Ci sono anche esponenti dei Lucchese, una delle Cinque famiglie di New York, tra gli arrestati nel maxi blitz contro la mafia americana che il mese scorso ha portato in carcere 110 persone su 127 formalmente incriminate, a vario titolo, per estorsioni, omicidi, gioco d’azzardo. Tutti reati che sarebbero stati commessi a partire dal 1980.
La famiglia Lucchese, nel corso degli anni Novanta, è stata colpita da numerosi arresti e la sua tradizionale impermeabilità a scontri interni e tradimenti è oggi solo un ricordo. A mettere in discussione la solidità dell’organizzazione mafiosa anche le “cantate” dei collaboratori di giustizia. Vittorio “Vic” Amuso, classe 1934, condannato al carcere a vita per omicidio e racket, è ritenuto il capofamiglia. Sarebbe stata proprio la sua gestione a suscitare malumori e “pentimenti” riducendo così l’organizzazione mafiosa a contare tra i propri ranghi una quarantina di “picciottelli”.
Ma la storia dei Lucchese affonda indietro negli anni, agli inizi del secolo scorso, quando i primi padrini giunsero dalla Sicilia. Capostipite riconosciuto della Famiglia fu Gaetano Reina, corleonese, giunto a New York prima dell’era del proibizionismo (1919-1933).
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Siamo al nostro appuntamento mensile con la mafia italo-americana. Dopo aver passato in rassegna le Famiglie Bonanno, Genovese e Gambino, è ora il turno dei Profaci-Colombo, un’altra delle Cinque famiglie di New York, il gotha della mafia d’Oltreoceano.
Il capostipite del clan fu Joe Profaci (nella foto), originario di Villabate (Palermo) come molti altri membri del nucleo originario della Famiglia che alla fine degli anni ‘10 del secolo scorso contava già un centinaio di affiliati.
Profaci emigra a New York nel 1921 e sei anni dopo viene naturalizzato cittadino americano. Nel frattempo, stimato e rispettato tanto quanto lo era a Villabate, assume la guida della gang. Ufficialmente Giuseppe Profaci è un commerciante, uno dei più grandi importatori di olio d’oliva, e poi di agrumi, della Grande Mela.
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Quando, otto anni fa, morì di malattia all’interno di un carcere federale di Springfield, non tutti all’interno della Famiglia versarono lacrime di dolore. Perché John Gotti per molti non aveva gestito al meglio gli affari dell’organizzazione, una delle Cinque famiglie newyorkesi, portandola sulla via del declino.
Ma John l’elegantone, John l’esibizionista, era solo l’ultimo padrino della famiglia Gambino, retta fino alla metà dei Sessanta da Charles Gambino (nella foto), morto nel 1976, e poi da Paul Castellano. Al funerale di Don Carlo c’erano politici, giudici, uomini d’affari. Si dice che sia stato lui a ispirare il personaggio di Vito Corleone ne Il padrino di Mario Puzo. Gambino arrivò da Palermo a New York nel 1921 e si stabilì a Brooklyn da un fratello della madre, Giuseppe Castellano, allora ritenuto un importante boss mafioso.
Salvatore D’Aquila - primo boss della famiglia che poi assumerà il nome “Gambino” - lo inserì nell’organizzazione che si occupava prevalentemente di gioco d’azzardo, usura, estorsioni, contrabbando d’alcool, prostituzione. In seguito la Famiglia si specializzerà nel traffico di droga, come svelerà l’inchiesta Pizza Connection del 1979.
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Della famiglia Genovese avevamo parlato di recente in occasione dell’arresto di un presunto boss accusato di omicidi ed estorsioni. Ma quel nome non è per niente nuovo. Le sue radici affondano nella storia della mafia italo-americana. Alla pari dei Bonanno, dei Gambino. La Rolls Royce della mafia - come qualcuno l’ha definita - ad oggi è considerata la più potente delle Cinque famiglie di New York.
