Un nuovo passo in avanti nella lotta contro il narcotraffico è stato compiuto ieri, in Messico, con l’arresto del boss Edgar Valdez “La Barbie” Villarreal, da pochi mesi leader del cartello dei Beltran Leyva.
Il 37enne, con un passato da sicario, è stato arrestato a Città Del Messico grazie ad un lavoro di intelligence iniziato nel giugno del 2009.
Villarreal è uno dei tanti protagonisti delle drug wars messicane e, secondo il Presidente Felipe Calderon, era anche “uno dei criminali più ricercati in Messico e all’estero“.
Negli Stati Uniti era ricercato per traffico di cocaina e sulla sua testa era stata posta una taglia di 2 milioni di dollari.

Quando venne ucciso in carcere, lo scorso aprile, era ritenuto il numero uno della criminalità australiana. Carl Williams, 39 anni, “Fat boy”, stava scontando la sua pena in un carcere di massima sicurezza a sud di Melbourne. Era stato condannato a 35 anni di carcere per gli omicidi di alcuni rivali nell’ambito della guerra fra gang.
La storia di quella “faida” combattuta per le strade di Melbourne, con un bilancio di oltre 30 morti ammazzati, aveva ispirato anche una serie televisiva di successo, Underbelly. All’origine di tutto i contrasti legati al traffico e allo spaccio di stupefacenti.
Williams, si legge sul Guardian, era stato capace di strappare il controllo del mercato della droga ai Moran che a Melbourne ne detenevano il monopolio da tre generazioni. Del boss con la faccia da bambino si diceva che non avesse mai mangiato due volte nello stesso ristorante per paura di essere assassinato.
Il periodo più caldo della faida fu quello compreso tra la fine dei ‘90 e il 2006 quando l’omicidio di Mario Condello fece temere una nuova recrudescenza dei fatti di sangue. Poi il 19 aprile di quest’anno l’omicidio di Williams, sul quale adesso si conosce qualche dettaglio in più.
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Il boss reggente della cosca. Così gli investigatori definiscono Salvatore Facchineri, 36 anni, allevatore, ritenuto il successore di Luigi a capo dell’omonima famiglia di Cittanova (Reggio Calabria). L’uomo è stato arrestato sulla rinomata spiaggia di Formicoli, vicino Tropea, da carabinieri travestiti da villeggianti.
Ricercato dal 25 febbraio scorso, dopo l’evasione dagli arresti domiciliari, Facchineri è stato rintracciato seguendo i movimenti dei familiari. Gli investigatori avevano circoscritto le loro ricerche tra Santa Domenica di Ricadi e Tropea ( Vibo Valentia) e ieri pomeriggio intorno alle 16 lo hanno sorpreso sulla spiaggia a Formicoli.
L’operazione è stata condotta dai carabinieri di Taurianova, supportati dai colleghi di Tropea, sotto la direzione delle Procure della Repubblica di Palmi e Vibo Valentia. Su Facchineri, scrive Julie News, pendono due condanne: una a 10 anni e 6 mesi di carcere per riduzione in schiavitù da parte della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria e un’altra a 6 anni e 6 mesi per due estorsioni, aggravate dall’associazione a delinquere di stampo mafioso.
Continua a leggere: 'Ndrangheta: arrestato Salvatore Facchineri sulla spiaggia di Formicoli

È nella lista dei Most wanted FBI dal 2009. Semion Mogilevich, “the brainy don”, è ritenuto uno dei più pericolosi boss della mafia russa. Nato a Kiev nel 1946, dopo aver preso una laurea in economia all’università di Leopoli si trasferisce a Mosca dove negli anni Settanta entra a far parte del gruppo criminale Lyubertskaya.
Mette su piccole frodi che gli costano alcuni anni di carcere per traffico di valuta sul mercato nero. La sua scalata criminale vera e propria inizia però tra la fine dei ‘70 e i primi anni ‘80 quando tanti ebrei ucraini e russi si trasferiscono in America e Israele. Mogilevich riesce ad occuparsi della vendita delle loro proprietà e del trasferimento dei loro beni, tra cui opere d’arte e preziosi.
I proventi di quelle vendite però non arriveranno mai ai legittimi destinatari costituendo la base finanziaria successiva della sua ascesa, che ha il suo picco nel periodo coincidente con il crollo dell’Urss. Nel vuoto di potere venutosi a creare oligarchi e consorterie mafiose sguazzano, incrementando i loro affari esponenzialmente.

La Dia di Reggio Calabria ha sequestrato beni per un milione e mezzo di euro a Francesco Stilo, genero del boss attualmente detenuto Giuseppe “tiradrittu” Morabito. Stilo, condannato a nove anni di reclusione per associazione mafiosa lo scorso giugno, è ritenuto dagli investigatori esponente di primo piano della cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara.
L’operazione è stata eseguita sulla base di un provvedimento emesso dalla Sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Dda. Sequestrate due aziende, una di calcestruzzo e l’altra del settore agricolo, e dieci ettari di uliveti e agrumeti. I particolari su Il Quotidiano della Calabria:
La cosca avrebbe ottenuto un subappalto dalla società Condotte d’Acqua, secondo quanto riferisce la Dia ed il subappalto, per un importo di sette milioni e 400 mila euro, riguardava la fornitura di calcestrutto per la realizzazione della variante della statale 106 jonica nell’abitato di Palizzi, un centro della Locride.
Continua a leggere: Reggio Calabria: sequestrati beni a Francesco Stilo, genero di Giuseppe Morabito

