
Agguato di camorra a Scisciano (Napoli). Umberto Palumbo, 49 anni - per gli investigatori referente del clan Sarno in questa parte del Nolano - è stato ucciso ieri sera all’interno di un bar nella frazione di Spartimento. I sicari sono entrati nel locale, ad agire sarebbero state almeno due persone, e hanno esploso all’indirizzo del pregiudicato 23 colpi con 2 armi diverse.
Palumbo, trovatosi davanti i killer, avrebbe tentato la fuga ma è stato raggiunto da una pioggia di proiettili. Scrive Lunaset:
Dopo aver messo a segno il raid omicida, i killer si sono dati alla fuga, facendo perdere le proprie tracce. I proiettili usati per l’agguato sono stati recuperati dai carabinieri della sezione rilievi della compagnia di Castello di Cisterna. Nel corso delle successive ricerche, a Somma Vesuviana è stata trovata, completamente bruciata, una Lancia Libra, rubata a Roma il 3 marzo scorso; auto utilizzata per gli spostamenti dal commando di fuoco entrato in azione nella tarda serata di ieri. All’interno della Lancia rinvenute due pistole semiautomatiche ed una a tamburo, quelle probabilmente utilizzate per l’agguato.
La camorra torna ad uccidere, dunque, in provincia di Napoli. E lo fa, tra l’altro, in una zona di confine tra Scisciano e Somma Vesuviana. Coordinati dalla Dda di Napoli, i militari dell’Arma stanno conducendo le indagini per risalire al movente e agli esecutori del delitto; da qui i controlli e le perquisizioni a raffica, a carico di sospettati ed esponenti delle cosche del territorio. Non si esclude l’ipotesi che l’assassinio altro non sia che una vendetta, maturata all’interno della stessa fazione, giacché Palumbo avrebbe tentato di assumere un maggiore peso criminale.
Ucciso come se fosse un boss, a 17 anni. Perché? Ciro aveva rifiutato di affiliarsi al clan, firmando così la sua condanna a morte. I carabinieri del nucleo investigativo di Napoli, dopo articolate indagini, hanno arrestato tre persone coinvolte in questa storia di camorra che risale al 25 aprile dello scorso anno.
A finire in manette il presunto mandante dell’omicidio Ettore Bosti, Vincenzo Capozzoli, sarebbe stato lui ad eseguire la “punizione”, e anche un cugino della vittima, Cristian Barbato 22 anni, accusato di favoreggiamento aggravato. Le indagini sono state coordinate dalla Dda partenopea.
Secondo la ricostruzione fatta dai magistrati della Dda, il 17enne Ciro Fontanarosa fu eliminato per dare un segnale ai piccoli delinquenti della zona che rifiutavano di sottostare alle direttive del clan. Insofferente agli avvertimenti ricevuti dalla cosca, Fontanarosa era figlio di Antonio, malvivente morto al termine di un tentativo di rapina in un ufficio postale di Secondigliano, alla periferia di Napoli. Il 5 gennaio del 1999, quando aveva 31 anni, l’uomo sbucò da un foto praticato nel pavimento dopo aver scavato un cunicolo nelle fogne per arrivare dentro l’ufficio. Qui, però, si trovò di fronte un carabiniere che doveva compiere alcune operazioni postali. Il militare intimò l’alt; Fontanarosa, che era armato, non si fermò, e il carabiniere sparò, uccidendolo.