Del resto tra le sue file sono passati boss del calibro criminale di Lucky Luciano, Frank Costello, Vito Genovese, Thomas Eboli, Philip Lombardo, Vincent Gigante. La sua influenza si estende non solo nel vicino New Jersey: la famiglia gode del rispetto delle altre organizzazioni mafiose d’oltreoceano ed è in affari in particolare con le consorterie criminali di Cleveland, Boston, Buffalo e Filadelfia.
Alla fine dei Settanta i Genovese riuscirono a manovrare a loro piacimento alcuni esponenti di rilievo di quella famiglia convincendoli a fare fuori il loro boss Angelo Bruno. L’obiettivo era quello di assumere il controllo dei casinò di Atlantic City. E oggi chi c’è a capo dei Genovese?
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Terminata la guerra castellammarese e ucciso il boss Salvatore Maranzano, Lucky Luciano insieme ai capi delle altre famiglie mafiose italo-americane diede corpo alla Commissione di Cosa nostra americana.
L’idea sarebbe stata messa a punto proprio da Luciano e Maranzano, ma the boss of bosses era poi stato tradito e assassinato e Luciano a 34 anni era diventato il capo di una delle Cinque famiglie di New York.
In quei giorni nel paese vennero uccisi dai trenta ai quaranta vecchi leader mafiosi. La nuova guardia aveva preso il sopravvento. Il “sindacato” era formato dalle famiglie mafiose newyorkesi e dalle principali famiglie del resto della nazione.
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Con questo post inauguriamo un altro dei nostri appuntamenti mensili a cadenza fissa dopo Serial killer, Most wanted Fbi, Trenta latitanti italiani più pericolosi, Tecniche investigative.
Cosa Nostra americana. Quando nasce, le famiglie mafiose più importanti, le guerre, i rapporti con la “madrepatria”. Il fenomeno prende le mosse agli inizi del novecento preceduto dalla cosiddetta Mano Nera e agevolato dall’emigrazione oltreoceano degli italiani che specie dalle regioni meridionali partivano per gli States.
Una emigrazione spesso forzata e non solo per ragioni economico-sociali. La caccia ai boss mafiosi nella Sicilia dell’epoca, quella in cui Mussolini aveva inviato il “prefetto di ferro” Cesare Mori, aveva fatto trasferire molti boss in America: in quel momento era una delle poche alternative al carcere.
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Non ha mai fatto parte di organizzazioni di tipo mafioso in senso stretto, ma è comunque inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia. Parliamo di Attilio Cubeddu, classe 1947, esponente storico dell’anonima sequestri sarda, noto alle cronache soprattutto per il sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini.
Originario di Arzana (nella provincia dell’Ogliastra) Cubeddu sparì nel nulla nel 1997. Da allora è uccel di bosco per la giustizia, ma non si esclude nemmeno che possa essere morto. Dopo aver preso parte tra il 1981 e il 1983 ai sequestri Rangoni Macchiavelli, Bauer e Peruzzi tra Emilia-Romagna e Toscana “il lupo solitario” si diede alla latitanza.
Nel 1984 venne però arrestato a Riccione e condannato a 30 anni di carcere. Grazie ad una condotta modello il bandito riuscì a farsi concedere numerosi permessi premio finché nel 1997, durante uno di questi, fece perdere le proprie tracce non ritornando nel carcere di Badu ‘e Carros (Nuoro). Qualche mese dopo e precisamente 17 giugno 1997 a Manerbio (Brescia), venne sequestrato Soffiantini.
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Raffaele Cutolo voleva pentirsi. Erano state già avviate le procedure per organizzare il servizio di protezione ma poi all’ultimo momento l’ex superboss e fondatore della NCO ci ripensò. Riporta Metropolis Web:
“Le mie donne mi hanno detto di non pentirmi”, disse allora il professore della Nco, “in realtà Cutolo ebbe pressione da parte dei servizi segreti”. A raccontarlo è il procuratore capo della Repubblica di Salerno, Franco Roberti. Allora, il pm efra magistrato in servizio alla Dda di Napoli. Era quasi riuscito nell’impresa più ardua degli ultimi trent’anni, far parlare il boss che fondò una delle organizzazioni criminali più potenti della storia del Mezzogiorno. Cutolo, secondo il racconto che Roberti affida alla stampa questa mattina, era pronto a vuotare il sacco, partendo dalle trattative per la liberazione di Aldo Moro.