La polizia ha arrestato questa mattina Domenico Conte, 40 anni, considerato a capo dell’omonimo clan di Bitonto protagonista della faida con i Cipriano, colpiti a fine luglio dall’operazione Sylos. Dopo i due omicidi in un’ora di una settimana fa e il sequestro di un arsenale ritenuto nella disponibilità del clan Conte, sono scattare la manette per quello che gli investigatori ritengono uno dei più pericolosi boss del barese.
All’indomani degli omicidi di Luigi Cannone a Capurso e di Michele Cipriano a Bitonto il prefetto aveva lanciato l’allarme: “La situazione è grave e molto preoccupante l´omicidio di Capurso è in realtà riconducibile ai clan di Valenzano. L´hinterland risente dell´afflusso criminale del capoluogo”.
Poi c’era stato il ritrovamento delle armi proprio nelle campagne di Capurso e Bitonto. Quattro pistole, nove fucili e trecento munizioni di vario calibro. Armi pronte ad uccidere ancora.
Continua a leggere: Bari: arrestato boss Domenico Conte, ritenuto capo clan Bitonto

Era ritenuto il braccio destro di El Chapo, il boss del cartello della droga di Sinaloa. Ignacio “Nacho” Coronel, è stato ucciso nella periferia di Guadalajara, a Zapopan, nell’ovest del Messico, durante un’operazione dell’esercito. Coronel - secondo quanto dichiarato dalle autorità messicane - è stato colpito mentre “tentava di fuggire” dopo aver aperto il fuoco sui militari che erano andati ad arrestarlo.
El Universal scrive che prima di morire El Nacho ha ucciso due militari tra cui l’ufficiale che guidava la missione. Fedelissimo di El Chapo Joachin “shorty” Guzman - l’uomo più ricercato del Messico - Coronel era soprannominato King of Crystal, a indicare il suo monopolio sul mercato nordamericano di cocaina e di una droga a basso costo a base di anfetamine.
Gli Stati Uniti avevano messo sulla sua testa una taglia di cinque milioni di dollari per chi avesse fornito informazioni utili alla sua cattura. Pare che a proteggerlo ci fosse un solo guardaspalle che dopo essersi arreso è stato arrestato. Nel blitz, che ha visto anche l’utilizzo di elicotteri, sono stati impiegati 150 militari dell’esercito.
Via | El Siglo de Torreón

E’ finito in manette in queste ore in Messico Luis Carlos Vázquez Barragán, detto “El 20“, ritenuto uno dei leader del gruppo criminale “La Linea“, braccio armato del cartello di Juárez, guidato da Vicente Carrillo “El Viceroy” Fuentes.
L’arresto è avvenuto a Ciudad Juárez, nello stato di Chihuahua: Barragan, 39 anni, è indicato come il coordinatore delle operazioni finanziarie del gruppo criminale, ma è anche colui che ha pianificato ed ordinato numersi omicidi di membri di gruppi rivali.
Il 39enne, secondo quanto rivelano le autorità, controllava anche la produzione e il traffico di stupefacenti nei comuni di Palomas, Ascensión, Casas Grandes, Gómez Farías, Namiquipa, Bachiniva e Madera, tutti nello stato di Chihuahua.
Al momento dell’arresto “El 20” è stato trovato in possesso di una pistola, di un fucile con caricatore, cartucce di diversi calibri e un pacchetto contenente 575 grammi di cocaina.
Via | Oem

C’è stato un momento, verso la fine del 2009, in cui gli investigatori pensavano di essere vicini alla sua cattura. E invece no, Gerlandino Messina è ancora latitante e oggi dopo l’arresto di Giuseppe Falsone il suo peso criminale è ulteriormente cresciuto.
È lui ora il referente numero uno di Cosa nostra nella provincia agrigentina. Classe 1972, ricercato per associazione mafiosa e omicidio, Messina era ritenuto dagli investigatori secondo solo al super boss di Campobello di Licata arrestato il 25 giugno a Marsiglia.
La famiglia Messina, di Porto Empedocle, era rivale del clan capeggiato da Luigi Putrone, per anni considerato boss incontrastato della città e oggi collaboratore di giustizia. Erano anche gli anni in cui imperversava la faida tra “stiddari” e corleonesi.
A Messina, vennero uccisi prima il padre, nel 1986, e poi lo zio. Quando Putrone si diede alla macchia, sotto la scure di arresti e inchieste, il territorio rimase scoperto e gli avversari tornarono all’attacco.
Continua a leggere: I 30 latitanti più pericolosi d'Italia: Gerlandino Messina

Quattro persone sono state arrestate a Crotone con l’accusa di essere coinvolte nell’omicidio di Luca Megna, figlio del boss Domenico detenuto in regime di 41 bis. Megna, 37 anni, venne ucciso in un agguato il 22 marzo del 2008 nella frazione Papanice mentre rincasava in compagnia della moglie e della figlioletta di 5 anni, rimaste ferite.
Destinatari delle ordinanze di custodia, Pantaleone Russelli, già detenuto, presunto esecutore materiale dell’omicidio, ed altre tre persone accusate di averlo aiutato a sfuggire all’arresto. Si tratta di Roberto Bartolotta, Alfredo Monteleone ed Antonio Franzè.
Interdetto per due mesi un medico, S.N., di 50 anni: avrebbe emesso una falsa certificazione a favore di Russelli dopo il suo ferimento nell’agguato contro Megna. All’origine del delitto, scrive questa mattina Il Quotidiano della Calabria, ci sarebbe:
Una scissione all’interno della cosca Megna portata avanti da Pantaleone Russelli, un tempo uomo di fiducia del capo, Domenico, sarebbe il movente dell’assassinio di Luca Megna, figlio di Domenico. Russelli sarebbe stato l’esecutore materiale dell’omicidio e successivamente, avrebbe tentato di assumere il comando della cosca, spalleggiato da altri componenti del gruppo criminale.