Raffaele Cutolo voleva pentirsi. Erano state già avviate le procedure per organizzare il servizio di protezione ma poi all’ultimo momento l’ex superboss e fondatore della NCO ci ripensò. Riporta Metropolis Web:
“Le mie donne mi hanno detto di non pentirmi”, disse allora il professore della Nco, “in realtà Cutolo ebbe pressione da parte dei servizi segreti”. A raccontarlo è il procuratore capo della Repubblica di Salerno, Franco Roberti. Allora, il pm efra magistrato in servizio alla Dda di Napoli. Era quasi riuscito nell’impresa più ardua degli ultimi trent’anni, far parlare il boss che fondò una delle organizzazioni criminali più potenti della storia del Mezzogiorno. Cutolo, secondo il racconto che Roberti affida alla stampa questa mattina, era pronto a vuotare il sacco, partendo dalle trattative per la liberazione di Aldo Moro.
L’impresa stava riuscendo grazie anche al lavoro del pubblico ministero Alfredo Greco, al quale il superboss aveva sussurrato: “Dottore, da dove dobbiamo cominciare?”. In quei giorni, Cutolo è formalmente indagato per la morte di Salvatore Alfieri, fratello del boss Carmine. E’ recluso nel carcere di Belluno, ma per i primi colloqui è stato trasferito nel penitenziario di Carinola. Non basta, per ascoltare i segreti e gli orrori della cruenta faida degli anni Ottanta si decide che è meglio trasferire il professore di Ottaviano in una struttura militare nel salernitano. Il viaggio è già programmato, ma poche ore prima Cutolo torna sui suoi passi. “Non voglio più collaborare”.
Il Pm Greco parte alla volta del carcere di Carinola, viene seguito da un’auto e una moto di grossa cilindrata e capisce che qualcosa non va. Arriva nel penitenziario, ma prima di lui sono arrivati decine di uomini funzionari del ministero.

Sei presunti affiliati al clan Veneruso-Rea sono stati arrestati da agenti della Dia e dai carabinieri di Napoli a seguito di indagini dirette dalla Dda partenopea nelle zone di Volla e Casalnuovo. Associazione camorristica, usura ed estorsione le accuse mosse ai fermati. Scrive Il Mattino:
Determinanti, nell’attività svolta dalla Dia, sono state le dichiarazioni delle vittime che, sottolineano negli ambienti investigativi, rassicurate anche dai recenti arresti di boss e gregari dell’organizzazione, hanno deciso finalmente di affidarsi alla giustizia, raccontando anni di vessazioni e soprusi subiti e consentendo di far luce, non solo su episodi già precedentemente emersi, relativamente ai quali non si erano acquisiti sufficienti elementi probatori, ma anche su gravissimi fatti non ancora conosciuti.
Il 4 novembre 2009 quindici persone ritenute appartenenti al clan Veneruso-Rea (giro d’affari mensile stimato in 200.000 euro) erano finite in manette con le accuse di associazione mafiosa, usura, estorsione e violazione del testo unico bancario. Un paio di settimane dopo verrà arrestato in un supermarket anche il presunto reggente del gruppo, Francesco Rea, detto “O Pagliesco”.
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La Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Napoli ha emesso un provvedimento di carcerazione a carico di Vincenzo Baccante, pregiudicato napoletano di 64 anni, perchè condannato a 6 anni e 4 mesi di reclusione più un anno di libertà vigilata per associazione a delinquere di tipo mafioso.
L’arresto è stato eseguito dagli uomini del commissariato di Giugliano-Villarica (Napoli). L’uomo ha però già trascorso 4 anni 5 mesi e 29 giorni di reclusione per lo stesso reato e quindi gli rimane da scontare un solo giorno di carcere.
Vincenzo Baccante è il fratello del più noto Luigi, detto Maurizio ‘O Corvo, attualmente in carcere per reati associativi, per l’omicidio del giornalista de “Il Mattino” Giancarlo Siani - avvenuto il 23 settembre 1985 - e non solo…
Una strage di mafia consumata 22 anni fa, 5 cadaveri sciolti nell’ acido dallo “specialista” Giovanni Brusca. Un delitto avvenuto a Poggio Vallesana il 19 novembre 1984 e del quale, secondo la corte di assise (presidente Achille Scura) furono responsabili oltre a Brusca (già condannato separatamente a 16 anni) i boss di Marano Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante, ieri condannati all’ ergastolo. I due avevano già subito il massimo della pena per l’ omicidio del giornalista Giancarlo Siani. Accolte le tesi del pm Francesco Cascini.

