Sono ancora in corso a San Fernando, nello stato messicano di Tamaulipas, le analisi per l’identificazione dei 72 cadaveri rinvenuti pochi giorni fa in una fossa comune situata in un ranch dei narcos.
Finora gli investigatori sono riusciti ad identificare 15 persone e la verità sul loro massacro è iniziata ad emergere.
Stando ad una prima ipotesi le 72 vittime - 58 uomini e di 14 donne - erano immigrati originari di Ecuador, El Salvador, Brasile e Honduras.
Volevano lasciare il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Sul loro cammino hanno incontrato i Los Zetas, gruppo paramilitare tra i più violenti nel panorama delle drug wars, che hanno preteso da loro dei soldi per poter varcare il confine.

Una nuova fossa comune, contenente numerose vittime delle drug wars messicane, è stata scoperta dai militari nei pressi di una fattoria di San Fernando, nello stato di Tamaulipas.
Il macabro ritrovamento è stato casuale: i militari sono intervenuti contro un gruppo di narcos - che era stato segnalato in quella fattoria - e dopo un conflitto a fuoco nel quale hanno perso la vita un agente e tra narcotrafficanti, è iniziata l’ispezione del luogo.
I cadaveri di 58 uomini e di 14 donne erano stati scaricati in una fossa, a pochi passi dal ranch.
Stando a quanto dichiarato dai militari che hanno condotto l’operazione, nella fosse sarebbero stati gettati i rivali del gruppo di narcos e le persone sequestrate in queste ultime settimane.
Via | CNN

Solo pochi giorni fa il Washington Post si era occupato delle drug wars messicane e dell’informazione, sempre più controllata dai narcos che si contendono in dominio sul territorio.
Gli agguati e le aggressioni non vengono segnalati ai cittadini, che restano all’oscuro dei pericoli che corrono. Questo perchè, ne parlavamo qui, i narcos riescono a corrompere giornalisti ed editori, a volte con denaro e prostitute, altre volte ricorrendo a terrorismo e rapimenti.
Ieri le autorità messicane sono riuscite ad arrestare cinque persone ritenute responsabili del rapimento di alcuni giornalisti, poi rilasciati.
Si è conclusa questa mattina a Roma l’operazione Shyla connection, che ha permesso alla Guardia di Finanza di smantellare un’organizzazione dedita allo spaccio di cocaina.
Le indagini sono state avviate qualche mese fa, quando gli agenti hanno intercettato sei membri dell’organizzazione che si erano riuniti in un appartamento per preparare le droga da immettere sul mercato laziale.
Da lì, dopo settimane di intercettazioni e pedinamenti, è scattata l’operazione: dodici persone - 10 uomini e 2 donne - sono finite in manette con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e di altri reati contro il patrimonio connessi all’illecita detenzione di armi e specie animali protetti.
La specie protetta a cui si riferisce l’accusa è un esemplare di Python Molurus Bivittatus varietá albina, meglio noto come pitone albino, che può essere tenuto solo se in possesso di documento CITES.
Continua a leggere: Operazione Shyla connection: 12 arresti per droga a Roma

