessati delle sue carte di credito, senza però riuscire a utilizzarle, la violentarono.
Infine la donna fu uccisa a colpi di arma da fuoco e il cadavere venne nascosto in un bosco. Solo l’anno successivo il corpo venne ritrovato grazie alla testimonianza di un’amica di Hammond. L’uomo finì in carcere in attesa del processo e della successiva sentenza. È stato dichiarato morto, a seguito di iniezione letale alle 23:39 di martedì. Non più tardi di una settimana fa la Hospira, che produce il pentothal, aveva chiarito di non averne mai avallato l’impiego nel cocktail di farmaci che viene somministrato ai condannati a morte per iniezione letale in molti Stati USA.
L’azienda ha così deciso, dopo un confronto con le autorità italiane, di sospendere la produzione del medicinale nel suo stabilimento di Liscate (Milano).
Via | Huffington Post

Dopo l’ergastolano Giuseppe Belcastro, lascerà oggi il carcere (di Viterbo) il presunto boss della ‘ndrangheta Vincenzo D’Agostino, sempre per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Sia il primo che il secondo erano stati condannati in appello nel processo Prima Luce contro le cosche di Sant’Ilario dello Jonio, nella Locride. Solo che le motivazioni della sentenza sono state depositate a più di quattro anni e mezzo di distanza dall’emissione del giudizio facendo così dischiudere per entrambi le porte del carcere.
D’Agostino nel 2006 era stato condannato a 24 anni di reclusione per associazione a delinquere armata finalizzata al narcotraffico internazionale di stupefacenti. Il processo Prima Luce ricostruì gli interessi delle ‘ndrine di quella parte della Locride e la lunga faida di Sant’Ilario che vide contrapposto il clan D’Agostino ai Belcastro-Romeo.
Continua a leggere: Presunto boss Vincenzo D'Agostino scarcerato per decorrenza dei termini
Tredici persone sono finite agli arresti domiciliari questa mattina a Policoro, in provincia di Matera, con l’accusa di concorso in corruzione aggravata nell’assegnazione di bandi per l’installazione di impianti di pubblica illuminazione.
Tra questi ci sono il sindaco del paese, Nicola Lopratriello, l’assessore comunale ai lavori pubblici, Cosimo Ierone, i dirigenti del Comune Felice Latronico e Felice Viceconte ed altre 9 persone.
L’inchiesta, si legge su Il Quotidiano della Basilicata, ha riguardato due bandi, uno del valore di 20 mila euro, l’altro di 26 mila.
I quattro sopracitati, scondo gli inquirenti, avrebbero intascato tangenti da due “cordate” di imprenditori per l’assegnazione dei due bandi, che avrebbero preceduto l’attribuzione di un appalto di ben 4 milioni di euro, sempre per impianti di illuminazione a led.