“Il racket delle estorsioni produce per la camorra un patrimonio di 9 miliardi di euro che vengono investiti quasi complessivamente”. Lo afferma il sostituto procuratore della Dda di Napoli Cesare Sirignano durante un seminario di formazione organizzato dalla Federazione delle Associazioni Antiracket ad Ercolano.
Le parole del magistrato, riportate da Metropolis Web, sottolineano il balzo delle denunce per estorsione in Campania:
In controtendenza la Campania è l’unica regione dove le denunce sono aumentate rispetto ad altre regioni del Sud Italia negli ultimi due anni. (…) Nel 2004/2005 c’é stato un picco delle denunce poi è seguita una discesa e nell’ultimo periodo di nuovo una risalita.
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Un nuovo colpo è stato inferto nelle ultime ore al clan camorristico dei Casalesi: il boss Pasquale Giovanni Vargas, inserito nella lista dei cento latitanti ricercati più pericolosi, è stato arrestato a Giugliano, al confine tra Napoli e Caserta.
Vargas, 43 anni, è considerato il braccio destro del boss Francesco Bidognetti e suo erede: nell’ambito del processo Spartacus, che si è definitivamente concluso qualche settimana fa, è stato condannato a 12 anni di carcere.
Lui, considerato un killer ed un estorsore, operava prevalentemente tra Castel Volturno, Mondragone e Casal di Principe e, secondo quanto reso noto dalle autorità, faceva da ponte tra il latitante Michele Zagaria e le altre frange del clan.
Continua a leggere: Chi è Pasquale Giovanni Vargas, l'erede di Bidognetti arrestato a Giugliano?

Ucciso con un colpo di pistola a due passi da una chiesa dove era in corso una funzione religiosa. Luigi Cappello, 55 anni, è morto così nella serata di ieri a Soccavo, quartiere periferico di Napoli. Cappello, secondo una prima ricostruzione dei fatti, era appena uscito da un circolo ricreativo quando è stato raggiunto da due sicari che, a bordo di una moto, hanno esploso il colpo mortale. Uno, preciso, alla testa.
Un’esecuzione in piena regola che sarebbe da ascrivere alla camorra. Sul caso indaga la polizia. Cappello, già noto alle forze dell’ordine, sarebbe stato affiliato al clan Grimaldi. Gruppo camorristico storico di Soccavo, un tempo egemone nella zona e oggi caduto in declino dopo una faida che dal 2006 l’ha visto contrapposto al cosiddetto superclan di Rione Traiano (Puccinelli), a sua volta impegnato anche su un altro fronte contro il clan Leone. Oggetto primo del contendere lo spaccio di droga. Gli agguati e gli omicidi si sono intensificati nel 2007:
La droga sarebbe anche il movente dell’ omicidio commesso venerdì davanti alla scuola elementare “Verdolino” di via delle Bucoliche a Soccavo. Guerra tra il clan Grimaldi e il cosiddetto superclan di Rione Traiano. Entrambi vogliono spacciare: l’ uno in casa dell’ altro.

Portici, Comune di 60.000 abitanti alle porte di Napoli. Davide Imberbe - 37 anni, imprenditore - qualche anno fa decide di denunciare i suoi estorsori. Gli viene assegnata la scorta, ma col passare del tempo, come successo ad altri imprenditori vesuviani, la protezione dello Stato si fa via via sempre più debole fino ad essere impalpabile o peggio revocata.
Ieri Imberbe a mezzo stampa ha lanciato il suo grido d’allarme chiedendo di riavere la scorta notturna, la scorta per la moglie e i suoi figli, l’auto blindata. Da Il Vesuvio.it:
L’altra sera mi sono riunito con i miei familiari che si sono detti disposti a darmi una mano per mettere insieme 200mila euro da dare ai camorristi per poter riavere la mia libertà, per riscattare la mia vita dalle mani di chi mi vuole morto.

Era latitante dal dicembre scorso Luigi Ferraioli, 50 anni, ritenuto elemento di spicco e referente del clan Moccia nel comune di Caivano. Ora dovrà scontare una pena a 11 anni di reclusione per associazione camorristica e altri reati. L’uomo è stato infatti colpito da un ripristino di custodia cautelare in carcere emesso dal tribunale di Napoli.
I carabinieri di Castello di Cisterna lo hanno sorpreso nella tarda serata di ieri ad Afragola nall’abitazione di due pensionati deceduti tempo fa. Ferraioli stava guardando in tv Napoli-Genoa. Il clan Moccia è attivo nella zona nord-est di Napoli, nell’area dei comuni di Afragola, Casoria, Arzano e Caivano.
Il clan prende il nome da Gennaro Moccia, ucciso in un agguato, probabilmente deciso dai rivali del clan Giuliano, nell’aprile del 1976. Dal quel giorno ai vertici dell’organizzazione subentrò sua moglie, Anna Mazza, “la vedova della camorra”, la prima donna in Italia ad essere condannata per reati d’associazione mafiosa.
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