
Bernardo Provenzano, il superboss di Cosa Nostra finito in manette nell’aprile del 2006 dopo ben 43 anni di latitanza, ha tentato il suicidio in carcere: mercoledì sera ha provato ad uccidersi mettendo la testa in un sacchetto di plastica nella sua cella del carcere di Parma, dove è detenuto dal 2011 in regime di 41 bis.
Il suicidio è stato impedito dal repentino intervento del personale di polizia giudiziaria, ma la vicenda è ancora avvolta nel mistero. Il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria del ministero di Giustizia ha parlato di una messinscena, un tentativo del boss di “sembrare pazzo“.
Provenzano, da tempo affetto da diverse patologie - tumore alla prostata, inizio di Parkinson ed encefalite - è stato recentemente sottoposto a perizie che hanno stabilito la sua capacità di intendere e di volere. Da qui, si pensa, la decisione del boss di voler dimostrare il contrario.
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La Procura di Roma ha fatto dietrofront e, complice l’arrivo del nuovo procuratore capo, Giuseppe Pignatone, ha stabilito che la salma di Enrico “Renatino” De Pedis, storico capo della banda della Magliana, venga ispezionata quanto prima dai magistrati: lascerà la basilica romana di Sant’Appollinare e verrà traslata nel cimitero di Prima Porta.
Lo spostamento e la conseguente ispezione dovrebbero avvenire entro la fine di maggio, ma i dettagli di questa operazione non sono ancora stati definiti: devono prima essere discussi con le autorità del Vaticano, probabilmente nel corso di un incontro fissato per i primi giorni della prossima settimana.
L’ispezione della tomba è strettamente collegato alle indagini ancora in corso sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne cittadina vaticana di cui si sono perse le tracce il 22 giugno del 1983: la svolta era arrivata grazie alla testimone Sabrina Minardi, ex fidanzata di De Pedis, che ai magistrati ha parlato in più occasioni di un coinvolgimento della Banda nel rapimento, e nel successivo omicidio, nella giovane.
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E’ finita dopo quasi due anni la latitanza di Rocco Trimboli, detto “Piseia“, inserito tra i cento latitanti più pericolosi d’Italia e ritenuto esponente di rilievo dell’omonima cosca di Platì, comune di 4.000 abitanti in provincia di Reggio Calabria.
L’uomo, 45 anni, si nascondeva a Casignana, piccolo comune della locride, nell’abitazione di due anziani prontamente denunciati per favoreggiamento. L’arresto, compiuto stamattina dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, è stato reso possibile grazie agli spostamenti di parenti ed altri affiliati alla cosca, tutti tenuti d’occhio dagli inquirenti.
Trimboli, considerato referente di rilievo delle cosche trapiantate in Piemonte e Lombardia, era ricercato per associazione di tipo mafioso e traffico di droga. Alla fine degli anni ‘90, a seguito della scomparsa del fratello Antonio Giuseppe e del cognato Pasquale Marando, due casi di lupara bianca, Trimboli prese in mano le redini della famiglia.
Al momento deve scontare una condanna definitiva a 11 anni, un mese e 8 giorni di reclusione per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti.
Via | CN24
Foto | NtaCalabria

E’ ancora in corso, da questa mattina all’alba, l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di alcuni soggetti ritenuti vicini al clan dei Casalesi e quindi indagati per associazione per delinquere di tipo camorristico.
Oltre a due figure di spicco del clan, Antonio Iovine e Enrico Martinelli, entrambi arrestati dopo un lungo periodo di latitanza, nel mirino degli inquirenti sono finiti l’attuale sindaco di San Cipriano d’Aversa (CE), Enrico Martinelli (omonimo del boss) e Francesco Paolella, docente di religione nonché consigliere di maggioranza del medesimo comune.
In manette anche sette persone affiliate al clan e facenti capo proprio a Iovine. Le indagini, come confermato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta, sono state avviate dopo la scoperta di un pizzino che il boss Martinelli inviò a Enrico Fabiozzi, ex sindaco di Villa Literno ed ex consigliere regionale campano, nel quale si faceva il nome dell’attuale sindaco di San Cipriano d’Aversa.
Via | Interno18
Foto | ReporterWeb
Ancora un’operazione contro la ‘ndrangheta, stavolta ai danni di alcuni elementi considerati vicini al boss Domenico Condello, detto “Micu u pacciu”, alla macchia ormai dal 1990 e da tempo inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia.
Diciotto i provvedimenti di fermo eseguiti stamattina dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria, tutte persone che avrebbero aiutato a proteggere il superboss e a soddisfare tutte le sue necessità, ora accusate di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni aggravata dalle modalità mafiose.
Tra queste ci sono Margherita Tegano, convivente del boss, e le cugine Caterina e Giuseppa Condello; Giuseppa Santa Cotroneo, Maddalena Martino e Mariangela Amato, secondo le autorità, avrebbero ricoperto ruoli importanti all’interno della cosca, gestendo in qualità di prestanome alcune attività imprenditoriali.
L’arresto di Giuseppe Polverino, presunto boss dell’omonimo clan di camorra con base a Marano, è stato l’ennesimo duro colpo inflitto alla criminalità organizzata e, in particolar modo, al traffico internazionale di droga e alle speculazioni edilizie grazie alle quali il 53enne aveva costruito il proprio impero stimato in un miliardo di euro.
Dal 2006, ne parlavamo mercoledì, si era reso irreperibile ed era fuggito in Spagna e la sua fuga si è conclusa a Jerez de la Frontera, in Andalusia. I concitati momenti in cui il boss è finito in manette insieme al 48enne Raffaele Vallefuoco, elemento di spicco del clan, sono documentati dal video che vedete qui sopra, girato dai militari dell’Unidad Central Operativa della Guardia Civil che hanno collaborato con i carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli.
Via | YouTube