L’impresa stava riuscendo grazie anche al lavoro del pubblico ministero Alfredo Greco, al quale il superboss aveva sussurrato: “Dottore, da dove dobbiamo cominciare?”. In quei giorni, Cutolo è formalmente indagato per la morte di Salvatore Alfieri, fratello del boss Carmine. E’ recluso nel carcere di Belluno, ma per i primi colloqui è stato trasferito nel penitenziario di Carinola. Non basta, per ascoltare i segreti e gli orrori della cruenta faida degli anni Ottanta si decide che è meglio trasferire il professore di Ottaviano in una struttura militare nel salernitano. Il viaggio è già programmato, ma poche ore prima Cutolo torna sui suoi passi. “Non voglio più collaborare”.
Il Pm Greco parte alla volta del carcere di Carinola, viene seguito da un’auto e una moto di grossa cilindrata e capisce che qualcosa non va. Arriva nel penitenziario, ma prima di lui sono arrivati decine di uomini funzionari del ministero.

I carabinieri del comando provinciale di Foggia hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere - emesse dal gip di Bari su richiesta della procura distrettuale antimafia della stessa città - a carico di Angelo Grilli, 32enne di Manfredonia, e Raffaele Tolonese, 51enne di Foggia.
Sono accusati di essere i sicari di, rispettivamente, Matteo Mangini, ucciso a Manfredonia nel 2001, e Francesco Vodola, detto “ja-ja”, assassinato a Carapelle nel 2000. Secondo quanto emerso dalle indagini Vodola sarebbe morto a causa di contrasti sorti negli ambienti della criminalità foggiana, tra i clan Triscioglio-Prencipe-Tolonese e Sinesi-Francavilla, per il controllo delle estorsioni.
Matteo Mangini per gli inquirenti apparteneva invece al gruppo malavitoso che contendeva il mercato dello spaccio di droga al clan Libergolis, contrapposto da decenni alla famiglia Alfieri-Primosa. Una faida nata per un pascolo abusivo o per un furto di cavalli e che ha provocato più di 30 omicidi e casi di lupara bianca:
Sulle aspre vette del Gargano, nel territorio di Monte Sant’ Angelo, cittadina di sedicimila abitanti, la gente con la faida ha imparato a convivere, semplicemente ignorando il fenomeno, come se non esistesse. (…) Le mappe del potere all’ interno dei clan malavitosi del promontorio roccioso si leggono attraverso i morti, che oggi forse sono più numerosi dei vivi. E quando i vivi finiscono dentro, tutti fanno bene attenzione a che non solo le celle, ma finanche le carceri siano ben separate e distanti l’ una dalle altre.

Le teorie sulla vera identità del serial killer conosciuto come Jack Lo Squartatore, sono innumerevoli e si susseguono ormai da oltre cento anni.
Basandosi su ipotesi più o meno fondate, su piste più o meno giuste, nel corso degli anni sono spuntati una serie di nomi, che vanno da Montague John Druitt ad Aaron Kosminski, passando per Michael Ostrog e George Chapman, senza dimenticare l’ipotesi Mary Pearcey, la cosiddetta Jill The Ripper.
Ora lo storico Mei Trow, grazie alle moderne tecniche della polizia forense, è giunto alla conclusione che lo storico assassino di Whitechapel si chiamava Robert Mann ed in realtà era un dipendente dell’obitorio locale.
Ma non è tutto. Secondo Trow, Mann avrebbe ucciso ben sette prostitute e non cinque come si è detto fin’ora.
La teoria dell’uomo è frutto di due anni di intense ricerche sulla base dei documenti presenti nell’archivio dell’FBI secondo i quali Jack lo squartatore sarebbe stato “un uomo di bassa estrazione sociale, con un lavoro umile come il macellaio o l’assistente di un medico, quasi certamente un inetto sociale“.