E’ finito in manette in queste ore in Messico Luis Carlos Vázquez Barragán, detto “El 20“, ritenuto uno dei leader del gruppo criminale “La Linea“, braccio armato del cartello di Juárez, guidato da Vicente Carrillo “El Viceroy” Fuentes.
L’arresto è avvenuto a Ciudad Juárez, nello stato di Chihuahua: Barragan, 39 anni, è indicato come il coordinatore delle operazioni finanziarie del gruppo criminale, ma è anche colui che ha pianificato ed ordinato numersi omicidi di membri di gruppi rivali.
Il 39enne, secondo quanto rivelano le autorità, controllava anche la produzione e il traffico di stupefacenti nei comuni di Palomas, Ascensión, Casas Grandes, Gómez Farías, Namiquipa, Bachiniva e Madera, tutti nello stato di Chihuahua.
Al momento dell’arresto “El 20” è stato trovato in possesso di una pistola, di un fucile con caricatore, cartucce di diversi calibri e un pacchetto contenente 575 grammi di cocaina.
Via | Oem
Se entro 15 giorni la Drug Enforcement Administration (DEA) e l’FBI non smetteranno di indagare sull’attentato di giovedì scorso, ci saranno sicuramente nuovi attentati.
E’ questo l’ultimatum lanciato dai narcos messicani alle due agenzie statunitensi, che da qualche giorno stanno indagando sull’autobomba che giovedì a Ciudad Juarez ha ucciso quattro persone, tra cui due poliziotti.
Era la prima volta che i narcos utilizzavano esplosivo C-4 nei loro attentati e per questo motivo sono intervenuti gli americani: dove è stato reperito l’esplosivo? Ne avranno altro?
Finora si è scoperto che i narcos lo hanno rubato in un impianto minerario dove, secondo le agenzie, ce n’è molto altro.
Nuevo Laredo è la capitale dello stato messicano di Tamaulipas, uno dei più colpiti dalle drug wars.
Il video che vedete qui sopra, SCONSIGLIATO A CHI SI IMPRESSIONA FACILMENTE, è stato appena diffuso e mostra il risultato di una sparatoria avvenuta lo scorso 16 giugno.
I narcos si sono scontrati con l’esercito e nella sparatoria sono morte 12 persone. Altre 21 sono rimaste ferite.
Continua a leggere: Video: scontro in Messico tra narcos ed esercito. 12 morti e 21 feriti

Ancora un weekend di sangue in Messico, sempre più dilaniato dalle drug wars, le guerre tra bande di narcotrafficanti che si contendono il territorio.
A Torreon, capitale dello stato di Coahuila, almeno 17 persone sono state uccise da un commando armato: tutti giovani tra i 20 e i 30 anni che stavano partecipando ad una festa.
Il commando - non è ancora stata accertata l’identità del gruppo - è arrivato nel centro residenziale “Quinta Italia Inn” a bordo di cinque veicoli.
Armati di fucili automatici Ar15 e Ak-47, i narcos hanno iniziato a sparare all’impazzata.
Continua a leggere: Strage in Messico: i narcos uccidono 17 persone ad un festa

Estorsioni, usura, gestione di bische clandestine, detenzione abusiva di armi da fuoco e munizionamento da guerra, traffico di sostanze stupefacenti e favoreggiamento della latitanza del principale membro dell’organizzazione: con queste accuse sono finite in manette, tra Lecce, Surbo, Squinzano e Trepuzzi, 20 persone, tutti membri di un’organizzazione criminale attiva nel Salento.
Il gruppo, come rivelano gli investigatori, esercitava una vera e propria attività di controllo sul territorio, arrivando anche ad intervenire durante le elezioni per ostacolare il libero esercizio del voto.
L’accusa di favoreggiamento è relativa alla latitanza dell’ex boss Salvatore Caramuscio, esponente della Sacra Corona Unita arrestato nel marzo del 2009 a Lecce.
Si legge su LeccePrima:
E’ stato anche disposto il sequestro ai fini di confisca di un terreno di 8mila metri quadri nell’agro di Squinzano, di numerose autovetture e motociclette anche di grossa cilindrata, di un’imbarcazione da diporto, di un allevamento di cavalli nell’agro di Surbo e di altri beni riconducibili agli indagati fittiziamente intestati, per un valore complessivo stimato in circa 500mila euro.

E’ ancora in corso, in tutta Italia, il più grande blitz degli ultimi anni contro la ‘ndrangheta: 3mila agenti, tra carabinieri e polizia di Stato, hanno finora arrestato più di 300 persone con accuse che vanno dall’associazione di tipo mafioso al traffico di armi e stupefacenti, dall’omicidio all’ estorsione, dall’usura ad altri gravi reati.
Gli arresti sono stati effettuati tra la Calabria, storico territorio della ‘ndrangheta, e il Nord Italia, dove l’organizzazione criminale si è infiltrata nel corso degli anni.
In maniera particolare l’operazione si è concentrata sul clan Commisso di Siderno, i cui affiliati, grazie all’aiuto di prestanome, sono riusciti ad inserirsi nel settore della finanza e dell’imprenditoria.
Tra le persone finite in manette c’è anche Cosimo “Brigante” Filomeni, il capoclan accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, riciclaggio e infiltrazione nei pubblici appalti.
Continua a leggere: Maxi operazione contro la 'ndrangheta: 300 arresti in tutta Italia