Giuseppe Polverino, 53 anni, presunto boss dell’omonimo clan di camorra con base a Marano è stato arrestato in Spagna dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli insieme a personale dell’Unidad Central Operativa della Guardia Civil. Polverino era inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi ed era alla macchia dal 2006.
Insieme al boss imprenditore - con un impero economico stimato in un miliardo di euro - è stato tratto in arresto a Jerez de la Frontera (Andalusia), Raffaele Vallefuoco, 48 anni, considerato dagli inquirenti un elemento di spicco del clan.
Polverino avrebbe tentato di evitare la cattura mostrando una falsa carta d’identità. Anche Vallefuoco come Polverino era ricercato in tutta Europa, ad entrambi è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare per associazione di tipo mafioso e associazione finalizzata al traffico e spaccio di stupefacenti aggravata dal metodo mafioso.
Il clan Polverino, attivo nell’area Nord di Napoli, era stato colpito tra dicembre e maggio dell’anno scorso da un’ondata di arresti e da un sequestro di beni per 27 milioni di euro.
Foto | ©TMNews
Sarà perizia psichiatrica per Totò Riina, il boss di Cosa nostra sarà visitato in carcere giovedì prossimo. Per l’avvocato Luca Cianferoni, Riina non sarebbe più in grado d’intendere e volere, perciò il legale ha chiesto una perizia al processo d’appello per l’omicidio di Giovanni Mungiovino, l’esponente ennese della Dc assassinato nel 1983.
I giudici di Caltanissetta hanno accolto la richiesta nominando un collegio che depositerà la perizia entro il 9/2. La prossima udienza si terrà il 10 febbraio, intanto la posizione di Riina è stata stralciata.
Ricorda il Corriere del Mezzogiorno:
Per il delitto del politico ennese furono condannati all’ergastolo Giacomino Sollami di Villarosa, Totò Riina e il boss di Vallelunga Pratameno, Piddu Madonia. Nel processo i figli di Mungiovino (…) si sono costituiti parte civile. Mungiovino fu ammazzato (…) sulla statale per Caltanissetta, punito, secondo la Dda, per aver preso posizione contro i Corleonesi, che decisero di ucciderlo «su deliberazione della commissione regionale, presieduta da Salvatore Riina».
Via | Corriere del Mezzogiorno

È stato ucciso a Foggia poco dopo l’una di martedì Giosuè Rizzi, di 59 anni. Omicidio eccellente: Rizzi era ritenuto dagli inquirenti un esponente di rilievo della cosiddetta Società, la mafia foggiana.
Gli investigatori allo stato, scrive Il Corriere del Mezzogiorno, seguono due piste: una guarda al passato di Rizzi, l’altra ipotizza un ritorno della vittima ad attività illecite che lo avrebbe messo in contrasto con i nuovi equilibri, e i nuovi capi, della Società.
L’omicidio sarebbe stato compiuto da due uomini che, in sella ad una moto, hanno raggiunto l’auto nella quale Rizzi viaggiava con un 52enne, Carlo Borreca, rimasto ferito all’addome. Sottoposto a intervento chirurgico, le sue condizioni non sono gravi.
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Il tribunale del riesame di Napoli ha deciso di annullare l’arresto di Gaetano Riina, fratello del capo dei capi, finito in manette il 14 novembre scorso con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica.
Il motivo? Il giudice per le indagini preliminare si sarebbe limitato a riassumere, e in parte a copiare, le tesi accusatorie del pm di Napoli, “incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole “questo pm” con “questo gip”.
Il provvedimento, annullato per inesistenza della motivazione, era relativo agli affari che Riina, secondo il gip, faceva con i clan dei Casalesi nella gestione del trasporto su gomma di frutta e verdura verso i mercati del centro e del nord Italia.
Gaetano Riina, però, resta in carcere per un’ordinanza di custodia cautelare emessa in precedenza: nel luglio scorso era finito in manette con l’accusa di associazione mafiosa in quanto ritenuto dalla Procura di Palermo il nuovo boss di Corleone.
Via | Il Giornale di Sicilia